• lunedì , 3 Ottobre 2022

L’inutile piagnisteo al telefono

La politica è in allarme per la vendita allo straniero. Troppo tardi.
Se ne sentono davvero di tutti i colori ora che viene ammainato il tricolore sulla matrigna di tutte le privatizzazioni. Da destra e da sinistra si levano alti lai sulla italianità perduta, con tanto di Spoon River: non solo Telecom, ma Alitalia, Parmalat, Lucchini, Gucci, Loro Piana, Bulgari, eccetera… “Un paese in saldo”, secondo Repubblica. C’è poi la polemica sul capitalismo senza capitali, cominciata con Francesco Saverio Nitti negli anni 30 e proseguita dai suoi eredi. Arriva l’accusa al governo che tace e acconsente. Con seguito di ricette alternative. Alcune senza dubbio fondate. Vito Gamberale, l’uomo che ha creato Tim e introdotto le carte prepagate, s’è detto disposto a intervenire in Telecom con il suo Fondo F2i che fa capo alla Cassa depositi e prestiti, per creare una rete a banda larga, conferendo anche Metroweb (la società milanese creata da Fastweb che opera con fibra ottica). Massimo Mucchetti, senatore Pd, sul Corriere della Sera ha sfidato Franco Bernabè a lanciare un aumento di capitale sul mercato, fuori dalla scatola Telco, nella quale, invece, avverrà di qui all’anno prossimo il passaggio completo delle quote dalle banche a Telefonica, in barba agli azionisti di minoranza che poi sono la maggioranza dei soci, perché Telco ha sindacato solo un quinto del capitale.
E poi c’è Beppe Grillo. Il comico propone che il governo salvi la compagnia telefonica italiana con i soldi della Tav. Fatto qualche conticino, ci vogliono 3 miliardi per aumentare subito il capitale evitando che il debito Telecom finisca nella spazzatura, poi bisogna pagare Telefonica e le banche, più investire circa 15 miliardi per risollevare le sorti dell’azienda. E dopo? Nessuno esclude che arrivi Vodafone, con una liquidità di cento miliardi, pari ai debiti cumulati di Telecom e Telefonica. Ipotesi da prendere in considerazione in un futuro non così lontano. Perché il mondo delle telecomunicazioni è attraversato da una colossale ristrutturazione indotta dai nuovi padroni dello spazio informatico (come Google), dalla riconversione di Microsoft, dalla concorrenza asiatica, dalla guerra dei prezzi e da una deflazione indotta da tecnologie sempre più sofisticate. Il terreno di battaglia sarà soprattutto l’Europa dove esistono troppe compagnie che non si reggono sulle proprie gambe. Proprio come Telecom Italia che non è grande abbastanza, non ha capitali a sufficienza, non può fare gli investimenti necessari. E oggi vince chi ha i soldi liquidi, non i debiti. La triste vicenda nazionale, con tutti i suoi errori, le omissioni, le colpe, va inserita dentro quel che sta accadendo attorno a noi.
In attesa di un cavaliere bianco dagli Stati Uniti, magari l’At&t contro il cui imperialismo si scagliarono tutti qualche anno fa, a essere tirata per la giacca è soprattutto la Cassa depositi e prestiti, considerando che in France Télécom lo stato ha il 27 per cento e in Deutsche Telekom il 14 per cento. La differenza è che la mano pubblica non è mai uscita. E quelle due compagnie in Borsa valgono l’una 22 e l’altra ben 56 miliardi di euro, Telecom Italia appena 11. I contribuenti francesi e tedeschi fanno un affare, quelli italiani no. La Cdp dovrebbe prendere l’Ansaldo da Finmeccanica, grazie alla pressione politica che viene da Genova e accomuna il potente Pd locale e il cardinal Bagnasco. S’è levato un grande scandalo contro l’arrivo dei coreani Doosan, anche se Fincantieri ha potuto comprare la Stx Osv. Visto che ci siamo, perché non la Cassa in Alitalia? Insomma, una nuova Iri, non quella di Alberto Beneduce, ma quella dello stato barelliere che esordisce negli anni 70 e poi, debito dopo debito, arriva al tracollo del 1992. Tutto ciò non fa senso, e la tecnostruttura presieduta da Franco Bassanini non ha né le risorse finanziarie né i mezzi. Il suo compito è da fondo sovrano, come quello norvegese, anche se alimentato dai buoni postali, non dall’oro nero.
L’unico intervento possibile può riguardare l’infrastruttura, cioè la rete telefonica. In nome di un autentico interesse nazionale: sviluppare una banda larga efficiente e accessibile a tutti. La soluzione migliore sarebbe creare una società privata che si tiene in piedi sul mercato, “presidiata” dagli investimenti della Cdp. Ma la rete è di Telecom Italia, in proprietà non in concessione, e non può certo essere espropriata. Ieri da tutti i partiti s’è levato un grido: “In Aula, in Aula”. Ma da quanti decenni in Parlamento si discute di telecomunicazioni? E c’è qualcuno tra tutti questi allenatori ad aver azzeccato la formazione giusta per vincere la guerra dei telefoni?

 
Fonte: Il Foglio del 25 settembre 2013

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