• giovedì , 22 agosto 2019

Il piatto piange, Generali da’ il via allo smantellamento della Galassia

TROPPI CAPITALI DI BANCHE E ASSICURAZIONI SONO BLOCCATI NELLE SCATOLE DI CONTROLLO DEI GRUPPI FAMILIARI DEL CAPITALISMO ITALIANO. DA RCS A TELECOM, DA PIRELLI A NTV INIZIA LA PARTITA FINALE PER SCIOGLIERE I SALOTTI BUONI.
S i rompono le scatole (Camfin), si sgretolano i patti di sindacato (Rcs, Gemina, Agorà). La rete che teneva in piedi la Galassia del Nord e congelava buona parte del capitalismo italiano nel suo assetto novecentesco, è ormai piena di smagliature. Cominciamo, finalmente, ad entrare nel ventunesimo secolo. E’ una evoluzione lenta e tardiva, frutto di alcune scelte e ancora di più del nuovo contesto. Le scelte riguardano gli uomini e il contesto sono la crisi e le nuove regole che ingabbiano le banche e le assicurazioni determinandone le strategie. N el giro di due anni sono cambiati i vertici di Unicredit, Intesa, Fondiaria e Generali, in tutti e quattro i casi non per ordinari (e ordinati) avvicendamenti a fine mandato. In Unicredit Alessandro Profumo, che aveva perso la fiducia delle fondazioni azioniste, ha lasciato il posto a Federico Ghizzoni; in Intesa San Paolo Corrado Passera, trasferitosi a Roma come ministro del governo Monti, ha aperto la strada ad Enrico Cucchiani; Fondiaria è stata travolta dai suoi conti ed è finita tra le braccia di Unipol; alle Generali Giovanni Perissinotto è stato bruscamente (e anche un po’ brutalmente) licenziato ed è arrivato Mario Greco. Infine, non va dimenticato, è stato pensionato Cesare Geronzi. Dal punto di vista della Galassia i due passaggi più importanti sono i cambiamenti in Fondiaria e nelle Generali, ambedue voluti e guidati da Mediobanca, che della Galassia era il centro. Per questo non è una rivoluzione ma una evoluzione, che forse può essere scappata un po’ di mano, che certamente avrà i suoi sussulti e le sue tensioni, ma che non è frutto di ribellioni imprevedibili o impreviste. Nel sistema creato da Enrico Cuccia i pilastri erano le banche (azioniste di Mediobanca, ovvero Comit, Credit e Banca di Roma) per la raccolta di denaro da dare a credito, e le assicurazioni (Generali e Fondiaria) per il denaro da usare come capitale. Grazie a questi due pilastri Mediobanca regolava l’intero sistema prestando soldi raccolti con le sue obbligazioni collocate dalle tre banche azioniste e sosteneva gli assetti di controllo facendo entrare nel loro capitale le compagnie di assicurazione. Per rinsaldare il tutto i grandi imprenditori si sostenevano a vicenda (e tutti insieme sostenevano Mediobanca) utilizzando i soldi delle loro aziende per comprare quote del capitale delle imprese dei loro colleghi. Il tutto regolato attraverso patti di sindacato e scatole “cinesi” (società che avevano come unica funzione quella di contenere partecipazioni in altre società). L’obiettivo di questo sistema era di mantenere – di fatto congelare – gli assetti proprietari delle grandi imprese italiane. Il risultato è stato quello di bloccarne il dinamismo e la crescita e a volte, come nel caso della Montedison, di distruggerle. Nel corso degli anni ’90, con la privatizzazione e la successiva evoluzione delle banche, la Galassia ha perso il primo pilastro e alla raccolta Mediobanca ha dovuto cominciare a provvedere da sola (per esempio con la creazione di Che Banca!). Nei dodici mesi trascorsi tra maggio del 2012 e maggio del 2013, ha perso il secondo pilastro, le assicurazioni. Fondiaria per il crollo dei Ligresti e Generali per il cambiamento del vertice. Mario Greco non è caduto dal cielo, è stato scelto e voluto da Mediobanca e dagli altri azionisti privati, con un mandato, indicato soprattutto da questi ultimi, di valorizzare la società, migliorarne la redditività e farne crescere la capitalizzazione di Borsa. Greco sta interpretando alla lettera il suo mandato, cosa che la Borsa apprezza, e ogni volta che parla ripete la seguente frase: «Noi non siamo investitori strategici, noi gestiamo i soldi dei nostri clienti per ridarglieli indietro e fare profitti». Da questo, che sembra essere il suo primo comandamento, discendono le scelte fatte in questi mesi, ovvero focalizzare il gruppo sul suo core business e valutare gli investimenti in termini di rischio e redditività e non di potere o di sistema. Generali è già uscita dai patti di sindacato di Prelios, Gemina e Agorà (che controlla