• lunedì , 19 agosto 2019

Piu’ ricchi, ma piu’ fragili

La famiglia tipo tedesca ha un patrimonio di 51 mila euro. La nostra, di 173 mila. Perciò Berlino dice che non vuol pagare i nostri debiti. Ma i nostri beni son titoli di Stato e patrimonio immobiliare. Entrambe a rischio svalutazione.
La famiglia di Otto Schmidt ha messo da parte la miserevole cifra di 51 mila euro di patrimonio; i nostri campioni nazionali, la famiglia Cesaroni, il triplo: ben 173 mila euro. La distanza di ricchezza tra le due famiglie-tipo in Italia e Germania, documentata per la prima volta da una ricerca della Bce, è così sorprendente e macroscopica che ha messo in imbarazzo persino la cancelliera Merkel, che ha subito precisato che le statistiche non tengono conto né dei massicci piani pubblici di edilizia popolare a prezzo politico adottati nel suo paese, né della ricchezza implicita degli ottimi piani pensione, ampiamente diffusi.
Fiato sprecato. Il dato della Bce ha attizzato il malumore dei tedeschi che si sono scoperti improvvisamente i più poveri d’Europa, non solo rispetto agli italiani ma anche a tutti gli altri, portoghesi, sloveni e slovacchi compresi. E ha scatenato il risentimento luterano contro i paesi del Sud, sventati nella gestione delle proprie finanze e spendaccioni nei loro stili di vita – come “Die Welt” ha rimproverato al neo premier Enrico Letta in viaggio a Berlino – ma che tengono un tesoretto sotto il materasso. E si guardano bene dal separarsene, anche se si trovano con l’acqua alla gola. Come è successo a Cipro, che è accreditata dalla Bce di una ricchezza di 267 mila euro per nucleo familiare, eppure ha avuto bisogno di un assegno da 10 miliardi firmato dai partner per non fallire. In sostanza, così pensa ormai l’opinione pubblica tedesca, è il morigerato contribuente tedesco che deve sempre pagare il conto per tutti. Anche per gli evasori fiscali altrui. «Deve essere chiaro che ciascun paese deve vivere in base a quanto produce», ha messo le mani avanti Angela Merkel, «il benessere a credito non è più possibile». Nel mirino ci siamo soprattutto noi italiani. Non solo perché facciamo comunella con francesi e spagnoli a chiedere l’allentamento dell’austerity, ma anche perché ci siamo dati l’aria dei primi della classe a lungo, sostenendo che la nostra forza-paese stava nell’essere formiche (ricordate il ministro Giulio Tremonti che sbandierava il tesoretto del risparmio privato per imbellettare la montagna del debito pubblico?). Formiche ricche, come dimostrano ora i numeri, che possono quindi dar fondo alle proprie risorse senza piangersi addosso, altro che chiedere il rimborso dell’Imu!
«Attenzione: la richezza degli italiani è più fragile di quella dei tedeschi», dice Stefania Tomasini, ricercatrice di Prometeia, «in quanto include i titoli del debito pubblico detenuti dalle famiglie: vengono percepiti come patrimonio privato, invece è un debito collettivo che andrà ripagato». Vera e amara realtà, che prelude, prima o poi, al fatto che dovrà essere la ricchezza delle famiglie a far fronte al debito dello Stato. Ma ciò non toglie che la società italiana appaia più florida, anche a una lettura più approfondita dei dati statistici.
Le cifre citate all’inizio, 51 mila contro 173 mila euro, sono valori mediani, non medi: riguardano cioè la famiglia che si trova esattamente a metà tra la parte più ricca e quella più povera della popolazione. Se si guarda al dato medio, invece, le distanze si accorciano: la ricchezza netta della famiglia italiana diventa 275 mila euro, quella tedesca 195 mila. Il valore medio e quello mediano, affiancati, raccontano già una bella differenza di composizione tra le due società. Quella tedesca ha un indice di diseguaglianza molto più accentuato di quello italiano, in altre parole c’è maggiore concentrazione di ricchezza in poche mani di quanto non sia da noi.
Ma di che tipo di ricchezza si parla, in questa partita Italia-Germania? Il pezzo forte del tesoretto italiano è la casa. Passione condivisa con la maggior parte degli europei, visto che sei cittadini su dieci dell’Unione possiedono l’abitazione in cui vivono. Non i tedeschi. Il tesoretto della famiglia tedesca è fatto soprattutto di investimenti finanziari (il loro valore mediano è di 17 mila euro a famiglia, contro i 10 mila italiani). Mentre da noi la famiglia tipo è padrona in casa propria nel 68,7 per cento dei casi, la famiglia tipo in Germania vive in affitto (solo quattro su dieci è proprietario). Come mostra anche uno studio recentissimo della Banca d’Italia, più di una famiglia tedesca su quattro investe in un fondo pensione, e quattro su dieci in una assicurazione sulla vita. Gli italiani su questi fronti sono storicamente molto al di sotto, vuoi per l’arretratezza del sistema finanziario, vuoi per una atavica sfiducia.
