• domenica , 17 dicembre 2017

L’euro alla prova: economia da risollevare /2- Fine

di Antonio Fazio.

Veniamo a noi. Nel 1997 l’Italia entra nell’Europa dell’euro. Nel Trattato di Roma del 1957 l’obiettivo dell’Unione è lo sviluppo economico. Un principio solennemente espresso nel Trattato che deve presiedere alla politica economica è la sussidiarietà. Ogni Paese deve attuare la politica che ritiene adatta al suo sistema economico e alle sue istituzioni e coordinarsi con gli altri per tendere all’obiettivo comune della crescita.

 

(Avvenire del 23 marzo 2016 – 2 – fine. Leggi il testo integrale

La precedente puntata è stata pubblicata il 22 marzo)- Leggi il testo integrale

 

 
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3 Commenti

  1. Salvatore Zecchini
    25 marzo 2016 di 20:40 Rispondi

    ho letto con interesse i due articoli di Fazio e debbo dire che li ho trovati solo in parte condivisibili nell’analisi e nelle conclusioni. Il primo è un ben noto excursus storico, in cui alcuni passaggi non sono chiaramente tratteggiati. Ad esempio, nella repubblica di Weimar il passaggio da iperinflazione a stabilità monetaria avviene senza spiegarne come, né si chiarisce se sia stato un bene o un male. Penso che sia stato un bene, nonostante “le ripercussioni temporaneamente dannose per l’economia”, richiamate da Fazio. La deflazione successiva ha diverse cause a monte e non semplicemente la politica monetaria post-iperinflazione.
    In Italia nel 1947, in circostanze diverse, Einaudi pose fine all’alta inflazione rapidamente senza cadere nella deflazione.

    Sullo statuto della BCE modellato su quella esperienza ho qualche dubbio, e non solo perché il contesto economico e politico è totalmente diverso, ma perché nel sistema euro vi è stata flessibilità sia sull’obiettivo d’inflazione, sia sul deficit pubblico, dato che è straripato più volte oltre il limite, sia in Francia e Germania, che in Italia e in altri paesi. Inoltre l’obiettivo di equilibrio di bilancio è statuito sull’intero ciclo economico, e non su un singolo anno, ed è misurato in termini strutturali, ovvero corretti per il ciclo. Sul devastante impatto del ritorno alla parità aurea tra le due guerre, oggi vi è un generale consenso tra gli economisti. Fu un errore per molti motivi.
    Sul secondo articolo, la tesi di Fazio, che coincide con quanto sostengo da anni, è che il paese era (ed aggiungo, lo è ancora) carente sul fronte della competitività di costo e di altri aspetti di struttura. Doveva incrementare la produttività, ma a mio avviso non solo nell’industria come dice Fazio, ridurre il CLUP e dare flessibilità al costo del lavoro (aggiungo in linea con l’andamento della produttività a livello di impresa). Bisognava attuare un piano pluriennale di riduzione del debito/pil, ma voglio ricordare che stare sopra il 60% non impediva l’ingresso nell’euro, in quanto il ministro Carli aveva negoziato la clausola secondo cui un paese al di sopra del 60% poteva partecipare all’euro se avesse messo in atto una tendenza all’avvicinamento verso quello obiettivo. Fazio depreca che non lo si sia fatto, ed è giustissimo, ma poi dice che il sistema non aveva funzionato.

    Qui sono in totale disaccordo, perché non è responsabilità del sistema, ma del paese mettere in atto politiche coerenti con il processo d’integrazione in cui aveva deciso liberamente di partecipare. Resta naturalmente il difetto dell’asimmetria della condotta macroeconomica della domanda in Germania e nei paesi in surplus. Quindi la maggior responsabilità è della classe politica italiana, che non ha fornito la giusta guida, e anche delle forze sociali che si sono opposte (e continuano ad opporsi) a necessarie riforme, come quella del lavoro e delle pensioni. D’altronde, l’alternativa sarebbe stata una lira soggetta a periodici deprezzamenti, che tuttavia non avrebbero salvato la crescita in quanto l’economia mondiale era intanto cambiata radicalmente.

    Di questi cambiamenti radicali non si parla affatto nell’articolo: l’ascesa della Cina e dell’Asia, i cui prodotti hanno spiazzato i nostri e di altri paesi deboli dell’euro, la globalizzazione, la digitalizzazione, il ruolo vitale dell’innovazione e della ricerca, la nuova mobilità internazionale dei capitali, la redditività del capitale reale più elevata all’estero che in Italia, la nuova concorrenza anche nel campo di alcuni servizi (telecomunicazioni), la necessità di potenziare i servizi a rete, i trasporti, le debolezze del modello di specializzazione industriale dell’Italia, esposto più di altri alla concorrenza dei paesi emergenti.

