• giovedì , 20 giugno 2019

2014,ripresa senza credito, tre mosse per vincere la sfida

LA STRETTA CONTINUERÀ PER TUTTO L’ANNO. FONDI DI GARANZIA, OBBLIGAZIONI E CARTOLARIZZAZIONE DELLE SOFFERENZE BANCARIE SONO GLI STRUMENTI MESSI IN CAMPO PER NON RICADERE IN RECESSIONE.
Nel 2014 l’economia italiana crescerà. Dell’1 per cento dice il governo, dello 0,7 dicono Banca d’Italia, Fmi e Unione Europea, dello 0,5 Moody’s e Bloomberg. La domanda è: si può crescere senza credito? Perché la situazione è che le banche stanno finanziando sempre meno le imprese (meno 6 per cento nei dodici mesi allo scorso novembre) e questo trend è destinato a continuare almeno per i primi sei mesi del 2014 e forse per l’anno intero. Acrobaticamen-te, per raggiungere i risultati previsti, dovremo inerpicarci non solo lungo le pareti impervie di una jobless recovery( una ripresa senza nuovi posti di lavoro, visto che tutte le previsioni danno ancora per il 2014 la disoccupazione in aumento) ma anche di una creditless recovery( una ripresa senza credito). Gli economisti della Banca d’Italia in studi sulle recessioni passate hanno constatato che una creditless recoveryè possibile, resta però aperta la questione da dove possano arrivare le risorse se non dal credito. In un sistema bancocentrico come quello italiano il denaro passa tutto per le banche o per lo Stato, dal mercato ne arriva poco. Dallo Stato italiano possiamo aspettarci poco o nulla, visto il debito e i limiti al deficit. E dalle banche? Anche lì la situazione non è rosea, semmai grigia tendente allo scuro. G li impieghi delle banche italiane sono pari al 115 per cento della raccolta diretta, (era oltre il 121 per cento nel 2011), e colmano questa differenza con i soldi messi a disposizione dalla Bce, che però entro il 2015 dovranno restituire. In più ci sono decine di miliardi di obbligazioni in scadenza che dovranno essere rinnovati. In realtà le risorse le banche le hanno, ma sono investite in Bot e Btp, che dovranno essere ceduti per rimborsare la Bce o per coprire la quota di obbligazioni in scadenza che per qualche ragione (ce ne sono molte possibili) non dovessero essere rinnovate. Insomma un problema di liquidità per il sistema bancario non c’è, ma c’è per il mercato del credito, in quanto quella liquidità serve ad altro. E questo è il primo motivo per il quale le banche non prestano a famiglie e imprese. Il secondo, non in ordine di importanza, ma assai rilevante, sono le regole. In vista dell’implementazione dell’Unione Bancaria, la Banca Centrale Europea manderà quest’anno i suoi ispettori a controllare l’attivo delle banche, ovvero a controllare la qualità dei loro prestiti e dei titoli che hanno in portafoglio. In vista della visita degli uomini di Francoforte il consiglio che i banchieri ricevono (e che si danno anche da soli) è di tenere stretti i cordoni della borsa e impegnare il meno possibile. Il rischio è infatti che gli ispettori trovino che quell’attivo è più debole di quanto sembra e quindi ci vuole maggiore capitale. La Banca d’Italia si dice convinta che l’esito sarà per il grosso delle banche italiane l’opposto, ovvero il riconoscimento di una credibile solidità, ma i banchieri sono iperprudenti lo stesso. Anche perché dopo la valutazione della qualità dell’attivo arriverà anche una nuova ondata di stress test: gli esami insomma non finiscono mai. Ma la terza e definitiva ragione per la quale le banche non prestano soldi è che questi troppo spesso non tornano indietro. La montagna di sofferenze e incagli accumulati è pari ormai a 150 miliardi, il 7,7 per cento dei prestiti, il che vuol dire che per ogni 12 euro prestati uno non torna a casa. Questa montagna inoltre continua a crescere (del 22,8 per cento nei dodici mesi a fine novembre 2013). Le sofferenze hanno due effetti principali: il primo è che quando l’ammontare è troppo alto blocca l’attivo della banca (i soldi non girano); il secondo è che, con tassi bassi come quelli attuali e visto il costo elevato del rischio, prestare non conviene, ci si guadagna troppo poco quando i soldi tornano indietro, ci si perde molto quando – troppo spesso – non tornano. Un grafico pubblicato dalla Banca d’Italia dimostra che la redditività dell’investimento in titoli è nettamente superiore a quella sui prestiti, senza aggiungere che la gestione dei secondi è assai più costosa di quella dei primi. Alla fine il finanziamento illimitato della Bce attraverso i due LTRO, nato per fornire liquidità ad un sistema inaridito, non solo ha svolto questo compito fondamentale, ma è stata una sorta di gigantesca riedizione su scala europea della Legge Sindona (1974), che consentiva alle banche disastrate di ricostruire il loro patrimonio prendendo denaro all’1 per cento dalla Banca d’Italia e investendolo nei più remunerativi titoli di stato. La differenza consentiva di fare cassa e ricostruire i mezzi propri. Peccato che le banche italiane (non solo loro), a causa delle recessione, abbiano dovuto usare quel differenziale 3 tra il tasso di raccolta presso la Bce e quello dei Btp acquistati per coprire i buchi scavati nei loro bilanci dalle sofferenze crescenti e tenere così in piedi il conto economico. La conclusione è che, a bocce ferme, di credito bancario continuerà ad essercene meno ancora