• lunedì , 19 agosto 2019
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Le varie fortune di un modello d’impresa, dal web alle raccomandate.

di Franco Debenedetti

Google si chiamerà Alphabet. Ha cambiato nome perché ha cambiato struttura, è diventata una holding di aziende, ciascuna con propri capiazienda, identità, missioni. Accanto a Google le altre imprese: dalle medicine per combattere le malattie da invecchiamento ai palloni aerostatici per dare il wi-fi in zone non raggiunte da reti, dall’internet delle cose alle applicazioni di intelligenza artificiale, auto senza guidatore e robot. Alphabet sarà un enorme fondo di investimenti in tecnologie avanzate, come la Berkshire Hathaway di Warren Buffett lo è in prodotti maturi con buon cash flow. Saranno sempre Larry Page e Segey Brin a decidere gli investimenti, solo ci sarà maggiore chiarezza. La Borsa ha valutato Alphabet 25 miliardi di $ più di Google del giorno prima. E’ la bolla di internet? È l’idea che Page e Brin, qualunque cosa facciano, i profitti aumenteranno? Ma c’è chi si chiede, non senza preoccupazione: mica torneremo alle conglomerate?

Noi non abbiamo Silicon Valley, ma quanto a conglomerate non siamo secondi a nessuno. Conglomerate abbiamo avuto fin dall’inizio del nostro sviluppo industriale, all’inizio del secolo scorso. L’Ansaldo del fratelli Perrone faceva di tutto, dalle navi alle locomotive, dal ferro alle automobili: al suo massimo aveva 100.000 operai. In un’economia chiusa, si può vendere solo sul mercato interno; se questo è limitato, per crescere più velocemente ci si allarga in altri settori, magari prendendo il controllo di una banca per finanziarsi con i soldi dei depositanti. Finì come sappiamo: con la crisi del ’30 molte aziende fallirono, fallirono le banche, rischiò di fallire la Banca d’Italia. E fu l’Iri: una conglomerata.

Sul modello conglomerata è basato il nostro capitalismo delle grandi famiglie: in testa una finanziaria che controlla ramificazioni orizzontali in settori diversi e verticali su piani multipli: sovente esse pure quotate. Chi è al vertice della piramide con la diversificazione riduce il rischio, con la leva multipla moltiplica la possibilità di finanziarsi. E con la dimensione ha un peso maggiore verso il governo erogatore e le autorità regolatrici: paga lo “sconto di conglomerata” per godere di questo “beneficio privato del controllo”, che resta anche oggi che le trattative con parti correlate sono soggette a più severe procedure. I risparmiatori potrebbero investire nelle aziende operative, decidendo loro come diversificare il portafoglio: se investono nei piani più alti della piramide è perché pensano sia loro interesse affidare i risparmi a chi ha dimostrato di saper fare così bene i propri.

Conglomerate nel privato, conglomerata nel pubblico. L’Iri lo era, e gigantesca, al suo apice forse la maggiore del mondo occidentale. Quando, per non farci tirare a fondo, dovemmo privatizzarla, c’era chi, Giuseppe Guarino, allora ministro dell’Industria del governo Amato, avrebbe voluto privatizzare delle holding, contenitori di Iri, Eni, Ina e quant’altro. Sia lode a Piero Barucci, ministro del Tesoro, che ci evitò questa sciagura. Evitato, ma non del tutto impedito: ci vollero anni perché Enel vendesse i cavi di Terna, Eni i tubi di SnamReteGas, Finmeccanica le sue attività ferroviarie. Dove, per Terna e Snam, il “vendere” dovrebbe virgolettarsi, dato che una quota appena sotto la soglia dell’Opa è in mano alla Cassa Depositi e Prestiti (che lavora sotto traccia per fare tris con la banda larga). Giulio Tremonti usò la Cdp per portare “sotto la linea” una parte del debito pubblico, Matteo Renzi vuole usarla per l’Ilva, e ne ha cambiato anzitempo i vertici per predisporla a interventi di “politica industriale”: facendone sempre di più una conglomerata. Solo che, come la Rai non è la Bbc, la Cassa non è Google.

Men che mai lo sono le Poste, anch’esse una conglomerata: il business bancario assicurativo insieme a quello postale tradizionale, i profitti del primo a sussidiare le perdite del secondo. Entrambe usano la rete di 14mila uffici, ma sarebbe banale separale societariamente finché lo stato è proprietario unico di entrambe. Invece è partita la “privatizzazione”: il 60% saldamente in mano al Tesoro, il tetto del 5% al possesso azionario a tener lontani investitori istituzionali, una parte del 40% attribuita ai dipendenti (in pratica ai sindacati) a cementare gli equilibri esistenti e bloccare l’evoluzione dell’azienda. In tal modo, quello che il governo conta di raccogliere (tra 2,4 e 4,4 miliardi) riflette solo il valore della rendita monopolistica che vende, senza quello che emergerebbe con uno smontaggio della conglomerata che ha fatto di tutto per impedire. E poi si dice “svendere”.

 
Fonte: Il Sole 24 Ore - 21 Agosto 2015

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