• venerdì , 17 novembre 2017

E’ l’ora dello Stato catalizzatore

di Fabrizio Onida

“Finalmente l’Europa s’è desta” scriveva su questo giornale Adriana Cerretelli commentando il rapporto Juncker sullo stato dell’Unione. In realtà, almeno a parole, da quasi un decennio la Commissione Europea produce documenti che esortano gli Stati membri a disegnare politiche di sviluppo industriale nell’ottica di Horizon 2020, sempre più imperniate sulla digitalizzazione di industria e servizi per un rilancio dell’industria manifatturiera. Si parla di “specializzazione intelligente” nel contesto competitivo mondiale e di “Industrial Compact” nel linguaggio bruxellese. Il problema tuttavia, come sempre, più che la definizione degli obiettivi è quella degli strumenti operativi efficaci per incidere sui comportamenti delle imprese e delle istituzioni di ricerca.
Il governatore Ignazio Visco, richiamando Lo Stato innovatore (“The entrepreneurial State”) di Mariana Mazzucato, ricordava poco tempo fa che “l’azione pubblica può diventare decisiva quando sono assai incerti, soprattutto nella fase iniziale, i risultati e il potenziale commerciale dell’attività di innovazione” (“Perché i tempi stanno cambiando”, Mulino 2015, p.122-3).

Il ministro Calenda, giustamente preoccupato che in nome di una nuova programmazione settoriale non si ripetano esperienze di “fallimento dello Stato” nel tentare di forzare il mercato, punta su incentivi fiscali automatici di Industria 4.0 (crediti d’imposta a spese di ricerca e formazione aziendale), un modico uso di credito agevolato (nuova Sabatini) e un certo numero di “contratti di sviluppo” con investitori privati nel Mezzogiorno per convincere le imprese a investire di più in tecnologie e capitale umano. Obiettivo ultimo è il rilancio della produttività, senza cui l’attuale pur moderata ripresa del Pil difficilmente resterebbe sostenuta oltre il breve periodo.

Il grande assente, sia nei documenti di Bruxelles che nell’impianto di Industria 4.0 in Italia, mi pare sia la promozione di programmi di ricerca pre-competitiva che interconnettano imprese grandi-medie-piccole nell’esplorazione di nuove traiettorie tecnologiche entro schemi di competizione-collaborazione (risk sharing, open source) in partnership pubblico-privata. Una politica pubblica catalizzatrice delle energie latenti nel settore privato (non un Stato imprenditore, né unicamente uno Stato regolatore!) per spingere il sistema produttivo a investire e rischiare non solo per coltivare i vantaggi comparati ereditati dalla storia antica e recente, ma anche per scoprire vantaggi competitivi potenziali in regime di incertezza. Una politica per aggregare energie innovative in un tessuto produttivo di piccole e medie imprese ancora oggi assai creativo ma troppo frammentato, povero di “massa critica” per competere con i concorrenti più avanzati, spesso illuso sulle prospettive dello status quo (il piccolo non è bello se non produce i germi della crescita!).

Non si tratta di sognare un paese (un’isola?) che non c’è. Ci vantiamo di essere il secondo paese manifatturiero in Europa dopo la Germania. Bene, in Germania una politica industriale insieme “diffusion oriented” e “mission oriented” mette proprio la ricerca pe-competitiva al centro dei 10 “Future projects” promossi dal Ministero dell’Istruzione e della Ricerca, dall’Agenzia governativa GTAI e dalla Industry-Science Research Alliance, fra cui il progetto Industrie 4.0 che coltiva in particolare le opportunità della nuova industria manifatturiera (Smart digital manufacturing for the future). Lo schema amministrativo è quello da tempo con successo sperimentato dalla Fraunhofer Gesellschaft: un terzo a testa dei costi ripartiti fra governo federale o regionale, Università e settore privato.

La ricerca pre-competitiva stimola la circolazione delle informazioni tra imprese collocate in diversi segmenti del mercato, facilita il trasferimento delle conoscenze da Università e centri di ricerca scientifica alle imprese, incoraggia la ricerca di standard tecnici condivisi, spinge le imprese partecipanti a maturare esperienze di problem solving, promuove la cooperazione fra imprese grandi e di minori dimensioni entro veri e propri “ecosistemi innovativi” (sotto molti profili il nuovo nome degli antichi distretti industriali), attrae la localizzazione di laboratori di ricerca da parte delle imprese multinazionali presenti nel paese.

Francia, Regno Unito, Olanda con modalità diverse sperimentano programmi di ricerca pe-competitiva sulle frontiere delle tecnologie del futuro. Negli USA (liberisti?), dopo l’esperienza positiva di Sematech nella microeletttronica, fioriscono esperienze di consorzi di ricerca pre-competitiva con partecipazione di denaro pubblico, come le Diagnostic Companies nel farmaceutico (ad esempio il LabCorp), che interconnettono imprese farmaceutiche, classe medica, imprese assicurative e agenzie governative.
In Italia non dovremmo continuare a pensare che questo tipo di politica industriale sia fuori della nostra portata per scarsità di mezzi finanziari, mancanza di una burocrazia amica del mercato e/o ritardo culturale del nostro tessuto imprenditoriale.

 
Fonte: dal Sole24Ore del 5 ottobre 2017

Articoli dell'autore

Lascia un Commento

*