• venerdì , 20 settembre 2019

Contro l’Isis ci affidiamo a Stranamore

di Carlo Clericetti

Che il G20 contro il terrorismo si sia tenuto in Turchia permettendo al premier Erdogan di tenere il discorso di apertura è una plateale manifestazione di ipocrisia politica, persino superiore a quella che permise, nel 2003, di affidare la presidenza della commissione Onu per i diritti umani a un rappresentante della Libia di Gheddafi. Il fatto che il discorso di apertura spetti al leader del paese ospitante sarebbe la prassi, certo. Ma si può far finta di ignorare che Erdogan è tra i maggiori fiancheggiatori  (o almeno lo è stato finora) dell’Isis? Si può permettere che dica che “la lotta al terrorismo riguarda anche il contrasto alle risorse che lo sostengono”, quando la Turchia è tra i soggetti che permettono – o addirittura favoriscono – che si procurino quelle risorse? Una buona parte del petrolio che l’Isis vende al mercato nero, per esempio, passa dalla frontiera turca, a volte addirittura sotto gli occhi dei militari che fingono di non vedere. E anche volontari e armi verso lo Stato terrorista transitano in territorio turco.

Come si sa, la maggior parte degli introiti dell’Isis deriva dalla vendita del petrolio. Le stime su quanto ricavi sono diverse, e variano da 270.000 dollari al giorno fino addirittura ai due milioni al giorno. Comunque un sacco di soldi, e un volume fisico che è difficile pensare che possa passare inosservato. Tutto quel petrolio non viene certo trasportato a piedi con i secchielli.

Erdogan ha favorito l’Isis in funzione anti-Assad e nella sua partita contro i curdi, che considera evidentemente il suo problema prioritario. Si ricorderà che fino a poco fa non aveva concesso l’uso delle sue basi per gli aerei della composita alleanza anti Stato islamico; che per la battaglia di Kobane aveva consentito solo ai curdi iracheni (con i quali ha buoni rapporti) il passaggio per andare a combattere, impedendolo invece ai curdi turchi; che dopo la strage di Ankara, con la scusa di bombardare l’Isis, a cui ha attribuito l’attentato, ha invece colpito i curdi del Pkk. Insomma, una lunga serie di azioni criminali per le quali da europei e americani non ci sono state reazioni.

Questo nonostante l’evoluzione del quadro del conflitto. Sappiamo che all’inizio l’Isis ha avuto l’appoggio finanziario – e anche politico – di molti paesi, a cominciare dagli Usa e dai sauditi, che volevano far cadere il regime siriano. Senza addentrarci nel ginepraio geopolitico di questa parte del mondo, che anche a voler schematizzare richiederebbe molte pagine di trattazione, basti dire che oggi non è più così. Ma secondo molte fonti a sostenere fortemente il califfato è rimasto il Qatar, sia con finanziamenti e sia soprattutto con l’appoggio logistico, perché dalla sue banche passerebbero tutti i rapporti finanziari dell’Isis.  Il motivo si può forse rintracciare in una vicenda iniziata alcuni anni fa, nel 2009, quando Assad rifiutò una proposta del Qatar di costruire un gasdotto che si sarebbe collegato all’Europa in concorrenza con la Russia sua alleata. Non solo: l’anno successivo strinse invece un accordo per un’altro gasdotto con l’Iran, che avrebbe permesso a quest’ultimo di rifornire l’Europa attraversando Siria e Iraq, facendo infuriare il Qatar. Il crepitare delle armi nasconde sempre il fruscio delle banconote.

La potenza dell’Isis è insomma figlia degli intrecci geopolitici in cui le questioni di interesse vengono ammantate di ideali come l'”esportazione della democrazia” e il “rovesciamento del tiranno”. E se questo provoca guerre, significa soltanto che il business cresce. Bombardare le banche del Qatar sarebbe sicuramente più efficace che colpire le truppe jihadiste. E anzi le banche non c’è neanche bisogno di bombardarle, perché esistono altri strumenti meno cruenti e più efficaci, dai provvedimenti giuridici e amministrativi fino alle sanzioni al paese coinvolto. Ma sono strumenti che hanno un costo, perché implicano la perdita di affari. Anche le guerre hanno costi, probabilmente anche più elevati. Stime Usa sulla spesa del loro paese per gli interventi in Iraq e Siria parlano di un miliardo di dollari al mese, che è ancora poco al confronto di quelle per l’Afghanistan e la Libia (un miliardo a settimana). Ma c’è una differenza: questi sono costi sostenuti dagli Stati, cioè dai contribuenti, mentre per le imprese sono guadagni. E pazienza per i “danni collaterali” (ossia la perdita di vite umane). Il presidente della Commissione Ue Juncker, comunque, ha già detto che le spese anti-terrorismo sono fuori dalle regole del Patto di stabilità.

L’ineffabile presidente francese Hollande si è subito affrettato a proclamare “siamo in guerra” e ad annunciare cambiamenti della Costituzione. Quale migliore occasione, per il presidente a cui i sondaggi attribuiscono il più basso gradimento popolare nella storia della Quinta Repubblica, di mostrare che è un duro e cercare così di recuperare quel consenso che minaccia di premiare il Front National di Marine Le Pen alle prossime elezioni? Alcuni sondaggi prima degli attentati  davano il Front già oltre il 50%, e per la prima volta anche la Le Pen è stata convocata dal presidente per discutere della situazione, poco dopo Sarkozy. I consigli di quest’ultimo sono certo da tenere in gran conto, visto che è stato il principale artefice di quel capolavoro di “esportazione della democrazia” che è stato la vicenda libica.

Insomma, il dottor Stranamore è sempre con noi. Invece di concentrare gli sforzi per stroncare i traffici di armi, di petrolio e di opere d’arte dell’Isis e di sanzionare gli Stati che lo finanziano e lo fiancheggiano, la soluzione dei paesi “avanzati” e democratici è quella di buttare le bombe. Che magari, ormai, dopo i tanti danni che sono stati fatti, un po’ ce ne vogliono, ma non dovrebbero essere l’intervento principale. Ma “business is business”, e la guerra è uno dei business più appetitosi.

www.carloclericetti.it

 
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