• venerdì , 20 settembre 2019

L ultima offensiva della fiducia

“La ripresa si rafforza”, assicura davanti al Parlamento europeo il presidente della Bce Mario Draghi. “Il programma Bce di acquisti dei titoli pubblici migliora il contesto macro, riduce l’incertezza e sostiene la fiducia”, gli fa eco il governatore di Bankitalia Ignazio Visco. Non parliamo poi del nostro presidente del Consiglio, che peraltro si prende il merito di tutto quello che di positivo sta accadendo, come si vede da questo suo tweet che fa impallidire le balle che sparava Berlusconi.

Intanto l’indice Pmi, costruito con un sondaggio fra i responsabili degli acquisti delle imprese, segna i massimi da otto mesi per la Germania e da dieci mesi per l’Eurozona. E’ un indice che le banche centrali tengono in particolare considerazione, ritenendolo un buon anticipatore del ciclo economico. Un segnale di buon auspicio, dunque, che si aggiunge agli altri fattori positivi che ormai ci hanno ripetuto ad ogni occasione: riduzione del prezzo del petrolio, indebolimento del cambio dell’euro che dovrebbe favorire le esportazioni e il quantitative easing della Bce che, Draghi dixit, sta funzionando, cioè si sta trasmettendo a tutta la catena del credito fino all’economia reale (anche se in Italia, almeno fino a febbraio, di questa trasmissione non s’è vista traccia, dato che i prestiti alle imprese sono risultati ancora in calo di un altro 2,8% rispetto a un anno prima).

Insomma, stavolta di fattori reali per vedere un po’ di luce ce ne sono, a differenza di tutte le altre volte – praticamente almeno un paio all’anno, da quando è cominciata la crisi – in cui è stata annunciata una imminente ripresa, puntualmente smentita dai fatti. E’ venuto il momento di sperare davvero?

Prima di rischiare l’ennesima delusione è bene riflettere sul perché tutte le altre volte l’unica cosa che è cresciuta è stata la pessima reputazione dei previsori. Le loro figuracce sono state dovute in parte a errori effettivi, che sono stati riconosciuti anche se non da tutti. Il Fondo monetario è stata l’istituzione che più ha fatto autocritica, qualcosa anche l’Ocse; le istituzioni europee, invece, non si sono fatte alcuno scrupolo di negare pervicacemente la realtà, attribuendo la colpa del disastro ai paesi neghittosi nell’attuare a sufficienza le mitiche “riforme strutturali”. Ma il problema non sono stati solo gli errori tecnici: una parte forse ancora più importante l’hanno avuta le convinzioni derivanti da oltre un trentennio di egemonia delle teorie economiche che oggi ricomprendiamo sotto la definizione di “neo-liberismo”. Secondo queste teorie l’intervento pubblico nell’economia è per definizione dannoso, e anche se riuscisse a non fare danni sarebbe inutile. Gli Stati devono limitarsi a creare le condizioni migliori perché i privati possano svolgere al meglio l’attività economica. E dunque massima flessibilità del lavoro (che significa poter fare con i lavoratri quello che si vuole), rendere inoffensivi i sindacati, privatizzare qualsiasi cosa, avere come stella polare la riduzione della spesa pubblica e delle tasse, deregolare il più possibile. Le “riforme strutturali” sono appunto queste: attuandole si stimolerà la fiducia dei capitalisti, che si scateneranno ad investire facendo ripartire l’economia.

La fiducia, dunque, come carburante decisivo per gli investimenti privati, i soli – secondo questa visione – davvero in grado di far marciare l’economia. Ma funziona questa teoria? A vedere quello che è successo non si direbbe. Le ripetute rassicurazioni di tutti i previsori istituzionali, secondo cui la ripresa era sempre lì lì per arrivare, non sembrano aver smosso minimamente i famosi animal spirits, e i paesi che sono tornati a crescere sono – guarda un po’ – anche quelli dove il deficit pubblico è stato più alto, come Regno Unito e Spagna, mentre la Francia è riuscita a stento a galleggiare grazie al fatto che se n’è clamorosamente infischiata di riportare il deficit sotto il 3%.

L’Italia è stata tra i più disciplinati, e l’ha pagato caro, con tre anni di pesante recessione. Un’analisi interessante di quello che è avvenuto l’ha fatta Leonello Tronti (in questo articolo), da cui prendiamo a prestito un grafico che ci sembra molto significativo.

Componenti-Pil

Come si vede, i consumi della pubblica amministrazione (spesa pubblica) sono cinque punti sotto il 2009, si salva l’export che le aziende hanno visto come unca possibilità di vendere qualcosa, consumi e importazioni puntano in basso. Ma quello che crolla drammaticamente – oltre 30 punti – sono gli investimenti. Si può pure proclamare a più riprese che si vede la luce in fondo al tunnel, ma se poi gli imprenditori continuano a vedere leggi di stabilità restrittive ne concludono che quella luve resterà lontana e si guardano bene dall’investire. Un particolare non da poco: le indagini sulla fiducia, sia delle famiglie che delle imprese, hanno dato risultati positivi dalla primavera del 2013 all’autunno del 2014, ossia quasi per un anno. Insomma, la disposizione d’animo di famiglie e imprese era favorevole, ma evidentemente questo non basta (guardate la linea degli investimenti in quello stesso periodo: continua a precipitare). Se non c’è qualcosa di concreto, va bene la fiducia, ma la prudenza è ancora più importante.

E dunque, torniamo alla domanda iniziale: è la volta buona? Stavolta qualcosa di concreto c’è, le condizioni esterne (petrolio, cambio, QE). Non c’è ancora, invece, uno stimolo alla domanda. Non in Italia, dove la scorsa legge di stabilità è stata ancora restrittiva e difficilmente la prossima sarà molto diversa; e nemmeno in Europa, che ha da offrire solo il ridicolo piano Juncker e un modestissimo allentamento del percorso di austerità. Il cambio più debole potrà dare un aiuto alle esportazioni, ma da Cina e Giappone non arrivano segnali molto incoraggianti sull’andamento delle rispettive econmie, e i paesi petroliferi certo non se la passano bene. La Russia, poi, al calo della sua fonte principale di entrate aggiunge i problemi creati dalle sanzioni. Insomma, il quadro di chi dovrebbe comprare i nostri prodotti non è splendente.

Quei tre fattori positivi, quindi, potrebbero non bastare. Più probabilmente, basteranno a farci finalmente vedere un Pil che non va sottozero, ma che si impenni (come dovrebbe, dopo il pesantissimo calo subìto) non sembra aria. Se poi dovesse andare peggio di queste pur prudenti ipotesi (e speriamo davvero che non succeda) sarebbe l’ennesima prova cha hai voglia ad invocare la fiducia: come recita il vecchio proverbio, “chi di speranza vive disperato muore”.

 
Fonte: Repubblica.it - 24 Marzo 2015

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