• lunedì , 3 Ottobre 2022

I troppi luoghi comuni nell’analisi dell’economia internazionale

La ripresa degli States non crea lavoro? Si diceva già negli anni 90. E se la crisi dei Brics favorisse l’Europa?
Il circo mediatico-finanziario si arricchisce di nuove lamentazioni. Consumato, per fortuna con il minimo dei danni, l’annuncio apocalittico, si insinua adesso il dubbio sulla ripresa. Ammesso che ci sia, dicono, si tratta di una ripresa con meno posti di lavoro. E a peggiorare la situazione, arriva anche la frenata dei Brics. Che fine faranno i capitali in fuga dal Brasile, dalla Russia, dall’India, dalla Cina e dal Sudafrica? Per non parlare dell’euro sballottato tra l’instabilità politica italiana, il nuovo salvataggio greco e le elezioni tedesche. Insomma, ricomincia il mesto borbottio che agita temi e argomenti del passato. Prendiamo la “jobless recovery”. Se ne parla dalla metà degli anni 30, quando cominciarono a vedersi i primi segni di ripresa dalla grande recessione. Ma si ripresenta puntuale a ogni svolta del ciclo. Nel 1982 serve a criticare gli effetti della politica reaganiana, la supply side economics. E dieci anni dopo tocca a Bill Clinton. Il nuovo presidente eredita una pessima recessione da George Bush padre, risponde con una inedita combinazione di risanamento fiscale e incentivi agli investimenti. Lì per lì sembra che non produca gli effetti sperati sull’occupazione. Ecco allora grandi dibattiti sul New York Times, sul Wall Street Journal e sulle principali reti tv: “E’ jobless recovery”, gli opinion maker sono pronti a giocarsi se non lo stipendio quanto meno l’onore. Due anni dopo la musica cambia, gli Stati Uniti guidano la più forte crescita economica dagli anni 60 che si trasformerà nel più lungo e duraturo boom dell’intero Dopoguerra.
E’ vero, nel frattempo vengono distrutti milioni di posti di lavoro nella siderurgia, nella chimica di base, nell’auto. Ma la Silicon Valley, il polo di Boston, gli stati del sud che ospitano le fabbriche giapponesi con tanti robot e senza sindacati, il Texas petrolifero e high tech, la Wall Street dell’innovazione finanziaria, creano altri milioni e milioni di nuovi impieghi. Sennonché scoppia la bolla Internet. Arriva George Bush figlio. E riparte la solfa. Siamo nel 2003, la disoccupazione è al 6 per cento, quota relativamente bassa anche per gli Stati Uniti dove la soglia statistica del pieno impiego è al 3 per cento della forza lavoro. Eppure è tutto un fiorir di previsioni nere e di polemiche. La colpa non è più della vecchia industria in declino, ma semmai dei vecchi servizi (hotel, ristoranti, linee aeree, cinema, industria del divertimento) spinti a informatizzarsi e, quindi, a espellere forza lavoro in eccesso e poco qualificata. Ancora una volta, il problema non è la ripresa dopo la recessione, ma la ristrutturazione indotta dall’innovazione e accelerata dal rallentamento della domanda interna. Alan Greenspan mantiene il costo del denaro a livelli minimi per altri due anni (probabilmente troppo bassi e troppo a lungo) e arriva la bolla immobiliare che scoppierà nel 2007. Gli Stati Uniti si riprendono nel 2010. I disoccupati scendono dal 10 per cento di ottobre 2009 al 7,4 per cento del luglio scorso. Jobless recovery?
La metamorfosi dell’informazione
Certo, il prodotto lordo cresce meno del 3 per cento e non basta per assorbire i giovani, mentre sono i grandi servizi, settori guida come la finanza e le banche, a essere attraversati da una nuova rivoluzione. La crisi finanziaria dal lato della domanda e la tecnologia dal lato dell’offerta fanno da propulsori, spiega Andy Haldane della Banca d’Inghilterra secondo il quale siamo in presenza della metamorfosi più grande degli ultimi secoli. L’economia dell’informazione, basti pensare alla moneta elettronica o al commercio online, entra nell’organizzazione delle aziende e le riplasma, cambiando il modo stesso di fare il mestiere perfezionato dagli italiani nel Medioevo. Insomma, sono all’opera le onde dell’innovazione e dello sviluppo, quindi bisognerebbe parlare di ripresa con nuovi lavori. Non è la stessa cosa. “La fine del lavoro”, secondo la definizione di un altro guru di successo come Jeremy Rifkin, non è provata dalla storia, anche se ha dato lavoro, fama e quattrini ai tanti teorici del non lavoro.
Accaparrarsi i capitali dai paesi emergenti
Un’analisi strutturale va fatta anche sui Brics. Dietro il loro rallentamento, infatti, c’è una serie di aggiustamenti necessari, anzi auspicabili. E’ sempre più evidente, ha scritto Paul Krugman sul New York Times, che non ha senso mettere insieme (come fece, nell’ormai lontanissimo 2001, Jim O’Neill di Goldman Sachs) paesi dai profili economici e sociali addirittura opposti. Prendiamo la Russia dipendente da gas e petrolio, e la Cina manifatturiera senza risorse; l’India in perenne cerca di stabilità e riforme o l’eterna promessa Brasile; per non parlare del Sudafrica che non ha ancora maturato un dopo Mandela. Storie diverse, politiche diverse. Ogni paese è costretto ad affrontare i propri specifici problemi, alcuni vecchi e non risolti (le infrastrutture in India, il protezionismo in Brasile) altri nuovi (l’invecchiamento della popolazione e il ridursi della forza lavoro a basso prezzo in Cina, o lo spiazzamento del gas russo in seguito all’utilizzo degli idrocarburi intrappolati nelle scisti bituminose).
Il vero pericolo è che i cosiddetti Brics vengano indotti ad applicare un’unica ricetta, la stretta monetaria e fiscale, nell’illusione di poter trattenere i capitali con tassi d’interesse più elevati. Ancor più paradossale è sentire autorevoli voci europee che si stracciano le vesti, invece di rimboccarsi le maniche per attirare i capitali in uscita dai paesi in via di sviluppo. Bisogna offrire rendimenti adeguati, occorre fare innovazione, ristrutturare le banche, aumentare la domanda, crescere. Ma questo riguarda l’Unione europea e non ha nulla a che vedere con la riconversione dei mercati emergenti.

 
Fonte: Il Foglio del 27 agosto 2013

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