• lunedì , 19 agosto 2019

Ma in Italia non comanda piu’ nessuno?

La politica nel caos, le banche travolte dagli scandali, gli imprenditori schiacciati dalla crisi. Il vero rischio per il sistema Paese è la mancanza di poteri forti. Resiste solo l’asse Draghi Napolitano.
C’erano una volta i “poteri forti”: le banche, la grande finanza, la Borsa. Che volevano imporre la loro visione del mondo e i loro interessi. C’erano una volta i partiti. Che forti del mandato elettorale non si sentivano succubi di nessuno. C’erano una volta la Confindustria e le tre organizzazioni sindacali. Senza il cui accordo non si poteva far nulla. C’era una volta il Vaticano degli intrighi, pronto a scambi non sempre trasparenti con la politica e con la finanza. C’era una volta la massoneria della P2, con un progetto antidemocratico per trasformare l’Italia.
Tutto questo oggi non c’è più. Nel senso che la finanza, i partiti, le forze sociali, il Vaticano e la massoneria esistono ancora ma il loro potere si è ridotto, frammentato, quasi polverizzato. Tanto che è difficile rispondere alla domanda: “Chi comanda in Italia?”. O meglio, la risposta che prevale è: “Nessuno”. «Sistemi complessi si stanno sfilacciando e tutti cercano di sopravvivere», dice un grand commis dello Stato, ora in pensione. «Siamo alla balcanizzazione del potere», è il commento di un politico ormai ai margini. «Il mercato, che ha trionfato, è anarchico, predilige il potere diffuso», osserva invece un importante banchiere. «Attenzione però», mette in guardia Leonardo Morlino, docente di scienza della politica alla Luiss, «la liquefazione è tale che bastano piccoli grumi di potere per esercitare un’influenza forte. Almeno finché si rimane fuori dall’ambito della politica dove invece la paralisi è totale dalle dimissioni di Silvio Berlusconi dell’ottobre 2011».
CUPOLA DEI MAGISTRATI
Qualsiasi militante o simpatizzante del centrodestra non ha esitazioni: in Italia comanda la magistratura. Soprattutto adesso che la cosiddetta persecuzione giudiziaria nei confronti di Berlusconi ha raggiunto il suo acme con la condanna in Cassazione per frode fiscale sui diritti televisivi acquistati da Mediaset la percezione di un «uso politico della giustizia» è sempre più forte. A sovvertire le regole basilari della democrazia è, secondo falchi e colombe del Pdl senza distinzioni, l’ala sinistra della magistratura, organizzata in due correnti sindacali: Magistratura democratica e Movimento per la giustizia, 800 e 400 iscritti rispettivamente su un totale di circa 8.500 magistrati. «Non può essere un caso che gran parte dei procedimenti contro il leader del Pdl, 34 da quando è entrato in politica nel 1994, siano stati avviati da esponenti di quelle correnti», osserva un avvocato dell’entourage berlusconiano: «E sono personaggi molto attivi, nel sindacato come in politica, tanto che hanno o hanno avuto ruoli importanti nei partiti e nelle istituzioni».
È facile risalire ai nomi: Antonio Ingroia, che alle elezioni del 2013 ha guidato con scarso successo la lista di Rivoluzione civile, Pietro Grasso, eletto nelle lista del Pd e poi diventato presidente del Senato, Gherardo Colombo, nominato consigliere d’amministrazione della Rai in quota Pd. E poi Edmondo Bruti Liberati, Gian Carlo Caselli, Guido Lo Forte. Tutte “toghe rosse”, secondo la destra, influenzate nella loro attività da un pregiudizio nei confronti di Berlusconi che deriverebbe dalla sua ricchezza, dalla sua ostilità dichiarata per la sinistra, dai suoi antichi legami con i partiti della Prima repubblica crollati sotto il peso delle inchieste di Tangentopoli.
