• giovedì , 22 agosto 2019

Saccomanni, quattro mosse chiave per conquistare l’isola del Tesoro

RAGIONIERE GENERALE, CAPO DI GABINETTO E DUE DIRETTORI GENERALI. QUESTA LA SQUADRA CHE PERMETTERÀ AL MINISTRO DI AVERE IL CONTROLLO DELLA MACCHINA FINANZIARIA DELLO STATO, CONSEGUIRE TRASPARENZA SU CONTI E FABBISOGNO E AVVIARE UNA EFFICACE SPENDING REVIEW.
S e il governo guidato da Enrico Letta vorrà e potrà cambiare qualcosa lo capiremo da quello che succederà in via XX Settembre. Il primo vero segnale lo darà il Ministero dell’Economia e delle Finanze, dove si decide da chi prendere i soldi e come spenderli. La prima missione di Fabrizio Saccomanni, terzo altissimo dirigente della Banca d’Italia dopo Carlo Azeglio Ciampi e Tommaso Padoa Schioppa ad occupare la poltrona del numero uno di quel ministero negli ultimi vent’anni, sarà dove trovarli, ma la vera sfida sarà come e con chi. In base al programma di massima tracciato da Letta, tra revisione dell’Imu e della Tarsu, eliminazione dell’aumento del-l’Iva, rifinanziamento della cassa integrazione, soluzione del problema degli esodati e dei precari della pubblica amministrazione, i miliardi da trovare in breve tempo sono oltre una decina e, a rendere il gioco ancora più complicato, con il divieto di usare le ricette classiche alle quali il Tesoro ci ha fino ad oggi abituati: nuove tasse o aumento del debito. L a preclusione delle due vie tradizionali crea il problema del come trovarli, in un ministero in cui ha dovuto arrendersi persino Enrico Bondi, il più ostinato tagliatore che questo paese fino ad oggi abbia messo in campo. Il “come” si porta dietro il problema del “con chi”, ovvero con quali uomini e quale squadra affrontare una stagione che dovrebbe essere nuova. Il segnale che aspettiamo sarà quello, non roba clamorosa per titillare la pancia della pubblica opinione, ma messaggi sottili per chi conosce i meccanismi veri del potere e attraverso nomi e biografie coglie l’evoluzione dei ruoli e il potenziale di innovazione nel cuore vero di una macchina dello Stato che non funziona più. Quell’innovazione che Mario Monti un anno e mezzo fa non volle fare, con la scelta non spiegata di mantenere la squadra di Tremonti e che poi lo ha travolto con l’imperdonabile buco degli esodati, la rozzezza dei meccanismi dell’Imu, la deludente prova dei tagli alla spesa pubblica. La fortezza di via XX Settembre nell’impostazione data da Giulio Tremonti e mantenuta da Monti, era costruita su quattro pilastri: Vittorio Grilli, prima Ragioniere Generale, poi Direttore Generale del Tesoro, poi vice ministro quindi ministro; Vincenzo Fortunato, potentissimo capo di Gabinetto; Mario Canzio, Ragioniere Generale e Fabrizia Lapecorella, Direttore Generale delle Finanze. Il Direttore Generale del Tesoro Vincenzo La Via, nominato in sostituzione di Grilli poco più di un anno fa, è già figlio di una nuova stagione, mentre Giuseppina Baffi, Dg per l’Amministrazione e il Personale, segue la macchina è non è parte integrante di quel sistema di potere. Ora tocca ad Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni decidere se e quanto incidere. Possono. La legge con lo spoil system glielo consente, dà al nuovo ministro 90 giorni di tempo per decidere se confermare o sostituire il Direttore Generale del Tesoro, il Ragioniere Generale dello Stato, il Direttore Generale delle Finanze e il quello per l’Amministrazione, il Personale e i Servizi. La strada è per metà spianata. Senza dover ricorrere allo spoil system se ne vanno l’ex ministro Vittorio Grilli, e lascia il capo di gabinetto Vincenzo Fortunato. L’uscita di Grilli, espressione di una generazione non felicissima di grand commis, è importante perché al di là del ruolo di ministro degli ultimi mesi, nello scorso decennio ha occupato posizioni chiave in un ministero iperconservatore e iperaccentratore. Vincenzo Fortunato, lucano, figlio d’arte (il padre aveva ricoperto lo stesso ruolo con Emilio Colombo), Capo di Gabinetto di Tremonti, Siniscalco, Di Pietro (alle Infrastrutture, governo Prodi), poi di nuovo di Tremonti, Monti (durante l’interim) e Grilli, è stato in questi anni il vero padrone del ministero di via XX Settembre. Il perché è semplice, tutti i provvedimenti di qualsiasi ministero che abbiano effetti di tipo economico finanziario, cioè il 95% almeno, devono passare per il ministero dell’Economia, dove percorrono il seguente itinerario: Gabinetto del ministro, ovvero la scrivania di Fortunato, poi la Ragioneria, e quelli che hanno effetti sulle entrate la Direzione Finanza mentre quelli che hanno aspetti bancari o finanziari la Direzione Generale del Tesoro, infine tutti ripassano ancora per la scrivania di Fortunato. Passaggi i cui effetti non sono irrilevanti. Si narra, per fare un esempio, che il ministero dello Sviluppo avesse predisposto un semplice disegno di legge per la creazione della cabina di regia per l’Agenda