    In queste condizioni, anche un euro debole non risolve i problemi italiani, perché i deficit di competitività, innovazione, flessibilità dei fattori produttivi, nei servizi e nelle infrastrutture continuano a pesare. Né l’alternativa del deprezzamento della lira in un sistema a cambi fluttuanti fuori dall’euro avrebbe risolto i nostri problemi, perché la concorrenza viene da più fronti e il risultato finale sarebbe pur sempre un impoverimento del paese in assenza delle dovute riforme.

    Quanto alle soluzioni proposte da Fazio, sono tutte in chiave macroeconomica e quindi parziali. Occorre invece una strategia su molti fronti strutturali, oltre che sulla domanda interna ed esterna. Non bastano gli investimenti pubblici finanziati dall’Europa a riportare l’Italia a una crescita sostenuta e sostenibile, come non bastarono a Roosevelt per tirare l’economia americana dalla grande depressione. Fu la domanda generata dalle necessità belliche della Seconda Guerra Mondiale a riportare l’economia americana sul sentiero di crescita. Parimenti, non è la crescita da sola che possa abbassare un Debito/PIL sopra il 130%, come abbiamo oggi. Negli ultimi 50 anni nessun paese così indebitato è mai riuscito a “grow out of debt”, e sarebbe un vero miracolo se l’Italia vi riuscisse con le politiche macroeconomiche della domanda. Sono necessarie molte altre misure e condizioni altrettanto importanti.
    Ci sarebbe molto ancora da dire, ma mi fermo qui.

     

    • Carlo Clericetti
      Carlo Clericetti
      26 marzo 2016 di 14:13 Rispondi

      Caro Salvatore, come sai bene lo statuto della Bce le assegna un obiettivo prioritario, che è la stabilità dei prezzi: solo una volta soddisfatto quello la banca centrale asseconda le politiche economiche dell’Ue. Fissare questa regola è stata una scelta politica sbagliata come quella del pareggio di bilancio, perché elimina la discrezionalità che nel governo dell’economia è resa necessaria dal mutare imprevedibile delle situazioni. Che succede, per esempio, se si crea una situazione di stagflazione, come è accaduto in passato? La Bce sarebbe costretta a prendere decisioni che aggraverebbero ulteriormente la congiuntura. Quanto alle correzioni per il ciclo, si basano su calcoli tanto esoterici quanto discrezionali nella scelta e nel peso delle variabili, e quelli usati dalla Commissione hanno già mostrato in modo eclatante la loro assurdità in particolare nella fissazione dei livelli di “disoccupazione strutturale”.
      Ridurre il CLUP è un obiettivo giustissimo, ma tu, come quasi tutti, sottintendi che si deve farlo agendo sulla flessibilità del lavoro e del salario. Ma il CLUP è un rapporto, e la produttività dipende solo in parte – e non la più importante – dall’organizzazione e dal costo del lavoro. Perché non si dedica un’attenzione almeno pari all’altro fattore, ossia agli investimenti, che sono ben più rilevanti ai fini dell’aumento della produttività?
      Sull’inadeguatezza delle politiche italiane c’è poco da dire: in particolare i danni del ventennio berlusconiano sono stati esiziali. Assai minori le responsabilità dei sindacati: anche lì, certo, ci sono stati errori, ma ti ricordo che le pesanti riforme delle pensioni sono state fatte la prima con la partecipazione attiva dei sindacati e le altre con opposizioni poco meno che di maniera, tranne forse per lo “scalone” che era peraltro una decisione inappropriata: le modifiche della previdenza devono essere graduali, non a salti improvvisi.
      Le ricette. Le riforme strutturali sono certo necessarie, ma bisognerebbe farle in modo sensato, come NON sono quelle che abbiamo visto finora. Ma l’aspetto macro in questa fare è determinante. Roosevelt aveva preso la strada giusta, ma ricorderai che a un certo momento pensò erroneamente che la crisi fosse superata e tornò alle restrizioni di bilancio, strozzando la fragile ripresa. In queste fasi il problema del debito non è prioritario (certo, bisogna avere una banca centrale che ti protegge) e d’altronde la politica dei consolidamenti di bilancio ha mostrato con evidenza che non solo non ha funzionato, ma ha peggiorato il male che avrebbe dovuto curare.

       

