• lunedì , 19 agosto 2019
Già nei Buddenbrook le radici storico-culturali dell’affaire Volkswagen

Già nei Buddenbrook le radici storico-culturali dell’affaire Volkswagen

Di Giuseppe Pennisi

Le radici dello scandalo Volkswagen sono due, non necessariamente tipiche dell’industria automobilistica tedesca. Una di lungo periodo, l’altra relativamente più recente. La prima è presente in vario modo nei Paesi chiamati in storia economica «di tarda industrializzazione». Oltre alla Germania, ad esempio, Francia e Italia.

Il fenomeno della tarda industrializzazione si caratterizza per la cosiddetta «innovazione adattiva», quando i processi di ricerca e sviluppo vengono reperiti all’estero e adattati al Paese importatore. Nell’Ottocento la normativa sui brevetti era piuttosto blanda (il primo ufficio dei brevetti fu istituito in Gran Bretagna, Paese «di prima industrializzazione », nel 1853, e la prima convenzione internazionale fu firmata solo nel 1883) e l’applicazione era ancora più approssimativa. In queste condizioni, lo spionaggio industriale imperversava: basta leggere lo smisurato romanzo di Thomas Mann ‘I Buddenbrook – Decadenza di una famiglia’ per avere un’idea. In Italia e in Francia, lo scandalo della Banca Romana e l’affare Stavinsky (reso celebre dal film con Belmondo) avevano come componenti primarie intrecci tra politica, finanzia ed edilizia, ma riguardavano anche i segreti industriali. Nella Repubblica Federale è rimasto ancora irrisolto il caso della Fraulein Rosemarie (titolo anche di un film pluripremiato di Rolf Thiele): l’omicidio di una donna nel migliore albergo di Francoforte, delitto verosimilmente legato a spionaggio industriale transatlantico nel settore metalmeccanico.

La seconda radice è connessa alla governance molto speciale della Volkswagen, creata nel 1937 tra i preparativi alla Seconda guerra mondiale. È uno strano ibrido d’impresa a vasta partecipazione statale, controllata da una famiglia (in lite perpetua) e dai sindacati aziendali. La famiglia è la medesima di quella che detiene la Porsche. Sino a pochi anni fa era dominata dal presidente Ferdinand Piëche, padre di 12 figli notoriamente litigiosi. Piëche riuscì a far nominare nel Consiglio di indirizzo e sorveglianza la propria quarta moglie Ursula, ex maestra di giardino d’infanzia e successivamente governante di casa Piëche. In base ad un patto parasociale, i Piëche-Porsche votano uniti negli organi sociali (e hanno la metà delle azioni). Degli altri dieci componenti del Consiglio, due rappresentano il Land della Bassa Sassonia (20% delle azioni), due il fondo del Qatar (17% delle azioni) e i lavoratori. Tre seggi su cinque nel potentissimo Comitato esecutivo, emanazione del Consiglio, sono appannaggio dei sindacati aziendali. Markus Roth della Phillips Universitaat di Marburg scrive ironicamente che sin dall’inizio la storia della Vw è stata un «telenovela». Dato il contesto, quindi, è del tutto verosimile che un gruppo di ‘volenterosi’ abbia potuto operare nel supremo interesse aziendale per trovare un modo con cui manipolare i controlli sulle emissioni inquinanti. Senza fare alcun rumore, come nel rossiniano Barbiere di Siviglia.

 
Fonte: Avvenire - 27 settembre 2015

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