• venerdì , 20 settembre 2019

All’ultimo confine del Sogno americano

I traffici illeciti di uomini e cose al confine messicano. La corsa all’oro nero nelle viscere degli States. E finalmente il Grande Nord, con i Tir che sfidano i ghiacci per portare cibo agli inuit. Ultima tappa del nostro viaggio dalla Terra del Fuoco all’Alaska.
Per gli Stati Uniti la Panamericana, più che una strada, doveva essere uno strumento di apertura e integrazione commerciale tra mondi diversi: una specie di Nafta (il patto di libero scambio siglato qualche anno fa da Usa, Canada e Messico) dei pionieri, all’alba dell’era della motorizzazione. E, infatti, il progetto di un nastro d’asfalto capace di collegare l’estremo nord dell’Alaska, la spiaggia di Deadhorse bagnata dal Mare Artico, con la Terra del Fuoco che si affaccia sull’Antartide, fu tradotto in un trattato, il “Pan American Highway Treaty” del 1936, e poi, dieci anni dopo, in una Convenzione internazionale che ha regolamentato il traffco automobilistico interamericano.
Pochi negli Usa immaginarono allora che la strada (e la ferrovia) che risale lungo il Messico fino a toccare la frontiera Usa in vari punti, dal Texas all’Arizona, sarebbe diventata, oltre che volano di scambi commerciali, anche – e forse soprattutto – il teatro di una spietata guerra tra narcotraffcanti che ha fatto oltre cinquantamila morti nel solo Messico e il “percorso della speranza” dell’emigrazione clandestina. Asfalto calpestato dai latinos che a milioni si sono riversati negli ultimi decenni nelle metropoli e nelle campagne della nazione più ricca dell’universo. Fino a quando crisi economica, disoccupazione galoppante e timori per la sicurezza non hanno indotto gli americani a blindare la frontiera con alte muraglie e una caccia implacabile all’ispanico illegale.
Superato il confine degli Stati Uniti, la Panamericana cessa di essere una strada unica: diventa un delta di percorsi diversi che attraverso le pianure centrali – dal South e North Dakota al Minnesota – o le rotte sull’altopiano delle Montagne Rocciose (Colorado) convergono verso il grande Nord-Ovest minerario canadese: lo Yukon dei cercatori d’oro e d’argento dell’ultimo secolo e mezzo, l’Alberta delle sabbie bituminose ora sfruttate come estrema (e inquinante) riserva di petrolio della Terra, Calgary e lo sbocco sul Pacifico di Vancouver, coi percorsi costieri della British Columbia. Tutte vie che poi confluiscono nella grande strada dell’Alaska: l’impervio Grande Nord dei pionieri più audaci.
Sulla frontiera della violenza. È questa l’Ultima Frontiera americana, ancor oggi battuta da una nuova generazione di cercatori d’oro, da gente solitaria alla ricerca di se stessa, oltre che dalle compagnie petrolifere che da quasi mezzo secolo hanno colonizzato Deadhorse: il luogo dove il percorso della Panamericana finisce davanti alle acque dell’Artico col permafrost, il terreno glaciale, solcato da un groviglio di condutture da quando nella baia, la Prudhoe Bay, sono stati scoperti grossi giacimenti.
Superata la miseria della regione andina e del Centro-America, la Pan Am Highway diventa la storia di uno sviluppo tumultuoso e selvaggio che, in Messico, ha portato benessere ma anche esplosione di criminalità e sviluppo di traffici illeciti: droga e uomini, spesso mandati a morire in un’impossibile traversata del deserto o catturati e rinchiusi in cella, una volta entrati negli Stati Uniti.
La strada che da Monterey sale verso il confine texano ha visto mille battaglie tra narcotraffcanti e polizia combattute ormai anche con armi pesanti. E anche stragi di innocenti perpetrate dai criminali per terrorizzare la popolazione. Così il Nord del Messico e le città di frontiera, da Nogales a El Paso, diventano sterminate “Spoon River” di storie di sofferenza e morte. Distese di croci di legno piantate nella terra arida in memoria di stragi assurde o del sogno spezzato di un emigrante clandestino.
Tragedie sulle quali cala un silenzio rassegnato, rotto da sporadiche grida di ribellione contro il massacro. Come quelle del poeta messicano Javier Sicilia che per molto tempo ha battuto il Messico, El Paso e la regione di confine col suo “Peace Caravan”, organizzando veglie e raduni di protesta contro l’incapacità e la corruzione del governo messicano. Sicilia si è buttato anima e corpo in questa battaglia dopo che, nel 2011, il figlio 24enne è stato ucciso insieme a sei suoi amici da una gang di narcotrafficanti in un bar di Cuernavaca durante una discussione per motivi futili.
