• venerdì , 22 novembre 2019

La Germania, Sansone e i Filistei

di Carlo Clericetti

 

La Germania ha iniziato il suo declino come potenza egemonica dell’Europa? E’ la tesi di Daniel Gros, direttore del Center for European Policy Studies di Bruxelles ed economista di grande reputazione (e viene da dire: anche troppo grande). Il titolo di un suo recente articolo non esprime dubbi: The End of German Hegemony (qui in italiano).

La crescita della Germania mentre il resto d’Europa arrancava, afferma Gros, è frutto di circostanze eccezionali che stanno per finire. “In 12 degli ultimi 20 anni – scrive l’economista – il tasso di crescita della Germania è stato inferiore alla media degli altri tre maggiori stati dell’Eurozona (Francia, Italia e Spagna). Anche se la crescita della Germania ha visto un’impennata nel periodo post-crisi, il Fondo Monetario Internazionale prevede che scenderà al di sotto della media dei tre paesi – e di gran lunga al di sotto della media dell’Eurozona, che comprende i più piccoli paesi a elevata crescita dell’Europa centrale e dell’est – entro cinque anni”.

Il fatto che sia vicina alla piena occupazione, e tuttavia cresca poco, mostra che la produttività è fiacca. La popolazione invecchia e gli immigrati non hanno le competenze necessarie; per di più Berlino si è accorta di non riuscire a gestire da sola i rifugiati, e ha dovuto chiedere aiuto. La sua politica è stata tradizionalmente orientata all’est, mentre oggi al centro dell’attenzione sono i paesi del Medio Oriente dove la sua influenza è inesistente. Inoltre, con i tassi a zero, a poco serve la sua potenza finanziaria. Infine – Gros cita per ultimo questo fattore – gran parte dei mercati di sbocco delle sue esportazioni, su cui ha basato la sua politica economica, o sono in crisi (gli emergenti) o stanno virando la loro politica dagli investimenti ai consumi interni (la Cina), cosa che avvantaggia piuttosto il tipo di merci esportate dai paesi del sud Europa.

Gros conclude ipotizzando che ne deriveranno conseguenze politiche: senza più una Germania forte, in grado di imporre disciplina fiscale e riforme strutturali, la politica europea potrebbe diventare più lassista e persino la Bce potrebbe sentirsi autorizzata a continuare con gli stimoli monetari “indebolendo ulteriormente gli obiettivi fiscali”. Una ulteriore conseguenza sarebbe una crescente tentazione tedesca di abbandonare l’Unione.

Queste valutazioni e questi timori vanno letti alla luce degli orientamenti di Gros, che fa parte degli economisti cosiddetti mainstream, che cioè approvano e caldeggiano le politiche finora attuate in Europa. Quindi Gros non sembra preoccuparsi tanto del fatto che, se le cose vanno come dice lui, si tratta di una conferma di quanto sia sbagliata una politica che punta tutto sulle esportazioni. No, si preoccupa che possa allentarsi la morsa dell’austerità e che rallentino quei cambiamenti che a Berlino e Bruxelles hanno il coraggio di chiamare riforme.

Preoccupazioni che un altro economista, Francesco Saraceno, si è affrettato ad alleviare. Da un confronto degli andamenti di alcune variabili fondamentali tra la Germania e altri 11 paesi euro (quelli che c’erano fin dall’inizio) risulta che è in atto una forte convergenza e che tutti hanno applicato e stanno applicando appunto le politiche imposte da Berlino. Rinviamo all’articolo (qui in italiano) per i vari grafici che lo dimostrano e riproduciamo qui solo l’ultimo, riassuntivo.

Convergenza Ue

Le prime colonne indicano i saldi di bilancio al netto degli interessi, poi c’è la domanda interna al netto delle scorte, quindi gli investimenti fissi lordi (totali, privati e pubblici). Come si vede, tranne che per il primo dato (spiegabile con le difficoltà degli altri paesi) la convergenza è aumentata enormemente. Il modello tedesco – restrizioni di bilancio e spasmodica ricerca di aumento dell’export – è stato accettato da tutti. Quindi, conclude Saraceno, Gros non ha motivo di preoccuparsi.

