• giovedì , 22 agosto 2019

Di tutto, di piu’?

In Rai supercompensi e impossibile autonomia.
Al di là del folklore, la polemica innescata dal capogruppo Pdl alla Camera Renato Brunetta durante il programma di Fabio Fazio sui compensi dei divi Rai (a cominciare da quello dello stesso Fazio), indica un problema che si trascina irrisolto da sempre: l’impossibilità di gestire una tv pubblica come la Rai che già Romano Prodi, al tempo della sua prima presidenza Iri, giudicava ingovernabile, perché il socio di gran lunga maggioritario (ieri l’Iri, oggi il ministero dell’Economia) non ha praticamente poteri, che sono requisiti dalla politica. “La Rai – diceva Prodi – è l’unica società per azioni che non risponde al Codice civile”.
L’altra anomalia che intorbida le acque dipende dal fatto che la Rai vive di canone, che è una tassa (circa 2 miliardi l’anno), ma anche di pubblicità (poco più di un miliardo, con un tetto alla crescita). Sicchè non si capisce mai se i supercompensi che oggi Brunetta contesta (si dice 5,3 milioni a Fazio per 3 anni e ventimila euro a puntata per la Litizzetto) siano pagati dai soldi dei contribuenti che tirano la cinghia in questo periodo di crisi, come dice il Pdl; o siano pagati dalla pubblicità, come dice Fazio e prima di lui altri divi del piccolo schermo come Santoro. Così come non si capisce se i compensi delle star Rai siano protetti dalla riservatezza, come avviene nelle imprese private (e infatti nessuno si sogna di chiedere quanto guadagnano i divi di Mediaset) o siano assoggettati alla legge sulla trasparenza dei compensi pubblici.
Nel frattempo, il fuoco di sbarramento del Pdl contro i maxi compensi sembra aver fatto naufragare la trattativa per portare il comico Maurizio Crozza a Rai 1. E non c’è molta differenza se i partiti fanno entrare in Rai i loro beniamini o impediscono ai loro avversari di entrarvi: si tratta sempre di indebite pressioni della politica su un’azienda che dovrebbe essere autonoma nella gestione. Ma la Rai non lo è mai stata e mai lo sarà. Anche per questo, visto che si riparla di privatizzazioni, sarebbe utile cominciare a cedere proprio la Rai, abolendo il canone, che insieme all’Imu è la tassa più odiata dagli italiani, ma anche quella che Berlusconi, guarda caso, non ha mai proposto di abolire perché impone alla Rai il tetto alla pubblicità, che giova soprattutto a Mediaset. Se poi si ritiene che lo Stato debba avere un canale tv per promuovere la cultura (ma senza informazione), si può applicare l’idea di Giovanni Sartori di finanziare questa futura tv pubblica con un piccolo contributo prelevato dalla pubblicità delle tv commerciali.

 
Fonte: InPiu' del 16 ottobre 2013

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