• domenica , 25 Febbraio 2024

Due o tre cose a proposito del jobs act

Il jobs act annunciato da Matteo Renzi ha avuto almeno in termini quantitativi un’ottima accoglienza da parte dei media. E molti politici e commentatori si sono improvvisati giuristi o economisti del lavoro..
Ora però siamo arrivati alla fase più delicata, dagli annunci bisogna passare ad un vero testo programmatico che magari raccolga i contributi più incisivi/critici che sono stati già formulati, come ad esempio quelli di Pietro Ichino e Giuliano Cazzola.
C’è da capire il vero nesso che dovrà legare l’individuazione dei cosiddetti piani industriali con la creazione di nuovi posti di lavoro. A parole il legame c’è ma nei fatti non è così’ scontato, se non altro perché la tendenza corre verso uno scenario technology intensive più che labour intensive. Come sostiene anche l’ampia discussione che si è aperta sulla Nuvola del lavoro a proposito della copertina dell’Economist di questa settimana.
E poi: è proprio vero che il contratto unico a tutele crescenti su cui punta Renzi è bene che faccia sparire tutte le altre forme contrattuali a tempo indeterminato oppure vanno previste e calibrate delle eccezioni?
E l’apprendistato, che i nostri partner tedeschi usano alla grande e che noi non abbiamo ancora imparato ad utilizzare, che fine farà? E’ già da considerarsi un ferro vecchio o ha ragione la Confcommercio che reclama maggior attenzione a questa modalità di ingresso?
L’assegno universale per chi perde il posto di lavoro è una scelta coraggiosa ma bisognerà trovare le risorse per finanziarla, a meno che non si pensi a una drastica e radicale riforma della cassa integrazione. Anche il ministro Elsa Fornero era stata di quest’avviso in una prima fase, in seguito dovette cambiare opinione.
C’è poi da mettere ordine nelle reti di avviamento al lavoro: esistono due corsie, i centri pubblici per l’impiego e le agenzie private del lavoro. E’ sicuramente positivo che imparino a dialogare ma bisogna anche ridisegnare i primi. Così come sono oggi non riescono minimamente a tener fede al loro nome e non impiegano (quasi) nessuno.

Fonte: Corriere della Sera del 24 gennaio 2014

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