Il risparmio si è quindi trasformato in solide mura domestiche. Il valore del patrimonio familiare investito in immobili, da noi, è tra le tre e le quattro volte il valore totale del Pil (in Germania è solo il doppio). La casa è sempre stata vista come protezione dall’inflazione, sicurezza in vecchiaia e rifugio nei periodi avversi del mercato finanziario. Un meccanismo che ha funzionato bene. Fino a oggi. Perché il mattone comincia a mostrare le prime crepe. «La ricchezza è tale nel momento in cui può essere realizzata sul mercato», osserva l’economista Daniele Fano, «e quando il prezzo non è più quello di una volta, la ricchezza si riduce». E’ quanto sta accadendo sul mercato della casa, dove non solo le quotazioni hanno iniziato a cedere, ma si stanno fermando le compravendite. Chi deve liquidare il bene, deve vendere a saldo: in altri termini, il patrimonio si ridimensiona. Senza contare che essendo fatto in gran parte di prime case, una ricchezza fatta di mattoni è un patrimonio di fatto illiquido perché vendere condannerebbe le famiglie sul lastrico.
E’ per questo che agli italiani non è rimasta che una strada. Cominciare a dar fondo ai propri risparmi. Cioè a quella parte di patrimonio che è la ricchezza finanziaria. Come nota Prometeia, nel 2012 le famiglie del Bel paese hanno per la prima volta ridotto il loro tesoretto di depositi e investimenti per la bella cifra di 10 miliardi in nove mesi. Spesi per mantenere il livello dei consumi, o solo per far fronte alla riduzione del reddito (che si è azzerato per un milione di famiglie). La capacità di risparmiare, d’altro lato, si è ridotta al lumicino, precipitando all’8 per cento (sul reddito disponibile), quando solo dieci anni fa era del 17 per cento. Troppo alta allora, e forse anche effetto di una forte economia in nero, e di un’alta evasione? Sicuramente. «Ma è un dato allarmante», dice Daniele Fano, «perché il risparmio delle famiglie da noi serve a finanziare le imprese. Se questo circuito si blocca sono guai». Il tesoretto quindi non è grasso superfluo da buttar giù, ma un cuscinetto fisiologico che fa funzionare la macchina. «Non siamo mai stati cicale, ma formiche: anche oggi che attingiamo alle riserve, non le utilizziamo per aumentare i consumi, che infatti sono al palo», conclude Fano. Senza contare che quel patrimonio dovrà servire da ammortizzatore per la generazione dei nostri figli, che probabilmente dovranno “consumarlo” al posto della pensione che non avranno.
La nostra ricchezza da record è quindi solo un effetto ottico? «No di certo: è una ricchezza che ha attraversato le generazioni più di quanto sia accaduto in Germania, dove è stato più pesante l’effetto della Seconda guerra mondiale», dice RenataTargetti, docente di economia politica alla Bocconi. «Ma più che della ricchezza nel suo complesso bisogna tenere conto della sua distribuzione: se il 30 per cento delle famiglie ha un valore di ricchezza negativo, o ha bisogno di essere sussidiata, che il dato nazionale sia alto è secondario». E in Italia la povertà, e l’indice di deprivazione materiale, è in salita. Uno squilibrio che innerva anche la società tedesca: secondo i dati della Bundesbank, le differenze tra Est e Ovest sono ancora profonde. Il 10 per cento più ricco della popolazione, a Est dispone di una ricchezza netta di 230 mila euro, a Ovest può contare invece su un patrimonio di 497 mila euro, più del doppio. Per il 10 per cento più povero si passa da un dato negativo di meno 250 euro a più 170 da Est a Ovest.
Anche per l’economista belga Paul De Grauwe, far passare i tedeschi per i più poveri d’Europa è un’assurdità. Sul sito “Vox.eu”, De Grauwe sostiene che la ricchezza di un paese non è fatta solo del patrimonio delle famiglie, ma anche di ciò che è in mano al governo e alle grandi imprese. E propone dunque di misurarla con lo stock totale di capitale. Sotto questo profilo, il quadro assume un’altra luce: la Germania sale al secondo posto dopo l’Olanda con uno stock di capitale totale pro capite di 150 mila euro, mentre l’Italia si ferma poco sopra i 100 mila.
Considerando comunque valide le statistiche della Bce, che si fermano al 2010 e quindi non scontano gli effetti dei due anni peggiori della crisi, ma sono importanti soprattutto in vista delle scelte politiche che possono ispirare, resta la domanda: visto che la ricchezza si ricostituisce con il reddito, che prospettive ci sono che il meccanismo virtuoso del risparmio si rimetta in moto in Italia? I numeri danno poche speranze. Sotto il profilo del reddito la partita Italia-Germania rovescia il risultato trasmesso dal patrimonio, perché il reddito mediano, quello della famiglia standard, è per i signori Schmidt di 32.500 euro l’anno, contro i 26.300 euro dei nostri Cesaroni (la media sale a 43.500 euro per i tedeschi contro i 34.300 nostri, tutti lordi). Difficile mettere da parte qualcosa, se non si abbassano le tasse. Ma su questo fronte l’ultimo Rapporto di Prometeia cala la pietra tombale: non c’è nessuno spazio per ridurre la pressione fiscale in Italia, secondo il centro studi bolognese. Stretti nel dilemma se riprendere a consumare o accumulare risparmio, gli italiani resteranno al palo. E i bei tempi pre-crisi non torneranno più. Insieme con la ricchezza.

 
Fonte: Espresso del 15 maggio 2013

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