• venerdì , 20 settembre 2019

La sfida della brexit comincia solo adesso

di Giuseppe Pennisi

Perché occuparsi ancora della Brexit a circa un anno e mezzo dal referendum in cui i britannici hanno espresso la loro volontà di uscire dall’Unione europea e a diversi mesi dall’inizio delle procedure per non fare più parte dell’Ue? In questi mesi si è trattato più volte dei vari aspetti della Brexit.

E uscito a fine ottobre uno stimolante volume di Daniele Capezzone e Federico Punzi, che raccoglie non solo le riflessioni dei due autori, ma anche una vasta gamma di interviste, dialoghi, brevi saggi e articoli, ponendo essenzialmente un punto da pochi sollevato: quanto e cosa ha appreso l’Ue dal fatto che uno dei suoi principali Stati membri abbia deciso di “uscire” e abbia scelto un metodo democratico e le procedure stabilite per farlo.

E questo l’interrogativo di fondo che ci dobbiamo porre tutti noi che restiamo nell’Ue. Dalle vicende dell’anno e mezzo che ha fatto seguito al referendum (il cui esito ha sorpreso gran parte degli europei dalle due parti della Manica) non sembra né che l’interrogativo di fondo sia stato recepito, né che vi si stia dando un “adeguata risposta.

Attenzione, lo stesso interrogativo era stato sollevato da Giandomenico Majone nel saggio The European union post Brexit uscito sullo European Law journal pochi mesi fa. Majone, classe 1932, è poco noto in Italia perché ha insegnato quasi sempre all’estero ed è stato chiamato, a fine carriera o quasi, all’istituto europeo di Fiesole, dove è professore emerito. Negli ultimi anni ha pubblicato numerosi libri impor- tanti sull’integrazione europea. Majone si chiede, al pari di Capezzone e Punzi, se dopo la Brexit l’Ue resterà essenzialmente immutata (anche se monca di una sua parte importante) o “effettuerà un adattamento dinamico” alla nuova situazione, ammettendo “l’urgenza di cambiamenti radicali nel proprio approccio all’integrazione”.

In primo luogo, dovrà riconoscere che non è uno Stato, né tanto meno un super-Stato. In secondo luogo, dovrà rinunciare all’obiettivo di trattare tutti – o quasi- i settori delle politiche pubbliche. Un adattamento dinamico richiede “leadership istituzionale” e ciò non è compatibile con “il principio secondo cui tutti gli Stati membri sono uguali”. Majone individua una buona base teorica per l’Ue, differente e più dinamica della Teoria dei club del premio Nobel (liberale e liberista) James M. Buchanan. Il principio essenziale di un’organizzazione funzionale a livello sovranazionale è che le attività vengano selezionate specificamente e organizzate separatamente. Oggi – conclude Majone – è essenziale separare l’idea generale dell’integrazione europea con il modo specifico di darle attuazione. Una quindicina di anni fa, nel saggio Europe simple, Europe strong, Frank Vibert della London school of economics è giunto a conclusioni simili tramite un percorso differente. Non è stato ascoltato.

Con le conseguenze che oggi si toccano con mano: un’Europa litigiosa e che poco conta nell’agone mondiale. Anzi, invece di impostare una seria riflessione, oggi gli Stati Ue si stanno litigando le spoglie della Brexit, come è accaduto per l’Agenzia per il farmaco, e pensano alla creazione di nuove strutture (quali l’evoluzione del Meccanismo europeo di stabilità in un Fondo monetario europeo). A un’Europa, quindi, più complicata e, necessariamente, meno dinamica. Non è stata ancora raccolta la sfida della Brexit.

 
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