• lunedì , 26 giugno 2017

Gli economisti della mezza stagione

di Carlo Clericetti

“Signora mia, non c’è più la mezza stagione”! E’ una delle frasi più usate per indicare ironicamente quell’espressione di pigrizia mentale che è il “luogo comune”, ossia un’affermazione ritenuta ovvia per la sua diffusione e familiarità senza che ci si preoccupi di verificarne l’effettiva rispondenza alla realtà.

Ebbene, oggi i discorsi economici sono pieni di luoghi comuni, che continuano ad essere ripetuti da economisti senza sprezzo del ridicolo e – a cascata – da politici, giornalisti e “opinionisti” di vario genere. Il luogo comune, non essendo un prodotto della razionalità, è inattaccabile dai fatti anche quando questi gridano la sua incongruenza: come in una religione, non è previsto l’uso del ragionamento logico.

Se però affermare che non c’è più la mezza stagione non causa alcun danno, i luoghi comuni dell’economia ne provocano di pesantissimi, facilitando la persistenza nell’applicazione di ricette che prolungano all’infinito la crisi, mantengono la disoccupazione a livelli insopportabili, peggiorano la vita delle persone. E’ importante, allora, il tentativo di un gruppo di economisti di contestare questi luoghi comuni con un libro comprensibile anche ai non esperti di economia, anzi, scritto proprio per questo tipo di pubblico, per fornirgli gli strumenti che lo mettano in grado di capire le insensatezze spacciate per aggiustamenti indispensabili. Il libro è intitolato appunto “Economia e luoghi comuni – Convenzione, retorica e riti”, a cura di Amedeo Di Maio e Ugo Marani (ed. L’asino d’oro).

Nell’introduzione i due curatori offrono sconsolatamente la prova di una sorta di “gioco dell’oca” del pensiero economico, riportando due frasi con la stessa critica, fatta quasi con identiche parole, a un principio base dell’economia neoclassica: la prima frase è del 1878, la seconda del 2013. Eppure ancora oggi la politica economica dominante – almeno in Europa – è ispirata appunto all’economia neoclassica.

Tanto nelle dichiarazioni ufficiali quanto nei dibattiti televisivi si continua a ripetere fino alla nausea quanto sia indispensabile tagliare la spesa pubblica. Anche questo deriva da un luogo comune, e cioè la diffusa convinzione, spesso ripetuta esplicitamente nei dibattiti e discorsi pubblici, che non ci sia differenza tra la gestione di un bilancio familiare e quella della finanza pubblica. Invece c’è, come spiega bene il saggio di Aldo Barba e Giancarlo De Vivo, ed è una differenza determinante. Ma anche qui siamo nel gioco dell’oca, perché la stessa cosa è stata spiegata tante e tante volte. Per esempio tentò di farlo capire a Margaret Thatcher, in un discorso al Parlamento inglese, l’economista Nicholas Kaldor: naturalmente senza risultato.

I tagli al bilancio sono anche l’ossessione dei sostenitori dell'”austerità espansiva”, una teoria che ha provocato disastri a non finire ma continua di fatto ad informare la politica imposta dall’Europa. Se ne occupa il saggio di Vittorio Daniele, dopo aver letto il quale sembrerebbe che non ci sia più niente da discutere. E invece dobbiamo leggere dichiarazioni come quelle fatte qualche giorno fa a Repubblica da Jyrki Katainen, vice presidente della Commissione Europea, secondo cui la flessibilità di bilancio non serve a niente (certo: se è lo 0,2% del Pil non è flessibilità, è una presa in giro) e l’essenziale è “avere i conti in ordine”.

Rinviamo alla lettura del libro, davvero consigliabile, per l’analisi delle altre banalità spacciate per scienza. Resta da capire come mai abbiano tanta fortuna sia nelle accademie, sia nelle classi dirigenti. Sono tutti stupidi? Beh, qualcuno ce n’è di sicuro, come dappertutto, ma non si vede perché in queste categorie dovrebbero esservene in proporzione maggiore. Nel libro si avanza l’ipotesi della “cattura”: quando il sistema di potere funziona secondo certe regole, se vuoi far carriera è senz’altro più opportuno allinearsi piuttosto che contestarle. E tanto nelle università che nelle strutture tecnocratiche è probabile che ci siano molti casi del genere.

Ma c’è anche un’altra possibile spiegazione, non alternativa ma complementare. Determinate teorie economiche sono funzionali ad imporre certe politiche piuttosto che altre, e quindi importa poco che siano corrette: la loro funzione è semplicemente quella di giustificare quelle specifiche decisioni, dando loro un’apparenza di inevitabilità: “bisogna fare così perché lo dice la scienza economica”. Un po’ come il “ce lo chiede l’Europa” che tante volte abbiamo sentito a giustificazione di misure impopolari, ma in questo caso elevato al rango di “legge naturale”. Ma di naturale c’è solo l’eterno gioco del potere che per affermarsi non si fa scrupolo di nessun mezzo.

(Repubblica.it – 13 apr 2016)

www.carloclericetti.it – Twitter: @CarloClericetti

Marani

 
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