• sabato , 24 giugno 2017
Visioni, ricerca e lo Stato attivo

Visioni, ricerca e lo Stato attivo

di Fabrizio Onida

Merita particolare attenzione l’ultimo numero di “Scenari industriali” del Centro Studi Confindustria che, partendo da un giudizio positivo sulle “buone basi” di ri-partenza dell’industria manifatturiera in Italia dopo la grande recessione, traccia le linee di un percorso verso una Industria 4.0 col sostegno di una “nuova politica industriale”. Speriamo siano finalmente archiviate le sterili polemiche ideologiche tra chi invoca uno Stato che dovrebbe solo garantire le condizioni esterne (”Doing business”) entro cui il mercato decide le proprie traiettorie di sviluppo, restando rigorosamente estraneo (“hands off”) alle scelte di investimento delle imprese, e coloro che (non da ieri) sostengono che non ci si può fermare a queste (pur sacrosante) politiche orizzontali e occorre (cito da p. 96 del Rapporto CSC) “ricostruire un circolo virtuoso tra imprese e pubblica amministrazione, tra iniziativa privata e indirizzo pubblico per condividere una visione sulle prospettive dell’apparato produttivo” così da “favorire la nascita di pionieri, aprire nuovi settori e nuove specializzazioni, reinterpretare in termini tecnologicamente più evoluti quelli esistenti, come richiedono le tendenze internazionali con le quali l’Italia si deve confrontare e rispetto alle quali deve saper tenere il passo”.

Guardando a ciò che avviene nei paesi industrialmente avanzati, non si può fare finta di ignorare il ruolo attivo di Stato stimolatore, facilitatore, catalizzatore che accompagna le scelte di investimento delle imprese con una “visione lunga” del sistema produttivo. Visione senza cui si possono anche scollinare le congiunture avverse e difendere spazi di sopravvivenza, ma non si riesce ad accelerare la spinta verso la frontiera della concorrenza internazionale, garantendo così alle nuove generazioni piena valorizzazione professionale dei titoli di studio e del loro capitale umano, superamento di condizioni troppo spesso di avvilente precarietà del lavoro, rigorosa meritocrazia in una società inclusiva.

Non illudiamoci, non è facile calare nel contesto normativo e comportamentale del nostro sistema i pur numerosi esempi di politiche innovative e di trasformazione industriale che ci vengono da paesi vicini come la Germania (High Tech Strategie), la Francia (Nouvelle France Industrielle, poli territoriali di competitività), Regno Unito (High Value Catapult Centres facenti capo al ministero di Business Innovation and Skills). Per non parlare degli USA, dove il finanziamento pubblico e le collaborazioni pubblico-privato continuano a giocare un ruolo cruciale (come da tempo ci incalza a riflettere Mariana Mazzucato) nel definire commesse pubbliche e aggregare investimenti privati in settori come energia, salute, sicurezza, reti digitali. Su ipotesi di “grandi programmi” a visione lunga realisticamente proponibili nel disegno della politica industriale italiana vorrei tornare in un successivo articolo.

Non è facile per almeno tre ragioni.

Primo, come su queste pagine (20 settembre) scrivevo circa il Programma Nazionale di Ricerca 2015-2020 e riprendeva Patrizio Bianchi (3 novembre), per porre le basi di un innovativo e non dispersivo disegno di politica industriale bisogna affrontare alla radice il nodo del dualismo non coordinato del MIUR (ricerca accademica) e del MISE (imprese): ruolo avocabile a Palazzo Chigi?

Secondo, continua a mancare una infrastruttura univocamente e massicciamente dedicata (modello della Fraunhofer tedesca in particolare) al trasferimento della migliore ricerca scientifica e tecnologica alle imprese, anche medie e piccole, capaci di generare potenziali nuovi vantaggi competitivi. Non bastano e non possono essere dedicati a tale scopo ricercatori puri (come la generalità dei ricercatori del CNR, dell’IIT e altri Centri di sviluppo scientifico-tecnologico), anche se eccellenti. Serve scovare e formare personale specializzato capace di parlare sui territori il linguaggio delle imprese. Serve una struttura necessariamente a guida pubblica, anche se con forte partecipazione di capitali e centri privati.

Infine, nel disegnare e monitorare i progetti c’è sempre il rischio di intromissione della bassa politica e nostalgia di potere delle burocrazie statali e locali, laddove occorrono indipendenza di giudizio, visione lunga e primato di competenze scientifiche e tecnologiche sulle (pur nobili e necessarie) competenze amministrative e burocratiche.

 

 
Fonte: Il Sole 11 novembre 2015

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