• lunedì , 19 agosto 2019

PREVISIONI DI DESTRA E DI SINISTRA

Un cupo pessimismo domina il mondo delle previsioni economiche non solo a breve, ma a medio-lungo termine. Locuzioni come la stagnazione secolare, evocata di recente anche da Lawrence Summers , economista ed ex Segretario al Tesoro di Bill Clinton, o come Grande Stagnazione e Big Slump dominano il dibattito accademico e la pubblicistica negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. La delimitazione geografica non è secondaria. Il dibattito sul futuro, che in Occidente coincide in definitiva col futuro del capitalismo come lo conosciamo, è infatti soprattutto un esercizio nordamericano e britannico. L’Eurozona appare troppo affannata a stilare la classifica dei buoni e dei cattivi nell’ottica del pensiero unico del Modell Deutscheland per occuparsi del futuro più che prossimo.
Ma tutto questo pessimismo è giustificato? A giudicare dal suo track record, non si va molto lontano dal vero nell’affermare che la scienza della previsione economica è assai deficitaria, se non fallimentare. In un suo libro del 2009 il politologo e storico americano, George Friedman, passa in rassegna le previsioni più diffuse in momenti diversi del secolo scorso e dell’attuale relativamente ai dieci o più anni successivi. Dal 1900 al 1920, dal 1940 al 1960, al 1980, in tutti i tornanti decisivi della storia occidentale la scienza della previsione economica ha imboccato per lo più la direzione sbagliata, dice Friedman. Agli inizi di questo secolo, quando ancora dominava l’idea della fine della storia di Francis Fukuyama (vi ricordate?) e l’euforia di internet imperversava, negli Stati Uniti uscivano libri che pronosticavano per l’indice Dow Jones della Borsa USA vette stellari di 36mila e secondo alcuni addirittura 100mila punti. Oggi il Dow è a quota 16mila ed è pur sempre un massimo storico. Il fatto è che per quanto potenti e sofisticati siano diventati i modelli econometrici di previsione, è cambiato ben poco della natura estrapolativa delle nostre aspettative viscerali e intellettuali. Il cigno nero è sempre in agguato, come direbbe Nassim Nicholas Taleb, l’ex trader autore del volume .
Da un certo punto di vista oggi siamo in una situazione simile, dominata dalla proiezione su vasta scala di quello che offre il panorama dell’attualità. Dopo cinque anni di crisi finanziaria poi divenuta crisi dell’economia reale, diffusa insicurezza e ristagno dei redditi pro capite in quell’Occidente che rimane pur sempre la zona più ricca ed evoluta del Pianeta, il barometro dell’umore volge al brutto.
Il dibattito americano sul futuro non è tuttavia a senso unico. A fronteggiare il cupo pessimismo dominante vi è un drappello di ottimisti e in qualche caso di superottimisti. Si tratta per lo più di esperti di management, tecnologi, microeconomisti che vedono avvicinarsi un nuovo ciclo di innovazioni tecnologiche e dunque di sviluppo accelerato. In genere gli ottimisti appartengono anche ad aree culturali che ipersemplificando potremmo definire più vicine alla destra, mentre i pessimisti sono per lo più liberal o addirittura libertarian. , dice dei pessimisti Mark Mills, autore di e membro del Manhattan Institute che si rifa alle teorie superliberiste di Friedrich von Hayek.
Il dato di partenza di questo vivace dibattito da cui l’Europa è totalmente assente è la questione della produttività, la cui crescita è pericolosamente diminuita negli ultimi anni. La crescita della produttività, che è la base dello sviluppo economico, dipende da vari fattori ma uno dei più importanti è dato indubbiamente dall’innovazione tecnologica. La linea di confine tra ottimisti e pessimisti passa dunque in larga misura da qui. Larry Summers ha affrontato la questione dal punto di vista finanziario, affermando che il tasso reale di interesse naturale è divenuto negativo, per cui a questo livello d’inflazione mancano gli incentivi ad investire. Ma il vero teorico della stagnazione secolare è l’economista Robert Gordon. Figlio d’arte e clintoniano, Gordon ritiene che l’enorme crescita della produttività e del reddito che ha contraddistinto gli USA e il mondo occidentale negli ultimi 200 anni è il risultato irripetibile di una serie di innovazioni tecnologiche, dall’elettricità al motore a scoppio, culminate con la rivoluzione dei computer e i cui benefici si stanno esaurendo. – potrebbe tornare ad essere la normalità>. E’ tra i pessimisti anche il fondatore di Paypal e 283mo uomo più ricco d’America, Peter Thiel. Politicamente eclettico, supporter del partito libertario ma anche estimatore di Reagan, Thiel ritiene necessaria una qualche forma di pianificazione di fronte alla decelerazione del progresso tecnologico. Ma gli ottimisti replicano che, non solo la rivoluzione informatica non ha esplicato tutti i suoi effetti, ma che il futuro riserva un nuovo flusso di innovazioni, una specie di nuova età dell’oro.
Eric Brynjolfsonn del Mit prevede che l’impatto economico combinato di una serie di innovazioni dirompenti che spaziano dall’informatica all’intelligenza artificiale, dalle apparecchiature ai veicoli, all’energia, alla bioscienza e ai materiali, ammonterà a 33 trilioni di dollari entro il 2025. Le posizioni insomma non potrebbero essere più divaricate. L’Economist ha concluso una lunga rassegna recentemente dedicata al tema con una posizione sostanzialmente scettica verso le tesi dei pessimisti. L’alternativa tra grande stagnazione e nuova età dell’oro, però, rimane.

 
Fonte: Il Foglio del 19 dicembre 2013

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