• sabato , 17 agosto 2019

Perche’ non possiamo permetterci che la Fiat dica addio all’Italia

Il dibattito nei sindacati, tra gli studiosi, nelle forze politiche e sui giornali, dovrebbe indirizzarsi sul che fare per mantenere il cervello a Torino e potenziare i muscoli a Detroit.
Attorno a Sergio Marchionne volano troppi corvi e troppe colombe. Uccellacci e uccellini, entrambi presagi nefasti. Bisogna fare il tifo perché riesca l’operazione Fiat-Chrysler, un tifo autentico non puramente scaramantico. Tuttavia, occorre discuterne costi e benefici non tanto per il super manager o per la famiglia Agnelli, bensì, come è ovvio, per l’Italia. Ci può aiutare in questo il capitolo dedicato a Exor (così viene classificato l’intero gruppo del quale fanno parte del due Fiat e tutto il resto) nell’ultimo rapporto R&S (Mediobanca). Vediamo alcuni punti essenziali.
Exor, l’ultimo campione nazionale privato italiano
Il primo dato ci dice che con 287.343 dipendenti, Exor nel 2012 era di gran lunga l’unico gruppo nazionale con oltre centomila occupati diretti. Luxottica, il numero due, non arriva a 68 mila. Exor ha un capitale di 91 miliardi, Luxottica non raggiunge i sette. Dunque, siamo in presenza dell’ultimo campione nazionale privato, con una taglia paragonabile a quella dei colossi mondiali. Non è vero che la Fiat sia diventata irrilevante nella economia italiana e nella formazione del prodotto lordo, al contrario: se scompare, l’intera industria manifatturiera sarà in mano al quarto capitalismo, come nota Fulvio Coltorti che è stato fino a ieri il capo dell’ufficio studi Mediobanca e coordinatore delle indagini di R&S.
Lo stato di salute di Fiat e di Chrysler
Il secondo punto chiaro è che nessuna delle due imprese è fuori dai guai. Il bilancio di Fiat auto ha chiuso il 2012 con una perdita superiore a 1,3 miliardi di euro. I conti americani sono diversi, ma Chrysler mostra un patrimonio netto negativo di 7,3 miliardi. Negli Usa è possibile per un’impresa operare anche con un grande buco patrimoniale, ricorda Coltorti, il quale nota che “questo sembra uno dei motivi (forse il più rilevante) per il quale non c’è da sperare che il gruppo Fiat/Chrysler, a fusione avvenuta, resti con la sede in Italia”.
La liquidità su cui conta Marchionne
Ciò spiega anche perché la Fiat deve mantenere un grande cuscinetto di liquidità senza il quale non sarebbe in grado non solo di completare la fusione, ma nemmeno di pagare i debiti: quelli finanziari totali ammontano a 12,6 miliardi di dollari ed entro quest’anno bisogna pagare 19 miliardi di dollari ai fornitori. Dunque, anche da questo punto di vista, bisogna valutare la situazione in modo corretto, quando si critica Marchionne perché mantiene un portafoglio pieno di cash e non spende il becco di un quattrino. Su questo punto, ha ragione lui, se si vuole che la nave arrivi in porto.

 
Fonte: Formiche.net del 12 agosto 2013

Articoli dell'autore

Commenti disabilitati.