• mercoledì , 12 dicembre 2018

QE, a che serve e a che non serve

di Carlo Clericetti

Quello che è accaduto ieri sui mercati, dopo che il presidente della Bce Mario Draghi aveva annunciato le nuove decisioni della banca centrale, dovrebbe servire a risolvere un dibattito che va avanti da qualche tempo fra sostenitori e detrattori del QE, il quantitative easing – cioè l’allentamento monetario tramite l’acquisto di titoli sul mercato secondario – a cui la Bce, come altre banche centrali, ha cominciato a ricorrere quando la manovra sui tassi d’interesse è diventata impossibile dato che questi sono arrivati ad azzerarsi.

Serve o non serve il QE? Certo che serve, a meno di non pensare che i banchieri centrali stiano sbagliando tutti. Ma non serve a risolvere tutti i problemi, come d’altronde essi stessi vanno ripetendo da decenni: “La politica monetaria da sola non basta…”. Poi, sull'”altro” che servirebbe le ricette divergono. Ma cerchiamo di vedere una cosa per volta.

Ciò che è accaduto ieri dopo la conferenza stampa di Draghi ha realizzato, come raramente accade, una cosiddetta “prova controfattuale”. Il controfattuale è un esercizio teorico che fanno gli economisti per valutare l’adeguatezza delle scelte di politica economica: come andrebbe se invece di fare A e B facessimo A e C, oppure B e C? Naturalmente si resta sul piano della speculazione astratta, perché in effetti si è fatto A e B e le conseguenza di scelte diverse possono solo essere simulate con modelli econometrici. Stavolta, invece, abbiamo un controfattuale realizzato. I mercati si aspettano dalla Bce misure più forti sull’aumento del QE. Che cosa ha provocato la loro delusione? Un crollo delle Borse (ma questo è un fattore secondario), un aumento dei tassi e degli spread e un forte rialzo del cambio dell’euro. Ecco dunque, specularmente, a che cosa è servito e serve il QE: a indebolire il cambio (favorendo quindi le esportazioni), a ridurre i tassi sui titoli (minor spesa per interessi per gli Stati) ma anche sui prestiti, cosa che dovrebbe spingere le imprese ad investire. La maggiore quantità di moneta in circolazione, inoltre, dovrebbe risollevare l’inflazione verso l’obiettivo della Bce (appena sotto il 2%).

Di queste ultime due cose, però, finora non si è vista traccia. Gli investimenti non sono ripartiti e anzi continua la loro estrema debolezza, e l’inflazione danza pericolosamente attorno allo zero. A questo dunque il QE non è servito, e si tratta dei fattori forse più importanti. Come mai? Perché manca appunto l'”altro” che servirebbe. Secondo la Bce (ma anche la Banca d’Italia, la Commissione Ue, la Germania…) l'”altro” possono essere solo le mitiche riforme strutturali (che non è materia della banca centrale, ma dei governi). Le riforme strutturali aumentano la crescita potenziale dell’economia, cosa che migliora le opportunità di investimento e infonde fiducia negli investitori spingendoli ad agire.

Ora, ammesso e niente affatto concesso che le riforme strutturali che si stanno approvando siano quelle giuste (in particolare quelle sul mercato del lavoro), anche chi le propugna ammette che i loro effetti non sono immediati, richiedono tempo, e un tempo non breve. Ma il tempo non è un fattore ininfluente: mentre si aspetta che le riforme producano i loro effetti l’economia continua a ristagnare, altre imprese falliscono riducendo la base industriale, la quantità di lavoro non aumenta e quindi i consumi non ripartono. Il livello della domanda rimane depresso, insufficiente persino a saturare la capacità produttiva esistente. In queste condizioni, tutta la fiducia del mondo non spingerebbe gli imprenditori ad investire, per mancanza di uno sbocco alle loro produzioni. La produttività ristagna, perché il suo andamento dipende anche dai volumi della produzione, e questo provoca una pressione al ribasso sui salari indebolendo ulteriormente la domanda, aggravando il circolo vizioso. Esiste in effetti una situazione in cui questa strategia può almeno in parte funzionare: se la congiuntura internazionale è forte la domanda estera si sostituisce a quella interna per stimolare la crescita. Ma a parte il fatto che non è una buona politica (perché genera altri squilibri e perché dà in mano ad altri le chiavi del nostro benessere), oggi la situazione è opposta: il mondo sta rallentando, la maggior parte dei “grandi importatori” è in crisi, come si potrebbe contare su una dinamica sufficiente dell’export?

Bisognerebbe applicare l’altra ricetta: gli investimenti privati riprenderanno solo “dopo” una ripresa della domanda, e quindi dovrebbero essere gli investimenti pubblici a riavviare il ciclo. E qui ci scontra con le ben note “regole” europee: no all’intervento dello Stato nell’economia, bilanci pubblci tendenti al pareggio, riduzione dei debiti tramite il taglio della spesa. Regole che Draghi (e Bankitalia, ecc.) non mettono invece assolutamente in discussione.

O meglio, sono disposti a derogarvi a una certa condizione. Quale? Quella che si realizzino le riforme strutturali decise dalla tecnocrazia europea: via le protezioni del lavoro, tagli al welfare, riforme istituzionali che privilegino la stabilità politica (leggi: che permettano di governare alle classi dirigenti omogenee a questa linea) rispetto agli esiti dei processi democratici, accettazione delle regole imposte dalla “cupola” europea anche quando contrastano con le Costituzioni degli Stati membri.  E alle deroghe viene data un’apparenza di oggettività grazie a formule matematiche manipolabili, come quella che definisce il “Pil potenziale” che è quello in base al quale viene concesso o meno lo sconfinamento dai parametri predefiniti. La Spagna di Rajoy, a cui viene concesso da anni di doppiare o anche più il rapporto deficit/Pil, è un fulgido esempio di questa politica. Poi dice che la Spagna cresce più di tutti perché ha fatto più riforme: no, è perché fa più deficit di tutti!

Ma la priorità delle tecnocrazie europee (in cui si possono ben ricomprendere i politici d’accordo con questi principi) non è quella di uscire dalla crisi, ma di trasformare il funzionamento delle società secondo il disegno di cui si è appena detto. La crisi, l’emergenza perenne, è funzionale a questo disegno. Prendersela con il QE è come cercare le chiavi sotto il lampione non perché lì si erano perdute, ma solo perché lì c’è la luce.

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Twitter: @CarloClericetti

 
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