A orchestrare l’assedio sarebbe una “cupola” di magistrati che giocano di sponda con ampi settori del Partito democratico e con le organizzazioni politiche alla sua sinistra. E a rafforzare l’assedio a Berlusconi contribuirebbe il controllo che la sinistra esercita sulla Corte costituzionale e sul Consiglio superiore della magistratura (Csm). Più volte lo stesso fondatore di Mediaset e di Forza Italia ha denunciato lo squilibrio nella composizione dei due organi. Alla Corte, che valuta la costituzionalità delle leggi, i 15 giudici sono nominati per un terzo ciascuno dal parlamento, dal presidente della Repubblica e dagli altri organi della magistratura (Cassazione, Corte dei conti, Consiglio di Stato). Secondo Berlusconi, il rapporto è di 11 a 4, ovviamente a favore della sinistra, soprattutto per effetto delle scelte dei presidenti Giorgio Napolitano e Carlo Azeglio Ciampi, entrambi espressione del centrosinistra. Stessa musica al Csm, l’organo di autogoverno della magistratura, quello che stabilisce chi presiede i tribunali e chi dirige le procure, e che prende provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati. Anche qui, secondo il centrodestra, la sinistra domina incontrastata: dei 24 membri un terzo è eletto dal parlamento e due terzi dal sindacato. E nel gioco delle correnti dell’Anm la prevalenza dei consiglieri della sinistra è netta.
Basta tutto questo per poter affermare che esiste una “cupola” di toghe rosse nella magistratura? E che la lotta politica è condizionata dall’interferenza delle inchieste giudiziarie? La risposta dei politici di sinistra e dei magistrati è no. «Altro che cupola delle toghe rosse», dice per esempio un senatore del Pd di prima nomina, «il potere vero è quello mediatico di Berlusconi che attraverso televisioni e giornali, controllati da lui o dai suoi fiancheggiatori, è in grado di far passare nell’opinione pubblica messaggi distorti e di imporre la sua agenda alla politica italiana». Le reti Mediaset, una parte della Rai, i periodici della Mondadori, i quotidiani “il Giornale”, “Libero”, “il Foglio”, si muovono in sintonia su gran parte dei temi politici e sulle vicende giudiziarie del leader del Pdl. «Ma quale giustizia a senso unico o a orologeria?», aggiunge uno storico esponente del Pd: «Vogliamo parlare della vicenda Montepaschi? È esplosa all’improvviso a due mesi dalle ultime elezioni: si sapeva che c’era un’indagine e che cosa riguardava, poi, probabilmente attraverso alcuni gruppi della Guardia di finanza legati all’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, sono uscite le carte che hanno trasformato una bagatella in uno scandalo epocale. Beppe Grillo ha raddoppiato i suoi consensi e il Pd ha di fatto perso le elezioni. Sarebbe questo il nostro potere sulla giustizia?».
La magistratura fa paura. E non solo alla politica. La procura di Trani mette sotto accusa niente meno che Standard & Poor’s, la più grande agenzia di rating internazionale, per i suoi report sul debito pubblico. Convoca Banca d’Italia e Consob per sentirne il parere. Quella di Palermo indaga sul presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per il patto Stato-mafia. Il procuratore di Torino Raffaele Guariniello apre inchieste a raffica sui temi più disparati. Tutti gli “altri” poteri si sentono sotto tiro. Ma in realtà questo attivismo è solo il sintomo dello sfaldamento del potere. «In effetti la magistratura fa quello che vuole», commenta Giuliano Cazzola, ex Cgil, poi parlamentare del Pdl e ora con Mario Monti in Scelta Civica,«ma non è una forza organizzata come sostiene Berlusconi, e non esercita una funzione di surroga di poteri che non ci sono più. Piuttosto agisce secondo arbitrio. Pensiamo al caso Ilva: c’è una procura che dichiara guerra a un’azienda. Domani un’altra procura potrebbe sequestrare la Fiat perché le automobili, inquinando, fanno venire il cancro».
