• lunedì , 14 ottobre 2019

L Italia ha gia fatto i compiti a casa

Conosci un paese dell’Eurozona che dal 2010 al 2012 ha ridotto il numero degli impiegati pubblici e la spesa per retribuzioni nel pubblico impiego del 4% in valore? Conosci un paese dell’Eurozona che sta ormai entro il parametro del 3% del disavanzo pubblico sul PIL e che ha un bilancio in pareggio in termini strutturali? Conosci un paese che ha un saldo primario (ossia al netto degli interessi sul debito) attivo ormai da oltre dieci anni? Un paese dove la spesa per servizi pubblici e per il funzionamento della macchina pubblica è ormai di due punti percentuali inferiore a quella della media europea? Un paese dove una grande azienda può disdettare un contratto nazionale di lavoro e farsene uno nuovo più adatto alle proprie esigenze? Un paese dove ormai si va in pensione all’età di 67 anni (uomini e donne), con un sistema che adegua periodicamente l’età di pensionamento alla speranza di vita dei suoi cittadini?
Si, lo conosci. Quel paese è il tuo: è l’Italia. E lo conosci perché ne hai subito le conseguenze. Per arrivare a questi risultati questo paese ha accettato una recessione senza precedenti, pagando un prezzo eccezionale in termini di perdita di produzione e di lavoro, con una crescita della disoccupazione che ormai ha superato i tre milioni di persone, giovani in larga misura, ma non solo.
Eppure in questo paese si continua a dire che occorrono riforme profonde, che dobbiamo rendere più flessibile il mercato del lavoro e che occorre abbattere la spesa pubblica, ossia i servizi per i cittadini. Com’è che paesi come la Spagna e il Portogallo vengono indicati come buoni esempi da seguire mentre stanno in situazioni oggettivamente molto peggiori delle nostre?
Una ragione c’è. Noi abbiamo fatto molti interventi correttivi, ma li abbiamo fatti in modo sbriciolato, senza averli messi in un programma di riforme. E li abbiamo fatti con vari governi (Monti, Letta, ora Renzi) sempre denigrati e fatti cadere perché considerati non in grado di incidere sulle riforme. E i nuovi governi avallavano questa interpretazione, ripartendo dalle riforme da fare e dai sacrifici da imporre, come se si cominciasse da zero. È così che, pur avendo fatto molto più che altri paesi dell’Eurozona, noi stessi diciamo che dobbiamo ancora fare i compiti a casa. E invece i compiti a casa li abbiamo fatti. Non tutti, ovviamente, ma una gran parte. Ora occorre “metterli in bella copia”. Ossia farli vedere ai nostri partner europei, così come hanno fatto Spagna, Portogallo e persino la Germania che ha fatto riforme non dissimili a quelle da noi realizzate, diventando un modello per tutti.
Il nuovo governo dovrebbe partire proprio da una bell’analisi di quanto l’Italia ha realizzato fin qui, sia per capire quello che veramente c’è ancora da fare, sia per spiegare ai “mercati” la strada fatta. Una vera azione di marketing per illustrare quanto già fatto. E dovrebbe, nello stesso tempo, dire un enorme Grazie a tutti gli italiani, e in particolare a quelli che pazientemente hanno sopportato sacrifici che altri paesi non hanno neanche conosciuto.
Certo c’è ancora da fare in Italia (e in tutti gli altri paesi europei) per riavviare una crescita economica che è la sola condizione per raggiungere quell’equilibrio che nessuna altra riforma ci potrà dare. Da parte nostra, dobbiamo combattere l’enorme diseguaglianza che si è andata formando fra quanti hanno accumulato ricchezza e quanti hanno perso le proprie fonti di reddito. Si tratta di una diseguaglianza non solo ingiusta, ma inefficiente in termini di crescita economica. I ricchi di patrimonio hanno aumentato il loro risparmio e non il loro consumo, mentre i poveri di reddito non riescono a consumare. E il paese declina.
Come fare a ridurre queste diseguaglianze? Non si tratta di contenere la spesa pubblica (ormai già compressa) per ridurre le imposte a chi un reddito già lo ha. Se si seguisse questa strada, le diseguaglianze aumenterebbero. Infatti non sono le tasse quelle che assicurano una migliore distribuzione del reddito. È la spesa pubblica che riduce le diseguaglianze. Ecco allora che si possono aumentare le imposte sulle rendite (mobiliari e immobiliari) per finanziare un sistema di indennità di disoccupazione estesa a tutti coloro che hanno perso un lavoro a tempo indeterminato o determinato. In questa maniera si darebbe un sostegno rapido alla domanda interna e si avvierebbe una ripresa, al tempo stesso in cui si ridurrebbero le diseguaglianze.
Certo, poi c’è anche da semplificare il paese, ridurre la burocrazia, combattere la corruzione e gli sprechi, ridurre il cuneo fiscale. Ben vengano tutte questa azioni, ma nessuna di esse ci darà risultati nel breve termine. Ciò che non è una ragione per rinviarle, ma è una ragione per accompagnarle con l’azione di riduzione delle diseguaglianze che è veramente urgente e capace di produrre risultati rapidi.

 
Fonte: L Espresso - 28 febbraio 2014

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