• lunedì , 14 ottobre 2019

La mutazione di Renzi

La sua sinistra non ha più nulla del vecchio Pci-Pds-Ds.
La mutazione di Renzi Niente tabù ideologici. Nessun riferimento al Pantheon della sinistra. Nessuna sudditanza psicologica verso Napolitano, di cui ha sonoramente bocciato la richiesta di amnistia e indulto, né verso la Corte Costituzionale, di cui ha criticato il metodo di elezione “corporativo” dei presidenti. Citazioni da perfetto caposcout: Bonhoeffer (teologo luterano tedesco trucidato dai nazisti), Papa Francesco, Charles Peguy (scrittore cattolico francese), il suo predecessore sindaco di Firenze Giorgio La Pira che parlava con la Madonna, don Tonino Bello vescovo pugliese di cui è in corso il processo di beatificazione. La “rivoluzione” di Matteo Renzi nel Pd è in primo luogo estetica e direi quasi letteraria. La tradizione, i riti e i tic del vecchio Pci, poi Pds, poi Ds e infine Pd, cancellati, come non fossero mai esistiti. Più che un’evoluzione, una vera mutazione antropologica. E chissà che cosa ne pensano in cuor loro i tanti parlamentari del Pd, tendenza pci, che ne hanno sottoscritto la candidatura, alcuni probabilmente solo per garantirsi la sopravivenza.
Ma Renzi se ne frega in primo luogo di loro e dice che “sul carro del vincitore non si sale, lo si spinge”. Parla ai giovani che non sanno neppure chi è Togliatti o Berlinguer, parla ai cinquemila assessori all’Istruzione del Pd che ogni mattina devono aprire le scuole, agli 800 mila maestri e professori italiani, ai quali promette non l’ennesima riforma ma un grande consultazione per migliorare l’educazione. Parla di merito e di uguaglianza, ma solo delle opportunità, perché è giusto che i più bravi facciano più strada, e che ci siano assunzioni più facili, e quindi meno regolamentrate, con buona pace dell’egualitarismo e del pansindacalismo. Dice che è giusto chiedere un contributo a chi prende cinquemila euro di pensione avendo pagato contributi per duemila. Vuole la riforma digitale spinta della Pa e consultazioni telematiche coi cittadini. Vuole una legge elettorale bipolare che faccia capire subito chi ha vinto e chi ha perso. Vuole ridare un nome alle persone troppo spesso ridotte a numeri (come i poveri migranti senza identità morti nel mare di Lampedusa). Dice che l’Italia non è finita, ma è “infinita perché è piena delle nostre speranze”. Lirico e persuasivo. Pieno di energia contagiosa. Sideralmente lontano dal frusto politichese dei suoi antagonisti alle primarie. Perché non metterlo alla prova?

 
Fonte: InPiu' del 14 ottobre 2013

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