• venerdì , 17 agosto 2018

Senza élite non c’è progresso

di Giuliano Cazzola

È possibile immaginare e promuovere un diverso modello di sviluppo sociale ed economico (in sintesi: una crescita sostenibile) in un mondo in cui riemergano potenti ed arroganti l’isolazionismo, il protezionismo, l’identitarismo, il sovranismo e il populismo? In Italia, paladino di una meritoria iniziativa controtendenza (proposta dalla Associazione italiana per lo sviluppo sostenibile: Asvis), è Enrico Giovannini, già presidente dell’Istat, un incarico da cui si dimise per svolgere il ruolo di Ministro del Lavoro nel Governo di Enrico Letta. Dopo la prise du pouvoir di Matteo Renzi, Giovannini venne inopinatamente sostituito in quel dicastero da Giuliano Poletti. L’attuale mission del professore è quella di portavoce dell’Asvis, dove porta il suo impegno di studioso e di organizzatore. Di che cosa si tratta? Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda Globale per lo sviluppo sostenibile e i relativi 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs nell’acronimo inglese), articolati in 169 target da raggiungere entro il 2030. È un evento storico, sotto diversi punti di vista. Infatti secondo quanto sottolineano le fonti dell’associazione:

  • è stato espresso, in quell’occasione, un chiaro giudizio sull’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale. In questo modo, ed è questo il carattere fortemente innovativo dell’Agenda, con l’affermazione di una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo;
  • tutti i Paesi sono chiamati a contribuire allo sforzo di portare il mondo su un sentiero sostenibile, senza più distinzione tra Paesi sviluppati, emergenti e in via di sviluppo, anche se evidentemente le problematiche possono essere differenti a seconda del livello di sviluppo conseguito. Ciò vuol dire che ogni Paese deve impegnarsi a definire una propria strategia di sviluppo sostenibile che consenta di raggiungere gli SDGs, riferendo sui risultati conseguiti all’interno di un processo coordinato dall’Onu;
  • l’attuazione dell’Agenda richiede un forte coinvolgimento di tutte le componenti della società, dalle imprese al settore pubblico, dalla società civile alle istituzioni filantropiche, dalle università e centri di ricerca agli operatori dell’informazione e della cultura.

Il processo di cambiamento del modello di sviluppo verrà monitorato attraverso un complesso sistema basato su 17 Obiettivi, 169 Target e oltre 240 indicatori. Sarà rispetto a tali parametri che ciascun Paese verrà valutato periodicamente in sede Onu e dalle opinioni pubbliche nazionali e internazionali. Qualche mese (il 3 febbraio 2016) dopo il varo dell’Agenda globale è nata, appunto, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis) su iniziativa della Fondazione Unipolis e dell’Università di Roma ‘Tor Vergata’ (dove insegna Giovannini) allo scopo di portare avanti quell’ambizioso programma anche nella società italiana, nei soggetti economici e nelle istituzioni.
A noi sembra, tuttavia, che, se si tiene conto dei profili del nuovo Parlamento eletto il 4 marzo, soltanto l’ottimismo della volontà (una dote comunque importante e necessaria) possa aver indotto Enrico Giovannini a scrivere quanto segue: ‘‘Gran parte delle forze politiche ha sottoscritto l’Appello lanciato dall’Asvis all’inizio di febbraio. Ed è proprio dai contenuti dell’Appello, nonché dall’attuazione della Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, che si potrebbe partire non solo per rafforzare la governance delle politiche nazionali e territoriali, ma anche per trovare alcune convergenze tra le forze politiche su scelte fondamentali per portare l’Italia su un sentiero di sviluppo sostenibile’’.

Ecco le proposte: l’inserimento in Costituzione del principio dello sviluppo sostenibile; la creazione di un intergruppo parlamentare su questa tematica; il rafforzamento del ruolo della Presidenza del Consiglio nell’attuazione delle politiche rivolte agli Obiettivi di sviluppo sostenibile; la predisposizione di un’Agenda urbana e di un consiglio per le politiche sulla parità di genere; il coinvolgimento di Regioni e Comuni. Certamente, una visione tanto ampia ed illuminata ha trovato – e troverà – a parole, tante adesioni anche sincere e disposte ad agire sul serio. Ma il ‘’passaggio a Nord-Ovest’’ dai buoni propositi ai fatti è tutto un altro paio di maniche. L’Onu è un’organizzazione un po’ ammaccata, dominata dai Paesi emergenti e trascurata da quelli fondatori che ormai si trovano in minoranza. Gli accordi internazionali dedicati ad uno sviluppo sostenibile – come quello di Parigi sulle emissioni di anidride carbonica, il più importante trattato degli ultimi anni – è stato contestato dalla nuova Amministrazione americana, che sembra intenzionata a dare avvio e ad affrontare una ‘’guerra dei dazi’’ che determinerebbe un contesto di misure ritorsive tali da creare difficoltà alla ripresa economica dopo la grave crisi dell’ultimo decennio. La stessa Unione europea vive una fase di profondo disincanto.