Invece di arrovellarsi sulla eventualità che in un prossimo futuro l’Europa si abbandoni al lassismo finanziario Gros – e quelli che la pensano come lui – farebbe forse meglio a interrogarsi su un modello di società, quello tedesco, che è forse vicino alla piena occupazione, ma con oltre il 20% di questi occupati con retribuzioni da 450 euro (integrati da sussidi pubblici) e lavori precari. E’ nota l’immediata obiezione: “Stanno forse meglio i disoccupati?”. Certo che no. Ma se una delle più forti economie del mondo non riesce ad assicurare ai suoi cittadini la possibilità di avere un lavoro vero e una retribuzione decente, è su questo che dovrebbero interrogarsi gli economisti. Tanto più che le celebrate “riforme strutturali”, che la Germania avrebbe fatto, non solo hanno ottenuto questa miserevole condizione per quasi un quarto dei lavoratori, ma hanno avuto ben scarso successo nel migliorare l’efficienza dell’economia se – come lo stesso Gros osserva – la crescita della produttività rimane su livelli minimi.

Qualcuno potrebbe obiettare che allora di riforme strutturali la Germania non ne ha fatte abbastanza. E avrebbe ragione. Perché, come ormai dovrebbe esser noto a tutti, il successo di questi anni è stato costruito comprimendo il costo del lavoro e segmentando quel mercato in almeno cinque figure principali; con un cambio che – grazie alla moneta unica a cui partecipano paesi più deboli – è stato sottovalutato rispetto al livello che avrebbe avuto il marco se ci fosse stato ancora; e a un costo del credito che è stato abbattuto dalle disgrazie altrui, per i flussi di capitali che cercavano impiego in una economia solida. A questo aggiungiamo la disgregazione dell’Unione Sovietica che ha reso i paesi dell’est “il cortile di casa” dei tedeschi, come una volta era l’America Latina per gli Usa. E l’enorme crescita della Cina e degli altri emergenti che hanno alimentato la domanda di prodotti in cui la Germania è tradizionalmente leader. Insomma, per dirla ancora con Gros, “circostanze eccezionali”. Nonostante le quali i risultati sono quelli che sono. Siamo davvero sicuri che quello tedesco sia un modello?

Anche perché il motivo di preoccupazione che Gros elenca per ultimo, cioè la frenata delle economie che hanno permesso alla Germania il suo boom dell’export, rischia invece di essere tra i più rilevanti per il prossimo futuro. Le ultime previsioni di tutti i centri di ricerca indicano un netto peggioramento delle prospettive, come si vede bene da questa tabella riassuntiva del Centro studi Confindustria.

Prev-comm-mond660

Sì, ci sarebbe poi un nuovo miglioramento nel 2016, ma probabilmente questo vale fino al prossimo aggiornamento delle previsioni, che, come mostra quest’altro grafico, da anni peccano di eccessivo ottimismo.

Previs-sballate660

La via tedesca dell’ultimo quindicennio, dunque, oltre a non aver dato buona prova sul piano sociale, rovesciando la fulminante battuta dell’ex ministro Rino Formica sull’Italia (“Il convento è povero, ma i frati sono ricchi”: qui è appunto il contrario), rischia ora anche sul piano dei risultati del paese. E siccome è la via imposta a tutta l’Europa, sarà tutta l’Europa a pagarne le conseguenze, come già ha pagato in questi anni in termini di bassa crescita, anch’essa conseguenza della “germanizzazione”.

Così, dobbiamo sperare che si realizzi proprio quello che Gros ritiene il pericolo maggiore, cioè che tutta questa situazione alimenti il movimento anti-euro in Germania fino a spingerla ad uscire dalla moneta unica: magari, sarebbe la soluzione di tanti problemi. Che però questo possa accadere davvero appare, almeno al momento, poco probabile. Lo è di più, invece, vista la cocciutaggine tedesca, che la linea politica non cambi se non marginalmente, non in misura tale da generare una vera svolta; e che la Germania, Sansone d’Europa, ci faccia fare la fine che la Bibbia racconta nel Libro dei Giudici: “Muoia Sansone con tutti i Filistei!”.

(Repubblica.it – 23 ott 2015)

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