• lunedì , 19 agosto 2019
Pechino è lontana da quello status

Pechino è lontana da quello status

di Fabrizio Onida

Nessuno costringe l’Europa a eliminare entro novembre le 52 misure anti-dumping attualmente vigenti contro le importazioni dalla Cina di prodotti di acciaio, ceramica, meccanica e altro: prodotti che peraltro pesano in tutto meno dell’1.4% sul totale delle importazioni europee da quel paese. Un paese è accusato di dumping quando la sua esportazione di un particolare prodotto è offerta a un prezzo inferiore a quello praticato per lo stesso prodotto sul proprio mercato interno: un “prezzo predatorio” di concorrenza sleale che crea o minaccia gravi danni all’occupazione del paese importatore. Tutto ciò, bisogna dire, con buona pace della teoria microeconomica della concorrenza imperfetta e oligopolistica, che considera il “prezzo predatorio” un possibile normale strumento di strategia temporanea dell’impresa che cerca di penetrare un nuovo mercato .

L’Accordo Anti Dumping sottoscritto alla nascita della WTO (1995) prevede che, nel caso di merci provenienti da “economie non di mercato” (oggi Cina, Vietnam, Albania, diversi paesi ex-Unione sovietica) i cui prezzi interni si suppongono non credibili perché distorti dall’intervento statale, il calcolo del margine di dumping e dei conseguenti legittimi dazi prenda come base di comodo prezzi praticati per lo stesso tipo di prodotto da un paese terzo considerato “di mercato”. Ovviamente ciò provoca intricati contenziosi presso i tribunali della WTO, che in molti casi – come quello EC Fasteners su viti e bulloni importati dalla Cina – ha visto l’Appellate Body della WTO dare due volte torto all’Europa che lamenta danni per un miliardo di dollari.

Ora l’art. 15 (d) del protocollo di accesso della Cina alla WTO (10 novembre 2001) prevede che dopo il periodo transitorio di 15 anni alla Cina venga riconosciuto il MES (Market Economy Status), mettendo quindi in crisi gli attuali dazi antidumping praticati da USA e UE. Ma attenzione: il MES non ha una definizione uniforme per tutti, bensì viene riconosciuto “in conformità alle regole proprie dei singoli paesi membri”. Gli USA hanno già fatto intendere che alla scadenza del prossimo novembre non riconosceranno il MES alla Cina. E dato l’impianto pervasivamente dirigista dell’economia cinese, come più volte ricordato anche su queste pagine (Paolo Bricco, Adriana Cerretelli e altri) la UE ha ampi spazi per seguire la stessa linea, mantenendo aperto un lungo contenzioso giuridico.

Tutto bene, purchè non si perdano di vista altri dati di realtà come i seguenti.

Primo, in caso di ripetute soccombenze della UE davanti al tribunale d’appello WTO, la Cina verrà autorizzata dalla stessa WTO a imporre sanzioni di vario tipo che penalizzino le esportazioni europee verso il proprio mercato (ricordo i vini italiani nel 2013 durante le dispute sui pannelli solari). Nelle guerre commerciali, quasi sempre imposte da abili lobby di settore, bisogna sempre calcolare le contromosse dell’avversario, e chiedersi se il gioco porta vantaggi netti a paese.

Secondo, esistono anche in Europa e in Italia molti produttori ed esportatori contrari ai dazi sull’acciaio e altri prodotti intermedi cinesi, perchè minori prezzi all’importazione di importanti componenti di costo favorirebbero la nostra competitività per molti manufatti, come prodotti di metallo per casa e ufficio, componenti auto-motoveicoli, elettrodomestici.

Terzo, se l’Europa rinunciasse agli attuali dazi antidumping, le regole WTO prevedono comunque dazi e altre misure di difesa anti-sussidio (countervailing measures). Certo bisogna dimostrare (cosa non facile ma non impossibile) l’entità del sussidio pubblico agli esportatori cinesi, nonché il fatto che il danno ai nostri produttori deriva direttamente dall’esistenza di quei sussidi e non da altre cause contingenti.

Infine, più in generale, occorre sempre chiedersi quanto serve alla lunga difendere dalla concorrenza estera produzioni domestiche ereditate dalla storia, anzi che accompagnarne un rapido ridimensionamento spostando le risorse nazionali verso prodotti e settori nuovi, ovviamente con interventi di politica attiva di welfare e lavoro.

 
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