• venerdì , 6 dicembre 2019

Flessibilita vo cercando

Prima la flessibilità e poi le riforme, o prima le riforme e poi la flessibilità? Matteo Renzi, gliene va dato atto, ha tagliato corto sulla disputa barocca: “Ora tocca a noi fare le riforme”, ha detto rientrando in Italia dal vertice con i capi di governo dell’Unione europea. Sa infatti che la flessibilità l’abbiamo già usata: sui rapporti deficit/pil (2,6 per cento per il 2014 e 1,8 per cento per il 2015) abbiamo chiesto, e quasi ottenuto, una deroga rispetto all’impegno di pareggio strutturale del bilancio pubblico. Quello lo raggiungeremmo solo nel 2016. Sa che questi obiettivi si basano su tagli di 3,5 miliardi nel 2014, 17 nel 2015, 32 nel 2016; sa che molti, e non solo nei palazzi di Bruxelles, ma anche in quelli romani, dubitano che questi tagli siano sufficienti a centrare obiettivi e soddisfare impegni; sa che a fronte di essi ci sono solo due decreti con effetti finanziari minimi, e un disegno di legge non pubblicato che dovrebbe fornire risultati a partire dal 1° gennaio 2015. Sa che per la revisione della spesa pubblica esistono solo delle slide, e che di Carlo Cottarelli, che le ha compilate, poco si parla e meno ancora si sente.

“Ora tocca a noi fare le riforme”, ha detto Renzi: ma quali, che diano quei risultati? Certo che una riforma a costo (economico) nullo come quella del codice del lavoro, qualcosa per la crescita farebbe: ma, a leggere il preoccupato appello di Pietro Ichino sul Corriere della Sera di domenica, pare che sia in alto mare, in balìa dei vortici parlamentari. Solo la Pubblica amministrazione ha dimensioni capienti per tagli di quell’entità, solo la Pa è tanto lontana da un’efficienza accettabile che i tagli con altissima probabilità risulteranno convenienti. Il governo è d’accordo sulla priorità che deve avere la riforma della Pubblica amministrazione: ma per molti segni pare che quello che intende per “riforma” sia del tutto inadeguato a raggiungere gli obiettivi di risparmio e di efficienza necessari a centrare gli obiettivi (in deroga, ripetiamo, a beneficio di chi ovunque vede e lamenta i morsi dell’austerità) concordati con Bruxelles.

Favorire il ricambio generazionale di dirigenti e magistrati, ridurre i permessi sindacali, obbligare ad accettare la mobilità nel raggio di 50 chilometri, sono tutte cose buone e giuste: ma non sono la riforma della Pa. Non lo è il ridurre il numero delle centrali di acquisto dei comuni per ottenere sconti di quantità dai fornitori; si avvicinerebbe a esserlo se imponesse l’eliminazione delle centrali di acquisto soprannumerarie e la messa a disposizione di chi vi lavora; lo diventerebbe se la razionalizzazione della modalità di acquisto diventasse l’occasione per la verifica della necessità dell’acquisto stesso; lo sarebbe compiutamente se fosse l’occasione per analizzare a fondo se i lavori per eseguire i quali viene chiesto l’acquisto di computer o matite, devono proprio essere eseguiti all’interno dalla Pa stessa. Il governo sembra non avere neppure identificato la natura e la dimensione del problema.
Alcuni dei provvedimenti di cui si sente parlare hanno un sentore che francamente sorprende: uno legge del proposito di accorpare tutte le autorità indipendenti in un unico edificio a Roma, e crede di vedere le guglie degli edifici leninisti di Mosca; come se la ministerializzazione delle autorità non fosse proprio la tendenza da contrastare. Nel silenzio del commissario a essa preposto, passa per spending review la privatizzazione delle Poste, fatta in modo da garantirne in perpetuo la struttura pletorica e monopolistica; o il risanamento dei conti Rai ottenuto vendendo una tantum un bene patrimoniale, le torri di Rai Way, che, essendo Rai al 100 per cento del Tesoro, sono dello stato.
La Pubblica amministrazione si riforma se, e solo se, si riduce il perimetro dell’intervento pubblico. Il governo è convinto di questo assioma? Quello che è certo è che non fa nulla per comunicarlo al paese. Quella riforma è il punto di arrivo di un percorso che deve condurre fuori dal solco delle abitudini. Richiede lucidità nell’analizzare, inventiva nel proporre, fermezza nell’eseguire: chi le ha? Non la struttura gerarchica esistente dei ministeri, che se no la riforma l’avrebbe già fatta. Certo, le riforme possono anche avanzare a cavallo delle ambizioni personali, ma non ne sono l’equivalente.