  2. Paolo Savona
    29 marzo 2016 di 10:40 Rispondi

    Paolo Savona è stato intervistato dall’Avvenire del 27 marzo 2016 per commentare l’articolo scritto dal già Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio sulle cause della crisi dell’Euro e dell’Europa e sul ruolo che dovrebbe svolgere l’Italia.
    ***
    1) Al di là dei populismi di alcuni partiti, quali sono i limiti oggettivi sul piano economico dell’attuale “impalcatura” europea? Risposta: La delega di sovranità all’Europa aveva come presupposto che essa sarebbe stata gestita meglio di quanto l’Italia non avesse fino a quel momento mostrato di saper fare. E’ accaduto l’opposto e ci siamo ritrovati con i vincoli senza maggiori opportunità.
    1) E quali sono i fattori economici che più la preoccupano?
    Risposta: La mancanza di strumenti di politica economica da attivare a livello nazionale per correggere i comportamenti interni e internazionali, come il ricorso a una politica fiscale per rilanciare l’occupazione che, come giustamente ricorda Fazio, dovrebbe essere l’unico vero obiettivo.
    2) Fatta la diagnosi, ha anche la terapia da indicare?
    Risposta: Non avendo approfittato della crisi del 2008 per chiedere all’Europa politiche di pieno impiego unitamente a quelle di stabilità, né avuto il coraggio di uscire dall’euro non essendoci state concesse, siamo in una trappola. Sarebbe troppo costoso uscire oggi dall’euro. L’unica alternativa possibile è cedere l’intero patrimonio pubblico per ricondurre il rapporto debito pubblico/PIL intorno al 60% e poi rilanciare gli investimenti anche violando il parametro del deficit di bilancio pubblico. Dovremmo essere coperti dal rischio di un attacco speculativo che proprio ieri il Chairman della BCE Draghi ha ricordato come possibile.
    3) Quali aspetti l’hanno più colpita dell’analisi dell’ex governatore Fazio?
    Risposta: Che la pensi come me, nonostante l’ostracismo che ho subito in passato, anche se non da parte sua, per aver sostenuto apertamente che l’Italia non era pronta a entrare nell’euro, come lui oggi afferma, e che l’euro era costruito male, quella che ho chiamato in un pamphlet dell’epoca come “L’Europa dai piedi di argilla”. Oggi in molti dicono la stessa cosa, ma non traggono le conseguenze che non possiamo accettare questa Europa. Sulla terapia di Fazio concordo. Non a caso siamo allievi della stessa Scuola, la Banca d’Italia prima dell’euro.
    4) Il surplus della Germania nella bilancia dei pagamenti: va sanzionata Berlino o ci sono altri correttivi possibili?
    Risposta: Va sanzionata secondo le procedure esistenti ma, soprattutto, andrebbe imposto un tasso dell’interesse negativo elevato sui saldi positivi del Target2, il conto di clearing europeo, finché essi non provvede a riassorbirli espandendo la domanda interna fino a registrare un passivo di bilancia corrente. Se non vogliono, chiediamo che siano loro a uscire dall’euro e manteniamo solo il mercato comune, l’istituzione che ha sempre funzionato bene e ancora funziona.
    5) Ora l’Europa rischia la deflazione. Il non aumento dei prezzi è un pericolo così grave? e come va invertita la rotta?
    Risposta: La spiegazione di Antonio Fazio è perfetta. Da tempo però insisto che la media dei prezzi è fuorviante, perché alcuni prezzi diminuiscono fortemente (come il petrolio), altri aumentano ben oltre il 2% (tra questi, le “solite” tariffe dei servizi pubblici o, in modo occulto, le tasse per coprire le loro perdite). La deflazione ha effetti gravi sui beni industriali e sui servizi privati perché incidono direttamente sui profitti e, in molti casi, portando al fallimento le imprese, minano la stabilità delle banche
    6) Come giudica la politica monetaria della Bce?
    Risposta: ha ben tamponato la crisi ma, nel contempo, ha assolto i Governi dal prendere le necessarie decisioni, sostituendosi a essi, ossia giustificandone l’inedia e gli errori di politica fiscale. Avendo sostenuto la politica di austerità è divenuta parte del problema, non la soluzione. Ha curato i sintomi, ma non la malattia, a causa degli errori di diagnosi che solo ora afferma di aver cambiato. Ha inoltre tenuto spento il secondo motore dello sviluppo, le costruzioni, seguendo gli interessi della Germania.
    7) Quale consiglio darebbe al governo Renzi?
    Risposta: Chiedere l’aiuto di chi ha visto giusto per tempo e non affidarsi a ragazzini privi di esperienza teorica e pratica o a praticoni. Deve darsi un programma di lungo respiro, anche se difficile da realizzare. Gli italiano lo capirebbero e lo seguirebbero.
    8) Quanto è grave il nodo del debito pubblico italiano?
    Risposta: Gravissimo, ma perché il mercato internazionale lo considera tale. Di fatto modesto, perché i titoli possono essere ancora collocati anche a tassi oggi ridicoli per il rischio che corre l’acquirente.
    9) Reputa l’euro in sostanza irreversibile o va predisposto un “piano B” per un’ipotetica, futura uscita?
    Risposta: Non è mai stato irreversibile, se non a chiacchiere. Un sistema mal costruito non può durare a lungo. Prima o dopo deflagra. Se il Governo e la Banca d’Italia non hanno un Piano B, come da me insistentemente richiesto, verranno condannati dalla storia quando gli archivi verranno aperti, anche se non scoppierà un terremoto monetario.
    L’ABI di Mussari, un Presidente molto intelligente e accorto, aveva uno schema di Piano B fuori dalle istituzioni ufficiali. Non avere un Piano B significa ignorare il bene del Paese e continuare a inseguire farfalle (ossia non essere gruppi dirigenti di uno Stato-nazione).
    Paolo Savona

     

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