• lunedì , 9 dicembre 2019

La Spagna e un modello perche fa deficit

Mentre si svolge la finta discussione tra il governo italiano la Commissione sui nostri conti pubblici, la Spagna annuncia la più forte diminuzione di disoccupati dal 2011 e una crescita stimata quest’anno all’1,3% e al 2 il prossimo. Da noi, invece, il Bollettino Bankitalia prevede un Pil negativo anche nel terzo trimestre, l’anno dovrebbe chiudersi a –0,3 o –0,4% (ma c’è ancora tempo per peggiorare) e il prossimo anno saremmo contenti di non andare per la quarta volta consecutiva sottozero (e probabilmente resteremo delusi). La Spagna ci è stata indicata spesso come modello, e in effetti lo è: solo che per un motivo radicalmente diverso da quello sostenuto da chi ci propone queste lezioni.

Ma andiamo con ordine. Perché “finta discussione” con la Ue? Perché tutto si sta svolgendo esattamente come previsto. Il presidente Renzi ha dichiarato ai giornalisti: “Non ci sono grandi problemi. Ci sono uno o due miliardi di differenza che possono essere trovati anche domattina”. Su questo non c’è dubbio, visto che ce li avevamo già pronti. Chi segue questo blog lo ha letto una settimana fa, il 14 scorso: se non se lo ricorda legga qui il penultimo capoverso.

E veniamo alla Spagna, che ha annunciato un calo di oltre un punto della disoccupazione nel terzo trimestre e 515.700 disoccupati in meno nell’ultimo anno. Certo, non è tutto oro quello che luccica: nonostante il calo la disoccupazione resta al 23,67% e di quel mezzo milione solo poco più della metà (274.000) ha davvero trovato un lavoro, mentre altri 240.000 sono solo usciti dalla statistica perché sono “scoraggiati” e il lavoro non lo cercano più. Ma non c’è dubbio, visti anche i dati sul Pil, che la situazione spagnola stia nettamente migliorando.

“Merito della riforma del lavoro di Rajoy”, dicono i tecnocrati della Ue, e anche tanti politici nostrani. Ma questo discorso lo abbiamo già affrontato in un articolo del 1° ottobre, dove abbiamo visto dove sta la differenza davvero rilevante tra la Spagna e noi: loro fanno da anni una politica di bilancio espansiva, cioè fanno alti deficit pubblici per sostenere la domanda; noi inseguiamo gli obiettivi europei di austerità sottraendo risorse a un’economia disastrata.

E dunque la Spagna è davvero un modello, ma per questo, non per la riforma del lavoro che risponde solo ad obiettivi politici conservatori. La Spagna è appunto la prova che quando l’economia non si riprende tocca alla spesa pubblica intervenire. Il ragionamento degli economisti oggi di moda è: togliamo diritti ai lavoratori, abbassiamo i salari, tagliamo la spesa pubblica, riduciamo le tasse. Questo darà fiducia agli imprenditori, che ricominceranno ad investire e così faranno ripartire la ripresa. Un ragionamento scolastico, una ricetta che può funzionare per piccole economie dove un aumento dell’export può effettivamente far superare la crisi. Ma in paesi delle dimensioni dell’Italia il mercato interno conta tre volte tanto, e anche le aziende esportatrici (almeno in grande maggioranza) magari vendono in tutto il mondo, ma la quota più importante di fatturato ce l’hanno nel loro paese. Perciò, se all’interno si continua a stringere la cinghia, perché mai dovrebbero investire? E infatti è esattamente quello che è successo e sta succedendo. Morale, se gli investimenti non comincia a farli lo Stato, non cominciano neanche i privati.

E non cominceranno neanche dopo la manovra di quest’anno, che, al di là dei proclami, non è espansiva e anzi continua ad essere restrittiva.

Così, noi fingiamo di stimolare l’economia; la Ue finge che siamo fin troppo spendaccioni; alla fine fingiamo di accordarci in modo che entrambe le parti possano proclamare che gli obiettivi che volevano sono stati ottenuti. L’unica cosa che non si può fingere è il ritorno alla crescita, e infatti quella non ci sarà.

 
Fonte: Repubblica.it - 23 ottobre 2014

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