RITIRATA DELLA POLITICA
La politica è in una fase di ripiegamento che dura da almeno vent’anni. L’attacco al proliferare della casta, e dei suoi privilegi, è cominciato ormai sette anni fa e ancora fa sentire il suo peso. Anche perché la politica non ha reagito come avrebbe dovuto: con un drastico contenimento delle sue dimensioni e del suo costo. Solo annunci e qualche sforbiciata, spesso compensata da interventi mascherati. La forza dei partiti è ai minimi storici. Quelli che contano sono due: il Pd e il Pdl. Ma il primo è paralizzato da conflitti intestini che si riproducono all’infinito. Il secondo è talmente appiattito sulla figura del suo leader da risultare evanescente (chi lo ha abbandonato non ha certo brillato, dopo, nel firmamento della politica come ben sanno anche quelli che in questi giorni si sono ribellati alle dimissioni dei ministri e dei parlamentari pretesa da Berlusconi). La loro presa sulla società è scarsa, l’autorevolezza delle posizioni non è riconosciuta, la preparazione dei parlamentari discussa. «Non ce n’è più uno che sia in grado di scrivere un emendamento da solo», racconta un vecchio parlamentare Pd, «così è facile diventare preda delle lobby».
Nessun partito ha un vero progetto da coltivare. Il Pdl e il MoVimento 5 Stelle puntano sul populismo, il primo con l’abolizione dell’Imu e la difesa della democrazia insidiata dai magistrati che perseguitano Berlusconi, Beppe Grillo con gli attacchi frontali alla casta della politica, alle istituzioni, all’euro. Il Pd è alla disperata ricerca di un’identità, di un leader e di una vittoria elettorale che lo legittimi definitivamente. «Il risultato è che la politica non esercita più la funziona di guida», osserva un profondo conoscitore della macchina dello Stato. Con un effetto collaterale micidiale: «La burocrazia mette i paletti a casaccio, frena chi vuole intraprendere, costruire, sperimentare. Anche i funzionari preparati e che vorrebbero fare il bene della collettività non riescono a rendersi utili perché si ritrovano senza guida».
I “mandarini” della Pubblica amministrazione (consiglieri di Stato, magistrati della Corte dei conti) presidiano i ministeri come capi di gabinetto e dell’ufficio legislativo: fanno favori, svolgono un’azione di interdizione in certi casi, si preoccupano della conservazione dello status quo. A volte assumono ruoli politici. Anche in questo caso si sospetta l’esistenza di una “cupola” che avrebbe il suo sommo padrino politico in Gianni Letta, gran consigliere di Berlusconi schierato tra le “colombe” nel suo partito. Con esponenti di spicco come Antonio Catricalà, viceministro allo Sviluppo con delega alle comunicazioni (quindi le televisioni), Filippo Patroni Griffi, sottosegretario di Enrico Letta a Palazzo Chigi, Vincenzo Fortunato, ex capo di gabinetto del ministero dell’Economia, oggi alla testa della struttura che si occupa della cessione degli immobili pubblici, Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle Entrate. O come i ministri Anna Maria Cancellieri ed Enzo Moavero. Non è un caso che la burocrazia ostacoli con tutte le sue forze qualsiasi tentativo di riformarla. Il risultato è che per risparmiare sul bilancio si tagliano gli input: il personale non si rinnova, non si comprano beni intermedi (dal toner per le stampanti alla benzina per le Pantere della Polizia). E così la Pa, invece di riformarsi per essere più efficiente, funziona sempre peggio.
Hanno perso influenza i centri di comando istituzionali. Letta è un presidente del consiglio che traballava ancor prima di ricevere la fiducia e che potrebbe essere già arrivato a fine corsa. Il suo mandato non deriva da un successo elettorale ma dalle alchimie parlamentari, pilotate da Napolitano: le “larghe intese” nascono dalla minaccia dell’instabilità economica e dalla elevata probabilità che un ritorno alle urne senza una nuova legge elettorale abbia come risultato un altro parlamento senza una maggioranza definita. Il governo fa i salti mortali per accontentare tutti, senza avere soldi da spendere.
La vicenda dell’Imu è imbarazzante. E ha travolto anche il ministero dell’Economia, dove Fabrizio Saccomanni è costretto al piccolo cabotaggio delle coperture improvvisate, dell’ottimismo di maniera, delle promesse non mantenute, delle dimissioni minacciate. Sebbene Berlusconi ami ripetere che il vero centro del potere in Italia è via XX settembre, da dove si governano le entrate e le spese pubbliche, la realtà sembra diversa.