La vittoria delle forze sovranpopuliste, in un grande Paese (per di più tra i fondatori) come l’Italia, rischia di alterare un equilibrio già precario proprio nel momento in cui si dovrebbe riformare la governance in senso maggiormente integrato. In Europa, il Gruppo di Visegrad è in attesa della leadership di una nazione con un più antico pedigree per poter esercitare un’influenza maggiore nella politica delle istituzioni europee. Ma c’è da affrontare un problema più di fondo quando si cerca di instradare le politiche della comunità internazionale nel solco di una visione di lungo termine di sviluppo sostenibile (che non è riconducibile – come precisa l’Asvis – alle sole questioni ambientali): come può esprimersi ed organizzarsi il potere politico nel perseguire scelte che ambiscano a costruire un contesto più solidale ed inclusivo nel presente e meglio garantito per le generazioni future? Quali sono le forze politiche in grado di indirizzare e governare un processo che abbia queste caratteristiche?

Winston Churchill disse che la democrazia è il peggiore di tutti i regimi eccezion fatta eccezione per tutti gli altri. Ed è sicuramente vero per quanto riguarda la democrazia rappresentativa. Ma come può un sistema politico che si nutre di un consenso a breve termine (le scadenze elettorali) prefigurare scenari proiettati avanti di decenni e politiche che solo allora raccoglieranno i frutti promessi? Certo, ci sono personalità che sono capaci di vedere oltre l’orizzonte e per questo motivo si chiamano ‘’statisti’’. Ma ne nasce qualcuno ad intervalli temporali molto distanti tra di loro; la statura di costoro viene forgiata da eventi eccezionali (una crisi, una guerra, ecc.), tanto che è ormai generalmente condivisa l’idea secondo cui è fortunato un Paese che non ha bisogno di eroi. Qualche maligno ‘’apprendista stregone’’ sostiene che le nuove tecnologie sono in grado di consentire il passaggio a forme di democrazia diretta, attraverso le quali si esprimano i cittadini. Ma si tratta del peggior autoritarismo mai prodotto da quando gli esseri umani hanno cominciato a vivere in comunità, a darsi delle regole e delle istituzioni. Assisteremmo alla patetica marcia dei gattini ciechi che non arriverebbe da nessuna parte e che sarebbe orientata da chi detiene gli strumenti della tecnologia. Soprattutto, un sistema siffatto si inibirebbe da solo ogni prospettiva.

Anche quando governo (come disse Abramo Lincoln a Gettysburg) è from the people, by the people, for the people sono le élite le vere protagoniste della storia, sia che si esprimano attraverso le tecnocrazie (il Fondo monetario internazionale, la Bce, per esempio), sia mediante gli organismi sovranazionali (la Commissione europea e le istituzioni ad essa collegate). Solo le élite – per cultura, formazione, esperienza e soprattutto estraneità al gioco degli interessi contingenti – sono in grado di avere ed esprimere una visione di progresso e di trasformazione. La trojka (Ue+Bce+Fmi) ha salvato dalla bancarotta i Paesi su cui è intervenuta proprio perché è stata in grado di prendere le decisioni opportune senza dover ricorrere al consenso. La Bce ha salvato con il QE l’eurozona senza dover chiedere il consenso a nessuno: è bastato il voto di un board composto da persone nominate.

Non è un caso, allora, che la marea populista abbia preso di mira (aggredendolo con l’utilizzo spietato della ‘’arma chimica’’ dell’invidia sociale) l’establishment, non per quello che esso rappresenta nei diversi Paesi, ma perché ha capito che lì stava il fortilizio da espugnare per ripristinare (con il pretesto del primato della politica e della sovranità di una nazione) scelte di governo con la testa rivolta ad oggi se non addirittura a ieri. A queste considerazioni si può replicare che tocca alle élite dimostrare di essere tali e che un’egemonia non può essere imposta e trasformarsi in una oligarchia. La storia recente evidenzia, tuttavia, che non è impossibile un’alleanza temporanea tra élite ed assemblee elettive (il Governo Monti ne è un esempio). Il caso Macron, in Francia, si spinge oltre: le élite possono addirittura competere nel rito sacro delle elezioni e vincerle.

 
Fonte: List - 17 Aprile 2018

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