• mercoledì , 19 settembre 2018
LA CRESCITA NON SI FA COL DEFICIT SPENDING A SPESE DEGLI ALTRI

LA CRESCITA NON SI FA COL DEFICIT SPENDING A SPESE DEGLI ALTRI

di Salvatore Zecchini

Al solito, nel dibattito nazionale argomenti di policy di grande importanza per il Paese rimangono in sordina per dare spazio a mesi di polemiche su questioni ai margini della società. Un esempio: le proposte a Bruxelles del documento Padoan per rilanciare la crescita economica in chiave comunitaria.

Il documento, di ottima qualità, esplicita il pensiero del Governo sulla strategia per far crescere un paese in affanno nell’allinearsi ai vincoli dell’Unione Economica e Monetaria, e pertanto merita una grande considerazione da tutta la società.

Pur pregevoli, le proposte rischiano nondimeno di rimanere lettera morta a Bruxelles, perché mescolano buone argomentazioni con irrealistiche ambizioni, senza considerare la realtà attuale e le diverse velocità con cui i paesi membri sono disposti ad avanzare verso l’integrazione, ossia la crescente divergenza tra euro-convinti, euro-dubitativi e fuori-euro.

Ha ragione l’Italia quando definisce inadeguata la combinazione di politiche perseguita in Europa nel periodo di bassa crescita e tendenza alla deflazione. Allo stesso modo è giustificata l’enfasi sulla necessità di un’effettiva simmetria di politiche della domanda tra paesi in surplus come la Germania e paesi in aggiustamento, come quelli della fascia sud dell’UE. Ed è centrato il richiamo alle sinergie tra interventi di riforma e gli stimoli agli investimenti, all’occupazione, a completare l’unione bancaria e finanziaria, ed il mercato unico.

Ma quando si entra nei particolari dei progressi da realizzare per la crescita le proposte suonano alquanto irrealistiche, o incongrue con la storia di squilibri dell’Italia. La richiesta di fondo è che l’UE deve mirare a un’ampia condivisione dei rischi e dei relativi costi di aggiustamento nei campi più critici, confidando sulla fiducia reciproca che i partner rispetteranno le regole di aggiustamento. Si tratta di condividere i costi per risanare i bilanci pubblici, contrastare la disoccupazione a carattere congiunturale, coprire gli investimenti pubblici in infrastrutture e ricerca, assicurare i depositi bancari, potenziare il Fondo di salvataggio delle banche ed unificare i mercati dei capitali.

Quale fiducia, tuttavia, può ispirare un paese che per decenni non è riuscito a piegare la scalata del debito pubblico oltre il 100% del PIL e che chiede ancora di poter spendere in deficit fino al margine del 3% del PIL, incurante della volatilità del giudizio dei mercati finanziari e confidando invece sulla rete di sicurezza stesa dalla BCE con il Quantitative Easing? Come si possa chiedere all’UE un’assicurazione contro la disoccupazione congiunturale, quando le rigidità sul mercato del lavoro in Italia sono superiori a quelle delle economie più dinamiche e quando lo stesso oggetto dell’assicurazione è difficile da misurare? Ancora, un’assicurazione europea dei depositi bancari oggi, allorquando le banche italiane registrano crediti deteriorati (non coperti) in misura superiore alle economie più forti. E la domanda di unificare i mercati dei capitali, quando le regole italiane di esecuzione delle garanzie contrattuali e dei fallimenti sono più penalizzanti per i creditori che negli altri paesi? Anche la richiesta di un’Unione che finanzi aumenti degli investimenti pubblici dei paesi in difficoltà, solleva dubbi legittimi tra i partner, quando si osserva che durante la recessione il Paese ha ridotto soprattutto la quota di PIL dedicata agli stessi, che molti di essi non contribuiscono ad accrescere la competitività del sistema produttivo e perfino i rendimenti per la società appaiono incerti (esempio: notevole spesa per insegnamenti con scarsi sbocchi sul lavoro)? In breve, queste misure non possono che apparire come una richiesta ad altri paesi di farsi carico dei costi nostri.

Dubbi ancora sulla realizzabilità di una politica di bilancio unificata, quando i parlamenti nazionali non vogliono spogliarsi del potere di decidere su tasse e spesa pubblica. Altri dubbi per una politica comune apparentemente per gestire il problema dei rifugiati nell’UE, ma in realtà per le immigrazioni di massa in corso da anni, quando su questo punto le divergenze di prospettiva tra paesi sono profonde.

Invero, i problemi all’origine del documento italiano, ossia poca crescita e poche riforme, sono effettivi, molto sentiti ed ardui, ma molte delle soluzioni proposte si presentano come salti verso ideali dietro cui è facile intravedere comportamenti opportunistici da parte di chi in un non lontano passato non ha dato prova di affidabilità. Quindi, limitarsi a richieste più realistiche ed intanto avanti con decisione nel riformare a casa.

 
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