• mercoledì , 18 settembre 2019

Quando Il Tar decide l’interesse del mercato

“Se non ci fossero i Tar il pil crescerebbe del 2 per cento l’anno in più”, sibilò una volta un ex presidente del consiglio. Non voleva abolirli, ma dava voce a quella condivisa sensazione di avere davanti un muro invalicabile che rallenta o blocca qualsiasi tentativo di cambiare o anche solo di fare. Quel muro è la cultura giuridico-amministrativa che ha aggrovigliato il paese in una matassa inestricabile della quale non si trova più il bandolo. Di quella cultura i consiglieri di stato sono gli epigoni e i giudici dei Tar i sacerdoti celebranti. In quei tribunali si combattono assai poco epiche battaglie in cui magistrati amministrativi giudicano atti dello stato prodotti da altri magistrati amministrati, questa volta nella veste di capi di gabinetto o degli uffici legislativi dei ministeri. Inspiegabilmente assai spesso lo stato perde, anche se quegli atti sono prodotti da figli della stessa mamma (la magistratura amministrativa) di chi li giudica. Misteri italiani. Ma in quei tribunali si celebra anche un altro scontro, quello tra la cultura ammini-strativa, dominante, e quella del mercato, che tenta flebilmente di tirare fuori la testa. I paladini della cultura del mercato dovrebbero essere le Authority, che fanno assai fatica già al loro interno, perché anch’esse spesso guidate da consiglieri di stato, e comunque per ogni atto che producono, ogni delibera, ogni sanzione, c’è la quasi matematica certezza che gli interessi privati toccati reagiscano nel più classico dei modi (in Italia): facendo ricorso. Con un risultato garantito e uno possibile, il primo è guadagnare tempo e il secondo è una sentenza favorevole. La strada di Antitrust, Ag-Com, Autorità per l’energia, Consob, presto lo sarà anche quella della nascente Autorità dei trasporti, è lastricata di ricorsi al Tar, dove agguerritissimi superavvocati ingaggiati a peso d’oro dai grandi gruppi difendono i loro interessi confrontandosi con la difesa delle agenzie affidata (salvo la Consob che utilizza un ufficio legale interno) alla Avvocatura dello Stato, spesso assai competente ma non altrettanto specializzata. Battaglie importanti delle Autorità si sono infrante su questo muro, e a pagare sono i consumatori o risparmiatori. In queste settimane è in corso l’ennesimo confronto che ha per oggetto gli interessi di alcuni contro gli interessi di molti. L’oggetto è il prezzo per le azioni Camfin oggetto di offerta pubblica di acquisto. Il prezzo di offerta era stato fissato a 80 centesimi, la Consob dopo aver ispezionato gli uffici delle varie società coinvolte, ha trovato documenti comprovanti accordi tra il gruppo Tronchetti e quello Malacalza in base ai quali si sarebbero scambiati azioni Camfin ad un prezzo non inferiore a 83 centesimi, che quindi dovrebbe essere riconosciuto a tutti gli azionisti. Le società coinvolte hanno annunciato il ricorso ancor prima che la Consob raccogliesse la documentazione e deliberasse in proposito, ricorso che puntualmente è arrivato. Il Tar ha sospeso l’attuazione della delibera e giudicherà (abbastanza rapidamente) il 20 novembre prossimo. I magistrati del Tar giudicheranno secondo la legge e vedremo e rispetteremo la sentenza qualunque sarà l’esito della contesa. Ma quell’esito non riguarderà solo i tre centesimi di differenza tra quanto offerto da chi ha lanciato l’opa e quanto indicato dalla Consob. Perché quella delibera e le ispezioni che l’hanno preceduta segnalano al mercato – un segnale a lungo atteso – che il tempo degli scambi dietro le porte chiuse a scapito degli azionisti di minoranza è finalmente finito. I “salotti” come abbiamo visto, stanno finalmente chiudendo, le autorità sembra si stiano risvegliando. Forse un po’ di cultura del mercato potrà trovare spazio anche in Italia. Tar permettendo.

 
Fonte: Affari e Finanza del 21 ottobre 2013

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