Delrio tra esternazioni e posizionamento.

Per innescare un rapporto dialettico tra Palazzo Chigi e le amministrazioni periferiche, e per portarlo avanti, bisogna che a Palazzo Chigi ci sia una struttura capace di motivare, di capire e di eseguire. E alla fine ci vuole anche qualcuno che le leggi le sappia scrivere. Renzi dispone di questa struttura?
Da Palazzo Chigi provengono voci insistenti e consonanti: parlano, quelle voci, di un rapporto di fiducia deteriorato con Graziano Delrio. Certo che quando, nell’intervista di ieri sul Corriere della Sera, lo si vede prima evocare l’intero spettro dei temi più delicati, e poi chiuderli dicendo che “quelle sono riflessioni che farà il presidente del Consiglio”, l’impressione che se ne ricava non è quella di una facile consonanza. Con tutto il rispetto, non deve essere facile per un ex segretario comunale di Reggio Emilia svolgere i compiti del segretario generale di Palazzo Chigi. Non deve esserlo neppure per l’ex comandante dei vigili urbani di Firenze svolgere quelli del capo dell’ufficio legislativo. Dev’essere ancora meno facile quando ogni provvedimento obbliga a faticose ricuciture con e all’interno dei gruppi parlamentari.
Era già dubbio che una struttura così esigua potesse bastare quando l’orizzonte temporale del governo Renzi era la primavera del 2015: è chiaro che non basta quando l’orizzonte diventa la primavera del 2019. Una struttura più robusta non era forse necessaria quando “riforme” erano legge elettorale col corredo delle riforme costituzionali indispensabili; lo è di sicuro quando “riforme” vuol dire quello che si deve fare in Italia per poter chiedere all’Europa flessibilità e aiuto alla crescita.
La straordinaria abilità politica di Renzi nel districarsi tra nemici e amici, nel giocare con la stessa facilità sulla scacchiera domestica e su quella internazionale, ha finito per produrre una sorta di inversione dell’agenda politica. Prima le riforme istituzionali erano la priorità e gli esercizi funambolici il riempitivo; adesso è la riforma della Pubblica amministrazione che deve fornire la sostanza atta a garantire il rispetto degli impegni pluriennali sui saldi di finanza pubblica. E invece su quel tema, sembra perfino ci sia un problema di lessico.

Non sarebbe il solo: è singolare che certe espressioni, tipo “elezioni anticipate” o “ristrutturazione del debito”, vengano ora profferite senza imbarazzo da persone che fino a poco fa le consideravano prerogative di grillini e sellini, e che della loro eventualità si discuta in sedi prestigiose. Quanto alle elezioni, è evidente che, se anche si confermasse il risultato delle ultime elezioni europee, con la sciagurata legge elettorale uscita dalla decisione della Consulta, il Pd di Renzi sarebbe il più grande partito d’Europa ma non avrebbe i numeri parlamentari per governare l’Italia. E quanto alla ristrutturazione del debito, la vaghezza e varietà delle ipotesi possono distrarre, ma non nascondere le catastrofiche conseguenze che ciascuna di esse avrebbe sull’economia del paese e sui patrimoni dei cittadini.
Se questi sono i problemi del paese, e solo questo è ciò che il nostro demos esprime per affrontarli, che c’entrano gli Stati Uniti d’Europa? Sarà la burocrazia comunitaria ad aiutare Palazzo Chigi in una proficua dialettica con la Pubblica amministrazione? Saranno i gruppi dell’Europarlamento a mettere ordine nella dialettica dei gruppi parlamentari della maggioranza? Saranno gli Eurobond o i fondi di perequazione senza obbligo di cofinanziamento a mettere a posto i nostri conti?

Dalle dispute barocche – prima la flessibilità o prima le riforme – ai conti pubblici e alla riforma che serve per tenerli in ordine, al governo e alle sue priorità, agli inquietanti scenari di cui si parla anche nei salotti buoni: sono molte le trame che intesse il filo delle Norne di Bruxelles.

 
Fonte: Il Foglio - 1 luglio 2014

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