• domenica , 15 dicembre 2019

Agenzie di rating al tramonto?

Forse le agenzie di rating fanno ancora paura, ma non bisogna lasciarsi impressionare: la verità è che sono in seria difficoltà. E per quanto possa apparire paradossale ne è prova anche la recente decisione di Standard and Poor’s di mettere in credit watch Generali, una mossa che sembra più che altro dettata dalla disperazione. La crisi finanziaria globale ha assestato infatti un colpo molto duro e apparentemente irreversibile alla reputazione di S&P, Moody’s e Fitch, le Big Three che assieme rappresentano oltre il 90 per cento del mercato, costringendole a degradare a livello junk bonds titoli come i subprime, fino a poco prima muniti della tripla A ma rivelatisi altamente tossici. Scoppiata la crisi le tre agenzie hanno cercato, per così dire, di rifarsi una verginità spostando il tiro delle loro batterie sul debito sovrano dei paesi dell’Eurozona e perfino degli USA, un campo di gioco che offre grandi ritorni di immagine e visibilità mediatica. Ma il risultato è stato di provocare la reazione dei governi nazionali e delle istituzioni internazionali che, sulle due sponde dell’Atlantico, hanno cominciato a regolamentare l’attività di rating sotto il triplice profilo del controllo, della disciplina dei conflitti d’interesse e della trasparenza. Da qualche tempo, oltrettutto, i mercati sembrano snobbare i giudizi emessi dalle agenzie. L’ultimo clamoroso episodio riguarda il recente downgrade da AA+ a doppia A della Francia, che non ha praticamente smosso i rendimenti degli OAT della Republique. Anche la reazione delle borse al credit watch di Generali la settimana scorsa è stata di segno opposto a quello atteso: il titolo sulla notizia infatti è rimbalzato.
Ma il colpo di grazia alla reputazione delle agenzie potrebbe venire a breve dalla Corte di Giustizia della California, se i suoi giudici condanneranno S&P a risarcire 5 miliardi di dollari al governo degli Stati Uniti nel procedimento per frode intentato dalla stessa amministrazione americana. La condanna, che molti osservatori considerano probabile, potrebbe innescare infatti un effetto valanga, con decine di procedimenti analoghi, non solo negli USA, dove svariati Stati sono già pronti a seguire l’esempio del governo federale, ma anche in Europa. Per le agenzie potrebbe essere l’inizio del tramonto.
Secondo molti osservatori, nel rating sovrano le Big Three hanno abusato ampiamente della loro posizione di “triopolio” emettendo giudizi spesso inopportuni nel timing e discutibili nel merito, che hanno alimentato i più svariati sospetti (per il premio Nobel Paul Krugman l’ultimo downgrade della Francia è frutto per esempio di un ). In tema di valutazione del debito privato invece le critiche hanno riguardato i conflitti d’interesse derivanti dalla circostanza che a pagare per il rating è quasi sempre l’emittente, non l’investitore (come era fino agli anni ’70). Particolarmente discutibili sono apparse (oltre al downgrade degli USA), sia la decisione di classificare come default una eventuale ristrutturazione anche volontaria del debito greco nell’estate 2011, alla vigilia cioè del secondo piano di salvataggio della Troika, sia la decisione di degradare la stessa Grecia a “selective default” nel febbraio 2012 alla vigilia del swap che avrebbe risollevato il rating ellenico.
Il tramonto delle agenzie di rating potrebbe tuttavia essere rallentato da altre circostanze, in particolare riguardanti il debito privato. Le recenti normative che disciplinano i requisiti di capitale e la ponderazione per il rischio degli investimenti delle banche (Basilea III) e delle assicurazioni (Solvency II) richiedono infatti precise valutazioni dei rischi associati agli impieghi e agli investimenti, valutazioni che possono essere fatte, o esternamente, ricorrendo appunto ad agenzie specializzate, o internamente attraverso appositi modelli interni che sono tuttavia complessi e richiedono un know how costoso e sofisticato non accessibile a tutti e non semplice da costruire. Potrebbe essere questa la linea di resistenza delle agenzie a difesa del loro consolidato potere economico finanziario e della loro influenza sugli equilibri geopolitici. Ma l’orientamento dei governi e delle istituzioni internazionali sembra diretto a smantellare anche questa linea di difesa. Il Dodd Frank Act americano e le recenti modifiche a un regolamento comunitario da parte della Unione Europea mirano infatti a creare, con il concorso delle autorità di vigilanza nazionali, un terreno normativo e regolamentare favorevole al ricorso da parte di banche e assicurazioni ad autonome valutazioni dei rischi riducendo la dipendenza dalle poco amate agenzie di rating. A questo si associa una azione di moral suasion che negli ultimi tempi è diventata insistente. Difficile per le Big Three non prendere atto di questo cambio di scenario

 
Fonte: Corriere Economia del 2 dicembre 2013

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