• lunedì , 22 luglio 2019

Il dollaro detta le danze ma la Cina e’ vicina

Non si sa che cosa si diranno i ministri finanziari e i banchieri centrali del G-20 che si incontrano a fine mese a Sidney. Ma è molto probabile che il confronto non sarà propriamente amichevole. Dopo il terremoto che ha colpito le valute dei paesi emergenti a seguito della decisione della Fed americana di proseguire nel tapering – la riduzione graduale degli stimoli monetari – all’interno del club sembra essere tornato in auge il vecchio binomio paesi ricchi-paesi poveri. Un binomio dove oggi la ricchezza e la povertà non si misurano più secondo il parametro del Pil, ma del potere di condizionamento dell’economia globale. Secondo il Financial Times, lo shock causato dalla decisione della Fed conferma che quella americana resta la con il dollaro a dettare le danze. Negli ultimi anni gli istituti centrali delle economie che contano – USA; Europa, Gran Bretagna e Giappone – si sono mossi in modo simmetrico con politiche monetarie espansive per combattere la crisi. Adesso gli USA escono dai ranghi e i mercati entrano in fibrillazione. Quello che preoccupa non è tanto il tapering, la cui conferma era largamente attesa, ma l’aumento dei tassi d’interesse che si profila, non si sa quando, dietro di esso. Da questo punto di vista non sono solo i paesi emergenti a doversi allarmare: anche l’Europa dovrebbe stare in guardia. Perché è vero, come ha affermato il ministro Saccomanni che siamo in questa fase, ma è anche vero che nell’ipotesi di una inversione di rotta dei tassi d’interesse americani è difficile che quelli europei non seguano data la integrazione dei mercati finanziari. E questo è qualcosa che l’Europa non può permettersi in un contesto come l’attuale di pressioni deflazionistiche e crescita molto debole. Da questo punto di vista la Bce, che oggi riunisce il suo direttivo, rischia di ritrovarsi in una scomoda strettoia. Sarebbe sbagliato tuttavia dedurre da questi contraccolpi negativi delle mosse americane la forza di una leadership. La verità è che il sistema delle relazioni economico finanziarie internazionali è in uno stato di caos fluido. Washington ha un peso economico tale che le sue decisioni interne hanno rilevanti effetti all’esterno, ma non ha un peso politico sufficiente ad imporre la cooperazione che sarebbe necessaria per ridurre gli squilibri mondiali. Lo dimostra il fatto che la Germania non ha ceduto di un millimetro sull’austerity nonostante le pressioni esercitate. Il 2014 insomma non si è aperto sotto i migliori auspici per l’economia globale. Si viaggia in terre incognite. In questa prospettiva i fenomeni da tenere sotto osservazione sono due. Il primo riguarda la exit strategy dalle politiche monetarie ultraespansive seguite a partire dalla crisi. La Banca dei regolamenti internazionali è preoccupata. Il capo del Dipartimento monetario, Claudio Borio, ha affermato che il rischio di un a seguito delle prolungate politiche monetarie aggressive adottate per uscire dalla crisi. Secondo Borio, in assenza di un valido aggiustamento delle finanze pubbliche, si è chiesto alle banche centrali di fare quello che non possono fare: ovvero, non solo intervenire inizialmente sulla liquidità per ripristinare la fiducia, ma sostenere l’economia reale dando fondo a tutto l’armamentario convenzionale e non convenzionale a disposizione, dal quantitative easing alla forward guidance. Oggi le cose si sono spinte così avanti che non è facile trovare un punto di equilibrio. Se le banche centrali stringono troppo i freni i mercati crollano, se adottano invece un approccio gradualista si rischia il formarsi di nuove bolle. Il secondo fenomeno da tenere sotto osservazione è il comportamento della Cina. Nelle scorse settimane il Congresso USA ha inflitto un doppio schiaffo ai paesi emergenti, bloccando l’aumento di capitale del Fondo monetario internazionale, che avrebbe dovuto portare al 6% la loro quota, e sospendendo, insieme a quelli transatlantici (TTIP), i negoziati commerciali per la liberalizzazione degli scambi nell’area del Pacifico (TPP). Per il presidente americano si tratta di una duplice sconfitta che lo indebolisce all’interno e all’esterno, oltretutto nell’anno delle elezioni di mid term. La bocciatura dell’aumento di capitale del Fmi, frutto di un accordo del 2010, suona come un voltafaccia dell’ultima ora destinato ad inasprire i rapporti. I negoziati TPP e TTIP rientravano in una manovra più ampia volta a contenere le mire espansionistiche, rispettivamente in Europa e Asia, di Russia e Cina e a recuperare il ruolo pivot del vecchio blocco occidentale nel governo dell’economia mondiale. Adesso lo stallo spinge i paesi emergenti a guardare sempre più, come punti di riferimento stabile, alla Cina e alla Russia. L’inasprirsi dei rapporti tra gli USA e i paesi emergenti sta poi riportando in auge la questione del ruolo egemone del dollaro negli scambi internazionali. Questo è da tempo un punto chiave in particolare per Pechino. La banca centrale cinese si è pronunciata di recente a favore di una nuova Bretton Woods e del potenziamento dei Diritti Speciali di Prelievo (DSP), la valuta del Fmi, come moneta di riserva internazionale da affiancare al biglietto verde. Analoghe posizioni sono state espresse dalla banca centrale russa. La Bank of China le cui riserve auree hanno superato quota mille tonnellate non fa mistero di voler passare alla piena convertibilità del renmimbi nel 2015, quando si stima che un terzo degli scambi con il resto del mondo sarà denominato in valuta nazionale. Per ora il dollaro resta e resterà per molto tempo saldamente al centro del sistema monetario internazionale, ma è iniziato un lavorio ai fianchi, secondo alcuni da non sottovalutare. Del resto senza il biglietto verde in posizione dominante la Federal Reserve non avrebbe mai potuto portare avanti le politiche di monetizzazione del debito degli ultimi anni.

Marco Cecchini

 
Fonte: Il Foglio

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