• lunedì , 15 ottobre 2018

Le barriere agli scambi saranno poco dannose solo se avanza la crescita

di Giuseppe Pennisi
L’alluminio e l’acciaio rappresentano il 2% delle importazioni americane. Sotto questo profilo, gli aumenti dei dazi su questi prodotti non sarebbero tali da sconvolgere il commercio internazionale. In epoca relativamente recente, Nixon, Reagan, (George W) Bush ed Obama vinsero le loro campagne elettorali innalzando vessilli protezionisti.

Obama ritoccò i dazi su circa 800 voci della tariffa doganale (spesso dopo negoziati o bilaterali o multilaterali, ma sempre nell’ambito delle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio-OMC). Ciò dovrebbe demitizzare la portata del decreto firmato da Trump in pompa magna, con una manifestazione alla Casa Bianca a cui hanno preso parte delegazioni dei sindacati delle industrie interessate.

Tuttavia, le misure mostrano tutta la loro pericolosità per l’economia internazionale se inserite in una prospettiva storica recente. Da circa vent’anni è in atto un processo di de-globalizzazione, prima strisciante e, poi, dalla crisi economica del 2008. Sempre più palese. India, Cina e Russia hanno innalzato barriere agli scambi, ai movimenti di capitali ed all’immigrazione. Secondo Global Trade Alert – un osservatorio sugli scambi commerciali mondiali – dal 2010 Stati ed aree commerciali hanno adottato un maggior numero di misure discriminatorie rispetto ai provvedimenti di apertura degli scambi. In modo sempre più frequente, si tratta non tanto di dazi quanto di sussidi di Stato alle industrie nazionali, in gergo ‘barriere non tariffarie agli scambi’.

Il commercio mondiale ha subito una severa contrazione rispetto al Pil mondiale; nonostante una leggera ripresa non è ancora ai livelli precedenti il 2007. Non siamo alla vigilia di un nuovo Smoot-Hawley Act che, dopo la crisi finanziaria del 1929, aumento i dazi americani su oltre 20.000 prodotti, ma in una situazione analoga al Fordey-Mc-Cumber Act del 1922, che a fronte della ripresa dell’agroalimentare e della farmaceutica operò un incremento selettivo dei dazi su alcune categorie di importazioni. Fece pochi danni poiché nei ‘ruggenti’ Anni Venti, l’economia mondiale cresceva e le misure ebbero poco effetto. Analogamente oggi siamo ancora in una fase di espansione dell’economia mondiale (a cui l’Italia ha fatto fatica ad agganciarsi).

Se questa fase proseguirà è possibile che le misure facciano poco danno. Se, però, stimolano risposte dalle forze in favore della de-globalizzazione (nazionalismi, sovranismi e populismi vari) potrebbero essere una miccia pericolosa. Un primo rischio è quello di una contesa commerciale Usa-Cina: se le due maggiori economie del mondo inizieranno anche solo a minacciarsi ritorsioni, ne potrebbe seguire una escalation con contagi in tutte le maggiori aree commerciali. Un secondo pericolo (poco noto a chi non è addentro a queste materie) è se Trump deciderà di applicare l’articolo 301 del Trade Expansion Act del 1974 (ancora in vigore) che gli concede la facoltà di ‘investigare’ le ‘barriere non tariffarie’ di altri Paesi (ancora una volta il principale accusato è la Cina) che recano danno alle imprese americane. In tal caso, il processo di de-globalizzazione subirebbe un forte impulso. Con danni per tutti.

 
Fonte: Da Avvenire dell'11 marzo 2018

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