per parecchi mesi. Il problema a questo punto è cosa fare per evitare che la ripresa venga soffocata dalla mancanza di ossigeno finanziario. Si può e si deve lavorare su tre fronti: fondi di garanzia per ridurre il costo del rischio e quindi rendere più conveniente per le banche prestare soldi a tassi ragionevoli; spingere verso fonti alternative al credito bancario, ovvero l’accesso di un maggior numero di imprese al mercato obbligazionario e del capitale di rischio; cartolarizzazioni o bad bank per liberare le banche almeno di una parte dei crediti in sofferenza per togliere il gesso che blocca i loro bilanci. Sul primo fronte nel 2013 il Fondo Centrale di Garanzia presso il Ministero dello Sviluppo ha autorizzato 77 mila domande, attivando prestiti per 11 miliardi, oltre metà dei quali garantiti. La legge di Stabilità ha destinato al Fondo altri 2,2 miliardi che potrebbero attivare finanziamenti per circa 30 miliardi, allargando anche un po’ le maglie (il Decreto del Mise è alla firma al Ministero dell’Economia e dovrebbe essere varato a breve) consentendo l’accesso al Fondo ad un maggior numero di soggetti. Si conta poi di rafforzare ulteriormente questi strumenti con l’utilizzo di fondi europei. Il meccanismo quindi funziona e, disponibilità delle banche ad erogare permettendo, potrebbe dare sollievo a imprese che sono sane ma hanno problemi di tensione finanziaria. Sul secondo fronte qualcosa sta accadendo. Nei primi nove mesi del 2013 le grandi imprese hanno raccolto sul mercato obbligazionario 28 miliardi e, secondo i dati della Banca d’Italia, su un campione di 260 gruppi industriali di maggiore dimensione, i 23 che hanno emesso titoli nel primo semestre dello scorso anno hanno ridotto l’esposizione con le banche del 13 per cento mentre le restanti l’hanno aumentata dell’1 per cento. La strada quindi è questa, si tratta ora di capire perché non siano più numerose le imprese che non vanno direttamente sul mercato e spingerle a farlo. Una disintermediazione del credito farebbe bene alle imprese perché le costringerebbe ad essere più rigorose e trasparenti, alle banche, perché incasserebbero commissioni senza assumere rischi e impegnare capitale, e al sistema tutto perché nei bilanci delle banche si libererebbero margini per prestare denaro alle imprese minori. Anche per queste ultime peraltro si è aperto il mercato con i minibond, che con il Decreto del Fare e la Legge di Stabilità hanno avuto nuovi spazi fiscali e di mercato (possono comprarli anche assicurazioni e fondi pensione) e che già dal loro debutto a fine 2012 hanno consentito di raccogliere 5 miliardi. La parte più interessante è che si stanno affacciando anche imprese molto piccole. Dalla prima minioperazione da 3 milioni di euro varata da Crr nel giugno scorso con la consulenza di Adb, si è arrivati a fine anno a una decina di operazioni e molte sono in pipeline per i primi mesi del 2014. Già 15 fondi specializzati sono stati avviati e alcuni sono pienamente operativi. Ci sono quindi le premesse per un aumento significativo dei volumi che vanno seguite con attenzione. Ad oggi, approvvigionarsi di credito sul mercato invece che dalle banche è la soluzione più solidamente percorribile dalle aziende sane che le banche stesse dovrebbero spingere al massimo. Infine la pulizia dei bilanci delle banche. E’ indispensabile se non vogliamo sprofondare nella sindrome giapponese degli anni ’90 e primo decennio del 2000. Il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni ha fatto un tour promozionale in America per rilanciare le cartolarizzazioni, e qualche effetto già si vede: Unicredit a fine 2013 ha chiuso con il fondo Cerberus la cessione di 950 milioni di crediti in sofferenza, 22 banche di credito cooperativo e casse rurali hanno fatto lo stesso con il fondo (anch’esso americano) CRC per 150 milioni, sono attese nuove operazioni di Mps e Banco Popolare. Il mercato delle cartolarizzazioni sembra quindi sia pure timidamente ripartito. Per avere un impatto significativo dovrà trovare forza, ma probabilmente non basterà. La prossima tappa potrebbe essere la creazione di una bad bank, accompagnata da qualche aiuto fiscale (come già avvenuto in passato). Dovremo però aspettare un po’: finché la situazione non si stabilizza è assai difficile dare un valore che sia accettabile per il venditore e per il compratore ai crediti in sofferenza, e nessuno vuole svendere né pagare troppo. Se ne parlerà probabilmente nel 2015. E i soldi, allora, per alimentare la ripresa, da dove verranno? Un po’ probabilmente dal mercato obbligazionario, un po’ per le piccole e medie dall’utilizzo dei fondi di garanzia. Ma alla fine di tutto, l’uscita dalla recessione e questo tenue avvio di ripresa lo dobbiamo soprattutto ad una cosa: il pagamento dei debiti commerciali della pubblica amministrazione. Sono tre miliardi al mese che vengono ormai abbastanza stabilmente immessi nel sistema, sono l’ossigeno nell’incubatrice della ripresa. Quando però uscirà dall’incubatrice e dovrà camminare sulle sue gambe, perché continui e si rafforzi avrà bisogno delle banche: la ripresa può forse partire senza credito, ma poi, senza credito, muore.

 
Fonte: Affari e Finanza del 13 gennaio 2014

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