• lunedì , 22 luglio 2019

Il Credit Crinch fa bene agli istituti, ma le sofferenze mangiano gli utili

BANKITALIA ASPETTA IL RISULTATO DELL’ASSET QUALITY REVIEW CHE POTREBBE DISSIPARE I DUBBI DEI MERCATI INTERNAZIONALI SULLA SOLIDITÀ DEL SISTEMA ITALIANO E RIAPRIRE I CONFINI AI FLUSSI INTERBANCARI.
La Banca d’Italia sembra quasi non veda l’ora che arrivi la revisione della qualità degli attivi delle aziende di credito che la Bce si appresta ad avviare prima di rendere operativo il Meccanismo di supervisione unico (Ssm). Via Nazionale, che conosce i conti delle banche italiane meglio di chiunque altro, non sembra aspettarsi cattive sorprese ma piuttosto augurarsi che l’esito di questa revisione dissipi finalmente i dubbi che i mercati internazionali hanno sulla solidità delle banche italiane e la smettano di considerarle un fattore di rischio.
Lsegue dalla prima a Banca d’Italia non si esprime così esplicitamente, ma a leggere il Rapporto sulla Stabilità Finanziaria pubblicato la settimana scorsa, il feeling è questo. In effetti se quei dubbi si dissipassero almeno uno dei grandi problemi europei di questi mesi, la rinazionalizzazione dei sistemi finanziari, che pesa sugli spread e sui flussi interbancari, potrebbe essere risolto. Il punto di partenza è che le banche italiane sono solide. In effetti lo sono, nonostante la lunga recessione, assai più che in passato. Il patrimonio è cresciuto in assoluto e in relazione agli attivi, tanto che oggi il famoso Core Tier 1 supera l’11 per cento. Il rapporto tra patrimonio e prestiti è sostanzialmente diminuito ed è tra i più bassi d’Europa, la presenza nei bilanci di posizioni opache è marginale e anche la dipendenza dalla raccolta interbancaria internazionale (il cosiddetto funding gap, ovvero la differenza tra la raccolta diretta e gli impieghi) si è considerevolmente ridotto. In un rapporto sul debito italiano pubblicato il 31 ottobre, Roubini Global Economics, notoriamente poco tenero, afferma di non aspettarsi rilevanti problemi di capitale. Aggiunge inoltre che, basandosi sulle valutazioni delle sofferenze bancarie fatte dal Fondo Monetario (150 miliardi di euro) e anche adottando un criterio assai severo sulle perdite connesse, queste potrebbero essere assorbite dalle riserve, dai margini che il sistema produce ed eventualmente dal patrimonio senza che questo scenda sotto l’8 per cento previsto da Basilea III. In sostanza una ulteriore certificazione di solidità. Il che naturalmente non vuol dire che se il paese invece di uscire dalla recessione entrasse in un ancora più profonda, se il debito pubblico andasse fuori controllo o se altre variabili scatenassero l’inferno, questa solidità non possa essere seriamente messa alla prova. Il problema in effetti non è la solidità delle banche italiane ma la loro capacità di alimentare l’economia. Una parte significativa del miglioramento dei parametri di cui sopra abbiamo parlato, dal rapporto patrimonio-attivi alla riduzione del funding gap, è infatti frutto della riduzione del credito, che continua a declinare inesorabilmente. La Banca d’Italia usa una dicitura standard per descrivere le ragioni del fenomeno: “Prosegue la contrazione del credito. Vi contribuiscono sia la debolezza della domanda sia l’intonazione restrittiva dell’offerta di finanziamenti da parte delle banche, a sua volta connessa soprattutto con la crescente rischiosità delle imprese”. La gabbia in cui è chiuso il sistema bancario italiano è questa: poca domanda di credito buono, e un po’ troppo credito cattivo erogato nel passato. Non è solo colpa del destino cinico e baro. Le banche hanno prestato senza fare troppa attenzione negli anni buoni, le cronache sono piene di denaro facile a immobiliaristi e assicuratori, e oggi privilegiano tanto la riduzione dell’attivo che spesso non prendono in considerazione la domanda di credito anche quando si tratterebbe di credito buono. La lunga recessione poi ci ha messo del suo e l’esito finale di tutto ciò è che le sofferenze continuano a crescere, anche se si stanno stabilizzando, e gli accantonamenti si mangiano quasi interamente i margini che le banche riescono a produrre con la loro attività. Secondo il Rapporto sulla stabilità finanziaria citato sopra, nel primo semestre del 2013 il rendimento del capitale e delle riserve dei primi 34 gruppi bancari è scesa all’1,2 per cento, a causa soprattutto delle rettifiche su crediti che si sono mangiate i tre quarti del risultato di gestione (un altro pezzo se l’è mangiato la riduzione del margine di interesse). La previsione è che nel 2014 l’economia smetta di scendere e accenni un lieve recupero. Se venisse rispettata, le sofferenze dovrebbero smettere di aumentare. Resterebbe a quel punto il problema dello stock: le banche non fanno bene il loro lavoro se hanno in pancia miliardi, in qualche caso decine di miliardi di crediti bloccati. La soluzione in cui spera la Banca d’Italia è che la revisione della qualità degli attivi effettuata dalla Bce, insieme al più favorevole del trattamento fiscale delle rettifiche sui crediti spinga le banche a ridurre il valore al quale hanno le sofferenze in portafoglio fino a un punto tale da rimettere in moto il mercato delle cartolarizzazioni (che all’inizio del secolo hanno consentito di ridurre sostanzialmente l’ammontare dei crediti in sofferenza detenuti dalle banche e il loro rapporto con il totale dei prestiti). Altri suggeriscono la creazione di una bad bank nella quale concentrare le sofferenze del sistema. Una soluzione comunque va trovata, anche eventualmente con un contributo pubblico (come avvenuto in passato). Se l’economia riparte il costo del rischio si riduce, ma se il vagone di sofferenze che si devono trascinare dietro è troppo pesante, le banche non avranno la forza di alimentare quella crescita, che rischierebbe così di essere troppo flebile e di breve durata. Nella foto in alto a destra, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco Nell’ultimo rapporto di Via Nazionale sulla Stabilità Finanziaria ci sono toni di cauto ottimismo

 
Fonte: Affari e Finanza del 18 novembre 2013

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