la Save), ha confermato per un anno la sua presenza in quello Pirelli solo perché le regole del patto prevedono, nel caso di uscita, l’offerta in prelazione agli altri soci al prezzo medio del semestre precedente, il che avrebbe comportato una perdita netta sul valore delle azioni in portafoglio. Ha annunciato che non parteciperà all’aumento di capitale di Rcs, ha lasciato intendere che il prossimo settembre potrebbe chiedere la scissione di Telco, per avere poi mano libera sulle azioni Telecom che tornerebbero di sua diretta pertinenza. In generale l’orientamento sembra essere quello di uscire man mano che si creeranno le condizioni da tutti e venti i patti di sindacato in cui è presente tra i quali, oltre alle citate Rcs, Pirelli e Telco, ci sono Ntv, Citylife, Friulia e Mediobanca. Generali quindi esce dalla rete. Fondiaria ha portato in dote a Unipol la partecipazione nei patti di Mediobanca, Rcs e Pirelli. La prima decisione dell’amministratore delegato Cimbri è stata di aderire all’aumento di capitale della Rcs (per gratitudine nei confronti di Mediobanca?), ma si può ipotizzare che il suo destino nel medio termine non sia quello di essere azionista strategico di Rcs e di Pirelli. Ma non sono solo le assicurazioni a uscire dal giro. Merloni, membro del patto di sindacato Rcs, ha deciso di non sottoscrivere l’aumento di capitale, Pesenti forse lo farà ma solo per metà, altri soci minori hanno già dato forfait. Di fatto quel patto di sindacato non esiste più; Telco, la scatola che controlla Telecom, pare avere il destino segnato e anche l’assetto proprietario della Pirelli basato sulla scatola Camfin e su una serie di patti di sindacato si avvia a cambiare struttura. Di fatto la Galassia, che nei tempi d’oro partiva da Torino e arrivava a Trieste e da Milano raggiungeva Firenze, non c’è più. Ma il cambiamento in atto è ancora più profondo. Unicredit, che già con Profumo non si definiva “banca di sistema”, con Ghizzoni ha accentuato la sua strategia di concentrarsi sul suo core business, mentre Intesa, che aveva teorizzato il suo ruolo di “banca di sistema” e lo aveva concretizzato con le sue partecipazioni che vanno da Alitalia a Citylife, da Ntv a Nh Hotels, da Risanamento a Granarolo, oltre a quella storica in Rcs, sta cambiando filosofia. L’amministratore delegato Enrico Cucchiani, ribadendo l’impegno della banca nella ricapitalizzazione di Rcs, ha precisato che superato questo passaggio Rcs dovrà trovare la sua strada e che su quella strada non ci dovrebbero essere banche azioniste: «Sono sempre stato un ammiratore di Guido Carli e una delle sue massime era che le banche non devono occuparsi di editoria». Il progetto di Cucchiani sembra essere, appena le condizioni lo consentiranno, di far uscire la banca dagli azionariati delle imprese. Le banche, in effetti, non sono buone azioniste, il loro mestiere è prestare soldi non entrare nel capitale, e se a volte le condizioni le spingono a farlo, è bene che ne escano il prima possibile. Non è solo una nozione di buon senso. E’ il contesto che spinge in questa direzione. Di denaro ce n’è poco e gli investimenti in equity mangiano molto capitale quindi le banche tendono a ridurlo. Quando si tratta poi di prestarlo meglio metterlo a disposizione delle aziende che dei loro padroni. La tendenza quindi è ridurre i finanziamenti alle scatole nelle quali si concentra il controllo: è stata questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso già colmissimo dei Ligresti e che sta portando alla cancellazione di Camfin. Crisi e regole spingono quindi verso un sistema che è l’esatto opposto di quello della Galassia: non ci si può più permettere di sostenere assetti proprietari che non siano in grado di fare da soli, e gli uomini oggi al comando di banche e assicurazioni interpretano il nuovo clima. Vale per loro ma vale anche per le imprese, che messe alle strette dalla crisi devono focalizzarsi sulla loro attività e non hanno più risorse da utilizzare per consentire ai loro padroni di stare nei salotti buoni. Chi vuole ci metta del suo, ma come dimostra per esempio Della Valle – chi ci mette del suo lo vuole fare in un campo sgombro da scatole e patti di sindacato che ingessano la proprietà e bloccano la gestione. Il mondo è cambiato, l’Italia comincia ad accorgersene.

 
Fonte: Affari e Finanza del 27 maggio 2013

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