Tutti bussano a quattrini, ma quattrini non ce ne sono. Tutti disegnano scenari portentosi di riduzione del carico fiscale o di magici incentivi e nessuno spiega come far tornare i conti. Giunto a via XX settembre con l’ambiziosa intenzione di scrollare di dosso al ministro dell’Economia l’immagine di un San Sebastiano perennemente trafitto, Saccomanni si è dovuto rassegnare a fare la parte di quello che rimbrotta gli audaci. Come Confindustria e sindacati, capaci di annunciare un piano di rilancio della crescita che costerebbe più di 10 miliardi alle casse pubbliche, senza dire come coprirli.
La struttura del ministero si è andata impoverendo tanto che Saccomanni ha attinto alla sua casa-madre, la Banca d’Italia, per scegliere il nuovo capo della Ragioneria generale dello Stato, Daniele Franco. La Direzione generale del Tesoro non brilla di luce propria. A rappresentare in modo plastico l’impotenza del governo è la qualità delle nomine effettuate nelle imprese partecipate. Qualche esempio? Alla presidenza di una Finmeccanica travolta dagli scandali e dall’incertezza sulle strategie è stato catapultato Gianni De Gennaro, ex capo della Polizia ed ex sottosegretario con la delega ai servizi segreti. Un modo per sistemare un “potente” rimasto senza poltrona, aggirando tra l’altro la legge che impedisce a chi ha avuto incarichi di governo di assumere ruoli di vertice nelle controllate.
A Invitalia, l’Agenzia che dovrebbe attrarre investimenti esteri, sono stati confermati un presidente come Giancarlo Innocenzi, dirottato lì dopo che si era dovuto dimettere dall’Autorità delle comunicazioni per le sue manovre, concordate con Berlusconi, contro Michele Santoro alla Rai, e un amministratore delegato, Domenico Arcuri, in carica dal 2007, che non ha lasciato finora tracce tangibili della sua presenza. Alle Ferrovie sono stati confermati un presidente di quasi 80 anni come Lamberto Cardia, ex presidente della Consob, e l’ad Mauro Moretti, i cui risultati sono incontestabili ma che riveste quell’incarico dal 2006.
In un gioco di veti incrociati il governo ha lasciato le cose come stanno: la soluzione meno pericolosa.
I partiti e lo Stato centrale hanno delegato molto alla periferia. Ma il federalismo all’italiana si è rivelato un trionfo dell’irresponsabilità in cui la casta dei politici ha dato il peggio di sé: le aziende del Comune di Roma con le loro parentopoli, la sanità della Regione Lazio, la gestione disinvolta di Roberto Formigoni in Lombardia, il bilancio della Calabria, tanto per citare alcuni dei casi più clamorosi. Malgrado le ricorrenti proteste sul taglio delle risorse, sindaci e presidenti di regione hanno pensato soprattutto a soddisfare le clientele e a non ridimensionare gli apparati.
L’abolizione delle province sembrava un obiettivo minimo per governi, come quelli di Mario Monti e di Enrico Letta, che avevano annunciato di voler tagliare i costi della politica. Ma le province sono ancora lì per la resistenza vischiosa di una lobby tanto discreta quanto efficiente. Sono ormai quasi ininfluenti le lobby che più hanno contato nella storia recente d’Italia: i sindacati e la Confindustria.
L’associazione degli industriali, dopo aver accettato (o meglio sollecitato per fare cassa) l’iscrizione di tutte le imprese pubbliche e aver perso per strada la Fiat, è vittima dei suoi conflitti intestini. All’esterno ha perso autorevolezza, all’interno Guido Barilla si può permettere di criticarne pubblicamente il funzionamento. Il presidente Giorgio Squinzi, straordinario imprenditore con la sua Mapei, un giorno dice una cosa e il giorno dopo il contrario. I big, tranne pochi, stanno alla larga. La direttrice generale è alle prime armi. Insomma, quando parla via dell’Astronomia molti non stanno neanche a sentire. Lo stesso vale per i tre sindacati, arroccati in difesa dell’occupazione dipendente che ormai rappresenta solo il 50 per cento del mondo del lavoro. Difendono le categorie che più pesano tra gli iscritti: la Cgil i pensionati e i pensionandi, la Cisl gli statali. E fanno politica più che possono. Ma sono incapaci di adeguarsi ai tempi. E non hanno un progetto di società e di economia. Come peraltro la Confindustria.
