• mercoledì , 19 settembre 2018

Tagliadebito solo a parole

di Paolo Savona

Una delle poche note positive di questa campagna di promesse elettorali è che tutti i partiti mostrano finalmente coscienza che esiste un problema di debito pubblico che va risolto; non perché si incontrano difficoltà a tenerlo nei portafogli degli investitori o a collocarne piccole dosi in più, che dovrebbe essere la principale preoccupazione degli emittenti titoli, ma perché abbiamo preso impegno di farlo negli accordi europei. È ciò che anni addietro il Fondo Monetario Internazionale ha detto essere il problema: quello di non sapere rispettare le “preferenze rivelate”, l’avere accettato di convergere verso il 60% del rapporto debito pubblico/PIL e avere invece operato in modo divergente; siamo infatti passati da un rapporto del 105% circa nel momento in cui abbiamo aderito al Trattato di Maastricht (1992) a oltre il 130% odierno. L’Italia è considerata non credibile a livello internazionale.

Le promesse di oggi non paiono differenti da quelle di ieri, perché prevedono forme socialmente indolori basate sulle attese di una maggiore crescita del PIL, tutta ancora da conquistare, e di un avanzo di bilancio pubblico, che contrasta con gli annunci elettorali di ridurre questa o quella tassa e di aumentare questa o quella spesa per venire incontro a una delle tante istanze sociali del Paese. Su queste incoerenze economisti e pubblicisti hanno prodotto un’abbondante evidenza, senza però indurre alcun cambiamento nelle proposte avanzate. Evidentemente il monito a suo tempo lanciato alla politica da Guido Carli che “gli italiani non sono cretini” e caduto e cade nel nulla.

L’unico triangolo veramente inconciliabile tra i tanti che la pubblicistica offre alla nostra attenzione è quello tra la riduzione congiunta del rapporto debito pubblico/PIL e della pressione fiscale e l’aumento delle spese. Se l’idea resta quella che dobbiamo farlo con gli avanzi di bilancio pubblico, come l’Europa asseconda, cadremo in un bel tranello, perché entreremo in una deflazione irreversibile, dove forse già siamo. Il fatto che le esportazioni crescano – evento salutato giustamente come un grande successo, ma della politica economica non della imprenditoria – si colloca in una situazione di eccesso di risparmio interno – o, se si preferisce osservare l’altra faccia della medaglia, di carenza di investimenti; questa situazione è una testimonianza chiara delle contraddizioni in cui ci dibattiamo.

Gli avanzi persistenti di bilancia estera corrente nell’ordine del 2% sono ciò che manca al nostro sviluppo e, in assenza di investimenti privati, non possono essere mobilitati dal Governo perché lo impediscono i vincoli europei sulla spesa pubblica in deficit; se utilizzati, potrebbero riavviare il secondo motore dello sviluppo italiano, le costruzioni, in particolare le infrastrutture di cui abbiamo tanto bisogno, affiancandosi al motore delle esportazioni per raggiungere lo sviluppo necessario.

Anche se ottenessimo, con un maggiore impegno delle imprese e delle famiglie, di mobilitare il risparmio in eccesso per assorbire gli eccessi del rapporto in questione, gli avanzi primari di bilancio non possono creare un crowding in, un reimpiazzo della domanda mancante, per mostrare al mercato internazionale e all’Unione Europea che l’Italia si è collocata su un sentiero di convergenza verso il 60% del rapporto debito pubblico/PIL. Un percorso basato sugli avanzi di bilancio pubblico avrebbe effetti deflazionistici permanenti perché comporta una riduzione del debito pubblico per una cifra astronomica di ben oltre 1.000 mld di euro. Se volessimo dimostrare serietà politica – è ciò che ci viene richiesto per riacquistare credibilità – occorre ben altro impegno, sia a livello interno, sia europeo. Da noi la prima cosa da fare è che non si tocchi nel corso dell’intera prossima legislatura nessuna tassa centrale o periferica, palese od occulta (come gli oneri fiscali su ogni manifestazione di consumo, dalle bollette della luce a quelle del telefono). Solo così famiglie e imprese potranno fare programmi attendibili di costi e ricavi per vivere e per produrre senza affrontare quasi quotidianamente le variazioni di questa o quella spesa o entrata che fanno perdere il senso di che cosa è possibile fare. Lo stesso accade ai Governi che a termine si trovano un aumento del rapporto debito pubblico/PIL. Dal 1992 a oggi il rapporto cresce. Siamo improvvisamente divenuti più saggi con i tempi che corrono?

All’Europa non si devono chiedere sconti, ma presentare piani precisi basati su coerenza di comportamenti rispetto alle reali condizioni di collocabilità del debito, chiedendo di eliminare le incertezze sul possesso di titoli pubblici da parte della BCE quando Draghi lascerà la Presidenza e di varare un piano di riduzione e ristrutturazione del debito sotto controllo della BCE senza oneri per gli altri paesi-membri; la risposta non può essere di dare vita a un Fondo monetario europeo meglio dotato che promette assistenza ma infligge ai paesi deflazione nel caso di crisi di mercato del loro debito sovrano. La Grecia è un chiaro esempio. Né può esserlo il piano avanzato da 14 economisti francesi e tedeschi e rilanciato dal Governo tedesco perché, come ha ben spiegato Wolfgang Münchau sul Financial Times, l’obbligatorietà della ristrutturazione del debito e la coassicurazione dei rischi ricorrendo ai derivati, aumenta la probabilità di una crisi voluta dal mercato, soprattutto se permangono i limiti nei poteri di intervento della BCE o sale al vertice dell’istituzione un “falco” della politica monetaria.

L’Accademia italiana questa volta ha reagito per tempo e correttamente, anche se il problema delle lacune statutarie della BCE rispetto ai poteri goduti dalle principali banche centrali del mondo resta sottotono nelle sue analisi. Giuseppe Guarino ha spiegato con chiarezza quale relazione esiste tra gli assetti istituzionali (che chiama creature biogiuridiche) e le politiche che da essi scaturiscono. Se le creature sono mal fatte, lo saranno le politiche; se si vuole cambiare queste, occorre cambiare le istituzioni. Perciò ben venga la presa di coscienza sulla vulnerabilità della nostra economia legata all’anomalia del rapporto debito pubblico/PIL, ma la speranza è che siano respinte le promesse insulse o pericolose che peggiorano la nostra credibilità internazionale e, di conseguenza, la nostra esposizione agli attacchi speculativi. Su questo argomento la Banca d’Italia ha il dovere di far sapere quale sia il suo orientamento, cogliendo l’occasione per ridare smalto al suo prestigio di un tempo.

 
Fonte: Milano Finanza del 24/02/2018

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