digitale, ebbene, quando è tornato indietro dal Mef richiedeva ben 38 decreti attuativi, molti dei quali in concerto con altre amministrazioni (ciascuno dei quali poi naturalmente è dovuto ripassare da Fortunato). Un piccolo caso che racconta dei problemi dell’ex ministro dello Sviluppo Corrado Passera con le burocrazie di via XX Settembre, ma anche di come funziona il potere, di cosa determina i tempi e la complessità non necessaria. Fortunato ha già una nuova collocazione perché Grilli in extremis lo ha nominato presidente della Sgr che gestirà la vendita degli immobili pubblici. Con lui lasciano altri tre uomini chiave del Gabinetto, i capi degli uffici legislativi delle Finanze e del Tesoro, Italo Volpe e Giuseppe Chinè, il vice capo di Gabinetto Marco Pinto. Ma Grilli e Fortunato erano solo due dei quattro pilastri della fortezza costruita da Tremonti. Gli altri due sono il Ragioniere Generale Mario Canzio e il Direttore Generale delle Finanze Fabrizia Lapecorella. Due pesi diversi, visto il potere immenso del Ragioniere il cui bollino decide la vita o la morte di ogni disegno o decreto legge, di ogni regolamento e atto che tocchi entrate e spese che esce dal Parlamento e dal governo, i cui uffici disegnano il bilancio annuale, quello triennale, valutano l’impatto delle norme e definiscono il cosiddetto “tendenziale”, ovvero la tendenza dei conti pubblici. Il Ragioniere è il padrone assoluto dei numeri, che solo lui e i suoi uffici conoscono e maneggiano, in assoluta mancanza di trasparenza. La Ragioneria, che ha il monopolio della contabilità pubblica centrale e di una parte di quella decentrata, è l’organismo che ci dovrebbe garantire che i conti sono a posto, che ogni nuova legge ha la sua copertura, e attraverso il “tendenziale” darci una ragionevole certezza di come mese dopo mese andranno a evolvere. Purtroppo, il paese che ha il controllo contabile più serrato e incontestabile (nel senso che nessuno ha gli strumenti per contestarlo) del mondo, è anche il paese in cui nella primavera di ogni anno si scopre che i numeri non sono quelli che erano stati certificati e c’è bisogno di una manovra correttiva miliardaria, il paese in cui i fondi previsti per gli esodati sono un quarto o un quinto di quelli necessari per tutti gli aventi diritto, e in cui non c’è nessun monitoraggio efficace ex post sull’impatto delle leggi sia sui conti pubblici che nell’economia. La Ragioneria è una fortezza blindata all’interno della fortezza del Mef, un gruppo chiuso di funzionari e dirigenti perlopiù molto competenti, sacerdoti di una cultura giuridico-contabile che non lascia spazio alle valutazioni economiche, e che di fatto è diventato un sistema di potere esclusivo e fortissimo. Mario Canzio potrebbe essere rimosso con lo spoils system, ma è comunque a pochi mesi dalla pensione dopo la proroga di due anni concessagli nel 2011. Nel giro di pochi mesi la sua poltrona sarà comunque vacante e, visto il potere che si porta dietro, le convergenze per la nomina del suo sostituto non saranno facili da costruire. La lista dei papabili conta al momento quattro nomi: Francesco Massicci, dominus assoluto dei numeri di sanità e pensioni, superesperto, che tra i minusha il pasticcio degli esodati e tra i plus l’avvio a soluzione del problema dei conti di molte Asl, l’ostacolo maggiore alla sua nomina è tuttavia il fatto che è vicino alla pensione; sempre tra gli interni c’è Biagio Mazzotta, assai stimato Ispettore Generale del Bilancio; c’è poi un eventuale rientro, quello di Giuseppe Lucibello, direttore generale dell’Inail, ex Ispettore Generale per il Pubblico Impiego della Ragioneria, andato via sbattendo la porta per contrasti con Canzio. L’ultimo nome, quello su cui convergono gli auspici di molti è Daniele Franco, stimatissimo direttore centrale della Banca d’Italia, superesperto di conti pubblici. Dalla scelta del governo per la successione a Canzio capiremo se l’intenzione è quella di riformare la Ragioneria, e con essa l’intero sistema, oppure no. Infine, quarto pilastro della squadra tremontiana, c’è Fabrizia Lapecorella, Direttore Generale delle Finanze, docente all’Università di Bari, nota nel mondo accademico come caso raro di vincitrice di concorso senza aver pubblicato né libri né articoli scientifici. Prese le decisioni sulle quattro cariche oggetto di spoils system però, il lavoro di Saccomanni sarà appena cominciato. Ci sarà da mettere mano alle agenzie (Entrate, Monopoli e Dogane) e alla Consip prima che arrivi, nella primavera del 2014, la grande stagione dei rinnovi in quasi tutte le aziende di cui il ministero, direttamente o attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, è azionista di riferimento, dall’Eni all’Enel a Terna. La stagione del ricambio è appena all’inizio. Qui sopra, il presidente del Consiglio Enrico Letta

 
Fonte: Affari e Finanza del 6 maggio 2013

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