ERANO FORTI
Banche, finanza, Borsa: tutti ambienti che una volta incutevano timore. E che ora si sono molto ridimensionati tra crisi finanziaria, recessione, scandali in serie. Dopo le privatizzazioni e il processo di concentrazione che ne è seguito, le banche si sono ridotte di numero. «Certo, hanno sempre il potere di non darti i soldi, ma poi?», dice un autorevole imprenditore. Quelle che contano sono tre: Intesa Sanpaolo, Mediobanca e Unicredit.
Quest’ultima è la più grande ma è molto proiettata sull’estero. Il suo capo, Federico Ghizzoni, si tiene fuori il più possibile dalle beghe italiane anche se non può fare a meno di sporcarsi le mani in qualche partita importante: Ligresti e quindi Fonsai-Unipol, Mediobanca, Zaleski, persino la Roma. Il vero centro di potere bancario è Intesa che si fonda sul solido asse costruito da Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo, e Giovanni Bazoli, messo da Nino Andreatta nel 1982, più di 30 anni fa, a capo del Banco Ambrosiano dopo la morte di Roberto Calvi e capace di costruire una formidabile corazzata.
La cui forza deriva in gran parte dalla disponibilità, mai rinnegata, a partecipare alle cosiddette “operazioni di sistema”: l’ingresso in Telecom per evitare che finisse agli stranieri (sollecitata dal governo Prodi II l’operazione si è risolta in questi giorni con la resa agli spagnoli di Telefonica), il salvataggio di Alitalia per esaudire un desiderio elettorale di Berlusconi (anche in questo caso sembra inevitabile la resa ad Air France-Klm con sei anni di ritardo), l’avventura di Italo, il treno privato che ha sfidato le Ferrovie dello Stato sull’alta velocità. Bazoli e Guzzetti si sono resi conto in due anni di aver puntato sul cavallo sbagliato per sostituire Corrado Passera come capo operativo e in un battibaleno hanno fatto fuori Enrico Cucchiani, manager globale in odore di massoneria e corpo estraneo nella struttura della banca.
Mediobanca, una volta esauriti gli scontri al vertice, sembra voler chiudere con il passato: niente più holding di partecipazioni, crocevia dei patti di sindacato, solo banca d’investimenti che vive di commissioni. Una scelta che si traduce peraltro in un minor peso, sulla scacchiera del potere, della coppia Pagliaro-Nagel. Il resto del mondo bancario è marginale. Il Montepaschi è intento a leccarsi le ferite della sciagurata gestione Mussari-Vigni (complice la fondazione). La Bnl è dei francesi. Le altre non contano. E conta poco anche l’Abi, dopo l’ubriacatura politica della presidenza Mussari e con l’avvento dell’incolore Antonio Patuelli, riemerso misteriosamente dagli archivi della Prima Repubblica.
Conta invece, eccome, la Cassa depositi e prestiti del Tesoro (80 per cento) e delle fondazioni bancarie (20 per cento). Siede su una montagna di soldi (200 miliardi di euro), quelli raccolti dal Bancoposta, che impiega nei modi più vari: prestiti agli enti locali e alle imprese, finanziamento di progetti infrastrutturali, partecipazioni azionarie. Utilizza depositi a vista, con garanzia pubblica, per investimenti a lungo termine. Una scelta da brividi ma, di fronte alla crisi del capitalismo privato, il sistema non poteva che puntare su questo ircocervo pubblico-privato per dare un po’ di ossigeno all’economia. Affidandolo a un presidente tutto politico (Franco Bassanini) e a un ad tutto privato (Giovanni Gorno Tempini).