Da allora le sue manifestazioni di protesta e le lettere aperte di denuncia delle istituzioni pubbliche si sono susseguite. Alla sua prima marcia per la pace, da Cuernavaca a Città del Messico, hanno partecipato 90 mila cittadini. Dal suo caravan il poeta militante alfiere di nuove forme di resistenza civile, non violenta, denuncia il dramma di intere popolazioni prigioniere in casa loro e la distruzione di interi centri urbani come Jerez dove dal 2007 a oggi sono state uccise più di diecimila persone e che è ormai una città fantasma di case abbandonate, saracinesche abbassate, negozi e locali notturni bruciati.
Più a nord, nella terra arsa dal sole dell’Arizona ti imbatti nei “penitenziari a cielo aperto” dello sceriffo Joe Arpaio che ha costruito la sua carriera politica sulla caccia ai clandestini detenuti in strutture che costano assai poco al contribuente: tende circondate da recinti di filo spinato, torri d’avvistamento da campo di concentramento e mense che servono pasti che non devono costare più di mezzo dollaro a cranio.
Gli altri rami della Panamericana, invece, attraversano l’America agricola e quella della nuova ricchezza dell’“oro nero”: San Antonio e il Texas, le autostrade delle grandi praterie costeggiate, attorno ai rari centri urbani, da file interminabili di fast food. Poi il Minnesota e il North Dakota che grazie alle enormi quantità di petrolio e gas scoperte attorno al bacino geologico di Bakken, sta diventando il Kuwait d’America.
I camionisti dei ghiacci. Dalla corsa all’oro del Ventunesimo secolo – villaggi che diventano città in un baleno, stipendi alti, zero disoccupazione, ma anche sradicamento sociale, agglomerati urbani senza scuole, bambini, famiglie – a quella all’oro e all’argento del Diciannovesimo secolo e dei primi anni del Novecento. Lo Yukon canadese e poi l’Alaska immensa e solitaria: poco più di settecentomila abitanti sparsi in un’area vasta come tutta l’Europa occidentale, più di California e Texas messi insieme. Con Fairbanks, la più settentrionale delle tre città dello Stato, fondata all’alba del Ventesimo secolo da Felice Pedroni, un italianissimo pioniere arrivato dall’Appennino emiliano che si faceva chiamare Felix Pedro. Accanito cercatore d’oro, lo trovò in un fiume che ancora oggi si chiama Pedro River. Attorno alle concessioni minerarie ottenute da Pedroni, e poi da altri, sorse la moderna Fairbanks. Che Felice lasciò nel 1906, ormai ricco, per tornare nella sua Emilia. Dove si innamorò perdutamente di una maestrina che lo respinse. Disperato, tornò in Alaska, sposò una ballerina irlandese e morì a soli 52 anni in circostanze mai chiarite, con la moglie che fece imbalsamare il cadavere in fretta e furia e lo fece trasportare a San Francisco.
Fairbanks, dove ogni anno la memoria di Pedroni viene rievocata in una grande festa popolare, è l’ultima tappa prima della traversata del Grande Nord: l’ultimo tratto della Panamericana che, senza quasi incontrare case, ti porta fno al Mare Artico. Centinaia di chilometri a corsia unica percorsi in mezzo alla tundra quasi solo dai 300 autotreni che ogni giorno riforniscono i villaggi degli inuit, le tribù esquimesi che vivono lungo le coste dell’Alaska, e le cinquemila persone che lavorano nei campi petroliferi: strutture modernissime coi balconi protetti da gabbie d’acciaio perché qui d’inverno vengono a cercare cibo gli orsi polari.
Un estremo Nord che nei mesi estivi viene rifornito anche con delle grandi chiatte piene di container che vengono trascinate fino alla Prudhoe Bay e al villaggio di Barrow, dove il popolo eskimo cerca di far rivivere il poco che rimane della sua antica struttura sociale attorno alla caccia alla balena e al ciclo della sua lavorazione: tutto il paese impegnato nel tirare a riva il corpo del cetaceo e a farlo a pezzi utilizzandolo come cibo, lubrificante e perfino materiale da costruzione, visto che in una regione senza neanche un albero le grandi ossa della balena sono l’unica trave naturale che si trova in giro.
Al resto pensano le chiatte dell’uomo bianco, ma solo fino all’inizio della lunga notte polare. Poi restano solo i camionisti che sfidano i ghiacci della Pan Am Highway.

 
Fonte: Corriere della Sera del 27 settembre 2013

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