• lunedì , 19 agosto 2019

Debito bene, ma anche male

Il falco tedesco Sinn, la (falsa) bonaccia sullo spread e lo stock di debito in aumento. Che fare?
Una conferenza europea sul debito sovrano, per affrontare il problema dello stock, cioè la quantità di debito accumulato nell’area euro che le politiche di austerità da sole non riusciranno mai a smaltire. La proposta arriva da fonte inaspettata, niente meno che il presidente dell’Ifo, l’Istituto di ricerche economiche di Monaco, sì, proprio Hans-Werner Sinn, l’economista che con quella barba sembra un capitano di lungo corso, un bastione della ortodossia tedesca, implacabile fustigatore dei peccatori mediterranei (lo scorso fine settimana ha scandalizzato tutti in una conferenza a Philadelfia mettendo sul banco degli accusati ancora una volta la Grecia). L’idea è stata rilanciata da Wolfgang Münchau del Financial Times il quale, nel suo blog eurointelligence.com, ricorda di non essere quasi mai d’accordo con Sinn, ma se non si trova una soluzione, la stagnazione di lungo periodo evocata da Larry Summers diventa realtà.
Il dibattito sembra inattuale perché siamo in piena bonaccia: lo spread della Germania con l’Italia e la Spagna viaggia attorno ai 200 punti base e il costo del debito è modesto, anche perché la Banca centrale europea mantiene i tassi d’interesse vicini a quota zero. Fabrizio Saccomanni, ministro italiano dell’Economia calcola un risparmio di 5,3 miliardi e stappa champagne. Una buona notizia, però vengono pur sempre pagati ben 83,9 miliardi di euro (stima del settembre 2013). Il Sole 24 Ore ha precisato che a rigore il vero risparmio si fa sui titoli ancora da emettere e i suoi calcoli sono ben più modesti: 1,5 miliardi, quanto basta per compensare il mancato incasso dell’Imu.
Il problema oggi, per l’Italia come per la Spagna e la Grecia si chiama disoccupazione. Vero, dice l’Ifo, ma attenzione proprio questo rischia di diventare la miccia per la nuova crisi. Il rapporto dell’Istituto tedesco definisce insostenibili i livelli di disoccupazione spagnoli e greci, mentre per la congiuntura economica italiana usa un aggettivo che non lascia equivoci: “Catastrofica”. I nemici dell’austerità, a cominciare dall’Amministrazione americana, chiedono di allentare le redini: è quel che ha detto il segretario al Tesoro, Jack Lew, nel suo viaggio a Berlino. Sinn, al contrario, è un sostenitore del rigore finanziario e, tra l’altro, ha trovato un aiuto in Robert Rubin, il banchiere che è stato segretario al Tesoro con Bill Clinton prima di Summers, globalista e liberalizzatore. Ma proprio perché non si può più tornare allo spendi e spandi, per impedire che il macigno del debito soffochi ogni ripresa, bisogna prendere decisioni coraggiose e innovative. Quali? Qui le strade si biforcano, anche all’interno della cultura economica tedesca.
Secondo Sinn, in questi anni è avvenuto un salvataggio nascosto dei paesi indebitati da parte della Banca centrale europea. Questa operazione si nasconde in un meccanismo solo apparentemente tecnico chiamato “Target”, acronimo per definire il sistema di compensazione dei pagamenti. Il guaio, argomenta Sinn, è che gli squilibri interni alla zona euro sono permanenti, si manifestano nel divario delle bilance dei pagamenti interne all’area e nei disavanzi pubblici che generano debito. In sostanza, la Bce copre un divario massiccio provocato dai paesi mediterranei e dall’Irlanda compensato dai paesi in surplus, a cominciare dalla Germania. Domenica scorsa sul Corriere della Sera, il banchiere Antonio Foglia ha contestato l’analisi sostenendo che il Target ha consentito alle banche tedesche di scaricare le proprie perdite a scapito delle banche più “virtuose” (tra le quali le italiane): in questo caso la Bce avrebbe funzionato da ciambella di salvataggio. Vero, ma Sinn replica che la Banca centrale europea è una istituzione pubblica e, in caso di crisi o default, a pagare sarebbero sempre i contribuenti, tedeschi in primo luogo. La sua soluzione è il modello americano. Negli Stati Uniti il Target system si chiama Isa, Interdistrict Settlement Account, e impedisce l’indebitamento a fondo perduto come avviene invece nell’Eurolandia perché ogni anno debiti e crediti si compensano, in quanto chi si indebita deve fornire garanzie reali, cioè oro, riserve, titoli federali. Anche una regolamentazione del genere, tuttavia, non intacca lo stock accumulato dai paesi che superano la quota magica di Maastricht: il 60 per cento del prodotto interno lordo. Peggio stanno Grecia e Italia, ma nel plotone ci sono ormai quasi tutti; dunque, esiste un interesse comune a trovare una soluzione concordata. E su questo punto, metodologico, anche Sinn è d’accordo. Meno sulla ipotesi avanzata due anni fa dai suoi colleghi del Consiglio degli esperti economici che fa capo al Bundestag e alla cancelleria. La proposta, rilanciata sia pur con prudenza dai socialdemocratici tedeschi in campagna elettorale, prevede una patto europeo per il rimborso (European Redemption Pact) basato sulla costituzione di un fondo nel quale far confluire il debito superiore al 60 per cento che verrebbe finanziato con emissioni di titoli a tassi d’interesse più bassi rispetto a quelli di mercato grazie alle speciali garanzie della Bce.
Gli Eurobond rientrano dalla finestra? Non del tutto. Certo, si tratta sempre di mutualizzare una parte del debito, ma i singoli governi ne resterebbero responsabili, impegnandosi ad azzerarlo in 25 anni, come prevede del resto il Fiscal compact. Nella loro proposta i “saggi”, ipotizzano scenari puntuali per ciascun paese. L’Italia dovrebbe trasferire poco meno di mille miliardi e per questi pagherebbe ogni anno al Fondo di redenzione circa il 3 per cento del prodotto lordo. Gli interessi sul debito nazionale sarebbero inferiori a quelli di mercato e più basso l’attivo primario netto (differenza tra entrate e spese pubbliche), ciò vuol dire un allentamento dell’austerità, anche se resta inteso che non si potranno più finanziare in deficit le spese correnti. I vantaggi sembravano consistenti in piena crisi dei debiti sovrani, ma oggi appaiono inferiori e ciò riduce sia l’urgenza sia il vantaggio di meccanismi del genere. Errore, dice Sinn: la calma odierna è solo apparente. Non solo bisogna prevedere quel che accadrà quando gli Stati Uniti, raggiunto l’obiettivo di un tasso di disoccupazione vicino al 6 per cento, cominceranno a rialzare il costo del denaro; ma la stagnazione europea diventa essa stessa una fonte di crisi generale. Come farà l’Italia che non cresce a ridurre il debito? Anzi, peggio ancora: fino a che punto sarà in grado di onorarlo? Interrogativi senza risposta che aprono scenari inquietanti. Sinn ha il merito di aver sollevato la cortina mediatico-politica che sta nascondendo il fuoco sotto la cenere. Un assist per Enrico Letta: a meno che non s’illuda di ridurre il debito con quei pochi tagli e taglietti, potrebbe far proprio il suggerimento di Sinn e rilanciarlo a Bruxelles. Poi vedremo che ne pensa Angela Merkel.

 
Fonte: Il Foglio del 14 gennaio 2014

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