Siamo passasti dal “capitalismo di relazione”, basato su intrecci, scambi, favori e poco mercato, al “capitalismo dell’astensione”: gli imprenditori non investono nelle loro imprese (gli investimenti sono fermi ai livelli del 2000), non si espandono all’estero. Si preoccupano solo di mantenere alti i profitti, evitare quanto più possibile la concorrenza, utilizzare poco i loro soldi e molto quelli delle banche. La grande impresa non c’è più. O quasi. Quelle che vanno forte sono distanti dall’Italia anni luce, come Luxottica e Prada.
La Finmeccanica è in grosse difficoltà. E non riesce a uscire da alcuni business (energia e trasporti) per l’opposizione della politica e degli enti locali. Gli ex monopoli pubblici se la passano male. L’Enel di Fulvio Conti si è riempita di debiti per espandersi all’estero. E non sa come levarsi d’impaccio. La Telecom di Franco Bernabè, dopo otto anni di stanco tran tran, diventerà una filiale di Telefonica, magari dopo aver ceduto la rete fissa alla Cassa depositi e prestiti.
L’Eni di Paolo Scaroni va bene ma perde colpi e non cresce più da anni. La contiguità, anche affaristica, con Berlusconi, la vicinanza a personaggi discussi come Luigi Bisignani, ex P2 e grande disegnatore di cordate politico-affaristiche, un imponente budget di comunicazione hanno peraltro fatto di Scaroni un intoccabile. Tutte queste imprese si distinguono per la capacità di garantire remunerazioni milionarie ai propri manager e per l’abilità nel non far mai mancare il loro sostegno alle iniziative di partito o alle pubblicazioni clandestine di fondazioni e think tank a essi collegati.
Nel Gotha del capitalismo italiano spiccano anche Emilio Riva, agli arresti per l’inquinamento di Taranto, e Salvatore Ligresti, agli arresti con tutta la famiglia per falso in bilancio e manipolazione del mercato. I Benetton sono ancora in un brodo di giuggiole per il terno al lotto che hanno vinto aggiudicandosi la privatizzazione di Autostrade. Marco Tronchetti Provera, condannato in primo grado per una vicenda minore legata agli spionaggi di Telecom, si accontenta della Pirelli che ha trovato una dimensione vincente soprattutto all’estero. Roberto Colaninno si lancia in spericolate avventure, da Telecom ad Alitalia, senza mai venirne a capo.
Resta la Fiat.
Sergio Marchionne ha arricchito gli Agnelli, oltre che se stesso. Ma non ha certo l’Italia nel cuore. Secondo molti osservatori, anche la scelta di rafforzarsi in Rcs, avversata da Marchionne, serve più che altro a “coprire la ritirata” della Fiat verso gli Stati Uniti che è nei piani dell’ad. «La Fiat considera l’Italia una passività», racconta un imprenditore torinese, «dove sarà costretta a mantenere in vita qualche stabilimento per evitare guai». Il nuovo investimento in Rcs è considerato anche una risposta all’arroganza di Diego Della Valle che non perde occasione per sfidare, almeno a parole, il vecchio establishment. Salvo poi ricadere, lui che ha creato con la Tod’s un gioiello nel lusso, nei peggiori vizi della tradizione italiana, dedicandosi alle banche (Comit, Bnl, Unicredit), al calcio (Fiorentina) e ai giornali (Corriere della Sera).
Già, i giornali. L’influenza dei media tradizionali si va riducendo. Un po’ per la diffusione di Internet e del suo nuovo modo di fare informazione, un po’ per le difficoltà economiche che stanno attraversando tutti, senza distinzione. Il crollo della pubblicità e la costante diminuzione delle copie vendute li hanno indeboliti. E, nonostante l’abolizione di tutti i sussidi pubblici, gli editori si sono trovati di nuovo ad aver bisogno del sostegno dello Stato. Conta invece un certo tipo di tv. «Alcuni conduttori di talk show», commenta ancora Cazzola, «si sono inventati che gli italiani stavano morendo di fame e glielo hanno fatto credere».
