• sabato , 31 Ottobre 2020

La “connettivita'” che fa crescere. I nuovi motori dello sviluppo sono le “reti” lungo le diverse filiere

L’ultimo “Rapporto Censis sulla situazione sociale del paese” ci parla di un’Italia che ha evitato il baratro del 2011 e si sta adattando ad una sopravvivenza basata sulle reti familiari (inclusi nonni e cugini), su welfare sociale e volontariato, sulla forzata sobrietà dei consumi (da mercati rionali e “hard discount”), su artigiani e micro-piccole imprese che tramite Internet e commercio elettronico cercano di collegarsi alle ormai diffuse catene globali del valore. Ma senza più il “fervore del sale”, che in meno di un secolo ha alimentato la trasformazione da povera economia contadina a grande economia industriale (e nei secoli precedenti ha favorito il passaggio dalla società medievale dei vassalli e valvassori a quella moderna dei contadini indipendenti, degli artigiani e dei mercanti), Giuseppe De Rita vede una società italiana divenuta “sciapa e malcontenta”, in cui si è perso l’orgoglio di una “società civile” entro la quale il ceto medio (oggi in crisi crescente di identità) funge da “storico perno della agiatezza e della coesione sociale”.
Scomodando il neologismo “reinfetazione” (regressione fetale) per descrivere questa forma di sopravvivenza come tentativo di riparo dalle avversità, lo stesso Rapporto non nasconde che “i pericoli maggiori derivano dal grave stato di instabilità (nazionale o internazionale, economica o politica)” e arriva ad affermare che “non abbiamo classe dirigente adeguata a evitare il pericolo del baratro e a gestire l’instabilità, e molti addirittura ritengono che essa non esista affatto”.
La scommessa non pessimista sul futuro, secondo il Rapporto, passa per la “connettività” come nuovo motore dello sviluppo. Una connettività tutta orizzontale, fatta di associazionismo datoriale, reti di imprese, consorzi, radici profonde nel territorio, riscoperta delle virtù dei distretti spesso richiamate ed esaltate da giacomo Becattini.
L’analisi di De Rita è, come sempre, pacatamente provocatoria e si volge con speranza alle forze nuove dei giovani, delle donne e degli immigrati. Tutto bene ma, da economista che non può vestire gli abiti raffinati del sociologo, devo segnalare che – nel mondo di rapidissimo dinamismo tecnologico e organizzativo in cui dobbiamo (volenti o nolenti) navigare – un paese come il nostro può salvarsi da un mediocre declino e cogliere le opportunità di quelle stesse forze nuove (giovani, donne, immigrati) solo a una condizione: che connettività e reti di imprese puntino a costruire “reti lunghe”, quindi anche reti verticali lungo le diverse filiere. Una connettività che coinvolga in prima linea le imprese leader del “quarto capitalismo”, quelle meglio in grado di monitorare le tendenze della domanda e della concorrenza sui mercati più dinamici, quelle capaci di soddisfare volumi elevati di commesse e di consegne. Una connettività che, come confermano le analisi recenti dell’Istat sui dati censuari di imprese, genera innovazione continua di prodotti e servizi, anche attingendo da laboratori e centri esterni dove si producono nuove conoscenze che troppo spesso non cercano e/o non trovano terreno fertile per tradurre quelle conoscenze in progetti industriali sostenibili. Una connettività che spinge a forme di internazionalizzazione più complesse (non solo export e non solo dipendenza passiva dalle scelte degli intermediari importatori), non si accontenta di giocare ruoli subalterni nelle parti basse delle catene globali del valore. Una connettività pervasa di “voglia di crescere” e “sguardo al futuro”, che produce guadagni di produttività dell’impresa e del suo territorio, attrae manodopera istruita e meglio pagata, domanda servizi domestici e importati a medio e alto valore aggiunto. Una connettività che, rifiutando le cordate patriottiche di “capitani coraggiosi” in cerca di rendite politiche di breve respiro (Alitalia docet), vede capitali finanziari e management disposti a impegnarsi in fusioni e acquisizioni per produrre veri salvataggi e rilanci di patrimoni produttivi, altrimenti destinati a disperdersi e dissolversi sull’altare della finanza speculativa.
Tutto questo può e deve essere alimentato da una visione nuova della politica industriale. Accanto alla antica e inevitabile funzione di intervento per ristrutturare aziende in crisi ricollocando (non congelando) la manodopera verso nuove forme di attività (non solo tradizionalmente manifatturiere), deve maturare un ruolo di Stato “partner e facilitatore” di grandi e medi progetti innovativi che valorizzino le nostre numerose eccellenze in fatto di creatività-tecnologia-design. Progetti trasversali tra settori, ad alto contenuto di servizi e investimenti invisibili, fortemente agganciati ai programmi europei.

 
Fonte: Sole 24 Ore del 5 gennaio 2014

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