• mercoledì , 14 novembre 2018

Npl, le verità non dette sulle sofferenze bancarie

di Giuseppe Pennisi

Nella riunione del 6 novembre l’Eurogruppo si è mostrato sostanzialmente d’accordo con le “nuove regole” della Banca centrale europea (Bce) in materia di contabilizzazione dei crediti deteriorati e incagliati (Non performing loans, Npl). Queste regole, quando erano state proposte poche settimane fa, avevano creato timori, tremori e critiche da parte del mondo bancario italiano. Oggi si chiede solo un maggior gradualismo nella loro applicazione. Se non ci si muove gli Npl e le obbligazioni corporate potrebbero essere all’origine di una prossima crisi, che riguarderebbe principalmente l’Eurozona.

Per capire gli Npl è utile l’analisi contenuta in un paper, ancora inedito, di Mehdi Raissi e di Anke Weber (Fmi) e di Kamiar Mohaddes del Girton College dell’Università di Cambridge in Gran Bretagna. Per rispondere alla domanda su qual è il grado di sostenibilità degli Npl, gli studiosi utilizzano un metodo innovativo: un modello non aggregato per un intero Paese, ma disaggregato in 17 aree economiche e finanziarie al fine di individuare un livello di soglia per la crescita economica al di sotto del quale non solo non si riducono gli effetti perversi dei Npl, ma addirittura si aggravano. Il livello di soglia viene individuato in un tasso dell’1,2 per cento di crescita reale annua del Pil, mantenuto, però, per diversi anni (almeno una decina). In tal modo ci si può basare solo o principalmente sulla crescita per portare i crediti deteriorati a livelli sostenibili.

Tuttavia, il lavoro dell’Fmi si focalizza sull’Italia e spiega come tale obiettivo non sia facilmente raggiungibile: non solamente a ragione dell’esperienza del passato, quando l’Italia è entrata in un ciclo di stagnazione dall’inizio degli anni Novanta, ma a causa di «rigidità strutturali di lungo periodo e della urgenza di migliorare la situazione della finanza pubblica». Quindi, non è affatto facile raggiungere un tasso di crescita del Pil dell’1,2 per cento nel lungo termine e «altre misure di politica economica devono essere messe in atto».

Il lavoro non indica quali debbano essere queste misure. Da un lato, lo studio sembra un invito non troppo implicito a fare ricorso al Meccanismo Europeo di Stabilità, misura che toglierebbe all’Italia qualsiasi ambizione di avere un ruolo chiave di orientamento delle politiche Ue (e quindi di entrare in un eventuale gruppo di direzione dell’Unione). Dall’altro, come ricorda annualmente la Banca d’Italia nel Rapporto sulla Stabilità Finanziaria, le definizioni di Npl in ambito Ue sono molto eterogenee, e quella adottata dalle banche italiane è particolarmente ampia.

In particolare, negli ultimi anni le banche italiane hanno richiesto maggiori garanzie e ridotto il rapporto tra credito erogato e valore della garanzia. Se si applicasse alle banche italiane la definizione di credito deteriorato adottata dalle principali banche europee, che esclude le posizioni interamente garantite, il tasso di copertura del sistema bancario italiano risulterebbe molto più alto e mostrerebbe un andamento crescente negli ultimi anni. Il lavoro dell’Fmi, dunque, va preso con le pinze prima di giungere a conclusioni di politica economica. Ciò nonostante è un avvertimento da non trascurare.

Con uno smaltimento dei Npl, il sistema bancario potrebbe riprendere a svolgere il suo ruolo: quello di finanziare le imprese e, tramite queste, lo sviluppo. Inoltre, potrebbe frenare quelli che possono sembrare eccessi di corporate bond, che se non tenuti in tempo sotto controllo potrebbero il germe della prossima crisi – come sottolinea l’ultimo numero dell’Economist. La liquidità non manca, anche a ragione del Quantitative easing, e dato che i rendimenti dei titoli pubblici sono bassi e il mercato obbligazionario langue – in Europa anche a ragione della situazione dell’azionariato bancario – il risparmio si sta dirigendo verso i ‘corporate bond’, le obbligazioni emesse da imprese. Molto vivace il mercato dei ‘mini bond’ di medie imprese o di piccole imprese consorziate. Non è un fenomeno solamente europeo. Anzi è iniziato negli Stati Uniti dove JP Morgan & Chase ha avvisato i propri maggiori clienti di essere cauti. Bank of America Merrill Lynch (BAMI) a metà ottobre ha avvertito che l’85 per cento dei ‘corporate bond’ potrebbero essere sopravvalutati proprio a ragione del contesto di bassi rendimenti nel mercato dei titoli di Stato. In aggiunta il mercato dei ‘corporate bond’ è meno liquido di quanto non lo fosse prima del 2007-8 poiché le banche si sono in certa misura ritirate per badare ai loro problemi. Sarebbe auspicabile che l’argomento venga messo all’ordine del giorno di una delle prossime riunioni dell’Eurogruppo.

 
Fonte: da Formiche dell'8 novembre 2017

Articoli dell'autore

Lascia un Commento

*