CAVALIERI OSCURI
“Il potere”, spiega un importante banchiere, «lo dà il denaro contante: disporre di somme liquide da investire. Per questo oggi chi conta davvero sono le banche centrali e i fondi sovrani che possono muovere miliardi di euro o di dollari». E qui si torna a Draghi che guida la Banca centrale europea. È innegabile che sia stato lui, di fatto, a tenere a galla l’Italia negli ultimi due anni con gli acquisti di titoli di Stato, effettivi e potenziali. Ma Draghi è anche accusato di aver favorito un “commissariamento” dell’Italia con la famosa lettera della Bce al governo italiano, firmata da lui e dal suo predecessore Jean-Claude Trichet.
Ed è accusato di essere legato a filo doppio con Angela Merkel, in un gioco delle parti che, alla fine, va a beneficio sì della stabilità europea ma soprattutto della Germania. Draghi ha costruito un asse di ferro anche con Napolitano che dal Quirinale è entrato pesantemente nel gioco politico: prima promuovendo il governo Monti poi costringendo di fatto i partiti alle larghe intese del governo Letta. Sempre richiamandosi all’esigenza di stabilità politica per evitare crisi sui mercati finanziari e sempre facendo perno sulla visione europea. Il Quirinale, ha scritto sulla rivista “Limes” il blogger politico Alessandro Aresu, «sta al vertice di quella che si può definire la “terra della saggezza”: gli enti che non sembrano crollati, e nei migliori dei casi sono capaci di reale orientamento e comprensione dei fatti».
L’asse Quirinale-Bce include naturalmente anche la Banca d’Italia di Ignazio Visco, che ha stretto il morso della vigilanza sulle banche per evitare brutte sorprese dopo i recenti disastri: Montepaschi, Popolare di Milano, Carige, per citare i più noti. E che, anche grazie all’intraprendenza di alcuni suoi funzionari, ha contribuito a mettere alle corde la gestione poco trasparente delle finanze vaticane.
E al di là del Tevere è arrivato Francesco. Che si interessa soprattutto di poveri, o almeno così sembra. Lo Ior, l’Apsa per lui si possono anche chiudere. Altro che conti cifrati, triangolazioni, riciclaggio, protezione dei potenti: papa Bergoglio punta sulla trasparenza e sulla sobrietà.
Ci sarà ancora spazio per i corvi, alimentati da chi mal sopporta quest’ondata di pauperismo e la connessa perdita di potere, ma è un fatto che il Vaticano prima si è indebolito con le sue faide intestine, poi si è riconvertito alla sua missione più propria. Sposterà ancora voti? Si impiccerà nella nomina del direttore generale della Rai? Certo, non smetterà di difendere le sue ragioni sulla scuola privata o sulle imposte da pagare. Ma è lecito aspettarsi un grado di interferenza molto più soffice. Camillo Ruini, Tarcisio Bertone, Angelo Scola, e il loro collateralismo, sembrano appartenere già a un’altra epoca. Comunione e liberazione, con la Compagnia delle Opere, rimane un centro di potere forte. Ma nella geografia dei movimenti cattolici quello fondato da don Luigi Giussani è molto distante dai gesuiti di Francesco.
Discussa è infine l’influenza della massoneria. Tra grembiuli e cazzuole, gli adepti delle logge di vario rito tengono viva la tradizione delle associazioni segrete. Che però sono ridotte a piccole lobby, a cordate, soprattutto nella Pubblica amministrazione e nelle imprese controllate dallo Stato. «I massoni hanno un ruolo di supplenza perché non ci sono più i poteri forti di una volta: partiti, sindacati, Mediobanca, Iri. E tutto sommato sarebbe meglio avere poteri forti che però siano credibili», dice il vecchio politico. «I massoni si tengono per mano e si collegano con i residui poteri della Curia», aggiunge l’imprenditore. «Al massimo nominano qualche consigliere di amministrazione: è tutto quello che riusciva, e forse riesce ancora, a fare il mitico Bisignani», obietta un altro. Accontentiamoci: una volta erano massoni Cavour, Mazzini e Garibaldi, il loro progetto era l’unità d’Italia. Adesso abbiamo Bisignani, con i suoi rampolli nel mondo della politica e della comunicazione. Che dispensano qualche poltrona con allegato stipendio.

 
Fonte: L'Espresso del 7 ottobre 2013

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