• sabato , 17 agosto 2019

la scommessa di Torino puntare sul Made in italy per scalare l’alta di gamma

È L’UNICA SOLUZIONE POSSIBILE AL PROBLEMA DELLA BASSA PRODUTTIVITÀ ITALIANA, CHE NON DIPENDE DAL POCO LAVORO MA DAL POCO VALORE DI CIÒ CHE SI PRODUCE.LA PROVA È CHE QUANDO QUESTO AVVIENE I RISULTATI SI VEDONO, DA PIRELLI AL CALZATURIERO.
Nel 1997 il Gruppo Fiat produceva in Italia oltre un milione 560 mila auto, nel 2012 ne ha prodotte 394 mila. Sempre nel ’97, anno in cui la produzione ha raggiunto il suo massimo, la quota di Torino sul valore aggiunto realizzato dall’intera economia italiana è stato dell’1 per cento, sul settore manifatturiero del 4,6 per cento, sull’export complessivo del 4,2. Nel 2010 (ultimo anno per il quale esiste il dato sul contributo al valore aggiunto) la quota di Fiat è stata dello 0,6 per cento sull’intero sistema e del 3,9 sul manifatturiero, mentre il contributo all’export italiano è stato del 3,5, sceso a 3,4 nei due anni successivi. E’ una discesa sostanziale, della quale il dato più clamoroso è quello sul crollo della produzione. Che però va interpretato, tenendo conto di due fattori. Il primo è che in questi sedici anni il gruppo ha costruito stabilimenti all’estero, e quindi una parte importante della sua produzione si è spostata. Il secondo è che in quantità sia la produzione che l’export sono diminuiti in molti altri settori, dall’abbigliamento alle calzature all’arredamento, in parte anche alla meccanica. Ma tra questi settori e la Fiat c’è una differenza: nell’abbigliamento, nelle calzature, nel mobile e nella meccanica è diminuito il numero dei prezzi prodotti ed esportati, ma è aumentato il loro valore. Nel caso della Fiat questo non è avvenuto. E’ la storia dell’Italia produttiva dalla fase di preparazione all’euro e poi della nascita dell’euro ad oggi. Quella che ci consente di avere ancora una capacità di vendere in tutto il mondo i nostri prodotti e che consente ad un pezzo dell’economia del paese di reggere assai bene ai colpi della crisi. Questa storia racconta un particolare tipo di crescita della produttività, fatta non aumentando il numero dei pezzi prodotti ma aumentandone il valore. Nei primi anni 2000 anche l’Istat aveva frainteso, pensando che le aziende italiane vendevano meno oltre confine e per stare a galla avevano aumentato i prezzi. La verità, che poi anche l’Istituto di Statistica ha riconosciuto, era invece che le imprese che facevano scarpe continuavano a fare scarpe, ma non erano più le scarpe di prima, erano modelli che per materiali, design, cura produttiva e marchio avevano un valore superiore che veniva loro riconosciuto dal mercato. Per reggere alla globalizzazione e alla valuta forte, la manifattura italiana, o almeno una parte di essa, aveva cambiato pelle, continuando ad operare nei suoi settori tradizionali ma cambiando le caratteristiche del prodotto in modo da aumentarne il valore. Perché quello era l’unico modo di poter reggere e crescere con una struttura di costi da paese industrializzato e affluente in un mondo che nel frattempo era cambiato. Questa trasformazione è avvenuta perlopiù in settori specialistici e di nicchia, ad opera di aziende medie che hanno scalato, ciascuna nel suo settore, l’alto di gamma, cambiando in alcuni casi anche natura. Il distretto lombardo del valvolame, per fare un esempio, non potendo reggere alla concorrenza cinese sui prodotti di base, ora produce ed esporta sistemi complessi per l’idraulica e il riscaldamento degli edifici. Il distretto delle macchine per imballaggio di Bologna, per fare un altro esempio, ha conquistato la sua leadership mondiale con la sua capacità di fare macchine su misura per le esigenze dei committenti, che impacchettano, sigarette, tè o medicinali più velocemente, che durano di più e che sono teleassistite in qualunque parte del mondo 24 ore su 24. Nei settori di massa uno dei casi di successo è quello della Pirelli, che in Europa ha abbandonato le produzioni più economiche per concentrarsi in termini di ricerca e produzione nei pneumatici per le auto di alta gamma, dalle Ferrari alle Bmw, dalle Porsche alle Audi, mentre continua a produrre l’intera gamma in America Latina, dove è leader di un mercato che ha caratteristiche diverse rispetto a quello europeo, e dove la quantità serve a dare efficienza e massa critica anche ai fini della ricerca all’intero gruppo. L’aumento della produttività di cui l’Italia ha disperatamente bisogno perché solo una parte della sua economia ha tenuto il passo del mondo, mentre il manifatturiero domestico, i settori protetti, i servizi e la pubblica amministrazione sono andati indietro – si può infatti perseguire in vari modi. L’obiettivo è aumentare il valore prodotto e lo si può fare facendo più cose dello stesso valore con meno lavoro e meno capitale, oppure aumentando il valore delle cose prodotte. La strada più adatta per un paese che ha raggiunto un elevato tenore di vita e che ha le caratteristiche dell’Italia sembra essere quest’ultima. Per far sì che un’ora lavorata venga pagata quanto lo è stata fino ad ora, anzi possibilmente di più, bisogna che quell’ora produca un valore più alto. Poi ci vuole un ulteriore salto, reso possibile dall’ampliamento dei mercati internazionali, e fare in modo che a lavorare con salari adeguati sia un numero maggiore di persone. Questa è la partita che alcuni hanno giocato ed altri no, e che invece è il momento che la giochino tutti. Per correggere il più rapidamente possibile i numeri seguenti: fatto cento il pil per un’ora di lavoro negli Stati Uniti, esso è pari a 92 in Germania, 99 in Francia, 81 nel Regno Unito e 75 in Italia. Da questa differenza ne deriva un’altra, che benché in Italia si lavorino più ore che in Francia e in Germania, il prodotto lordo pro capite è significativamente più basso. Siamo più poveri non perché lavoriamo di meno, che anzi lavoriamo di più, ma perché vale meno quello che produciamo. La Fiat è un caso emblematico. Al contrario di quanto accaduto in altri settori, certo meno complessi, alla diminuzione dei pezzi prodotti in Italia non è corrisposto un aumento del loro valore. Oggi il prezzo medio di un’auto del gruppo Fiat è considerevolmente più basso non solo di quello dei produttori tedeschi, ma anche di quello dei più comparabili francesi. Marchionne ora sembra aver deciso di accettare la sfida, di alzare con Alfa, 500 e Maserati, il valore medio delle auto prodotte in Italia e di fare massa con produzioni low cost dove la struttura dei costi è più bassa. E’ la strategia giusta, ma è difficilissima, perché c’è da risalire una china ripida dopo troppi anni in cui non si è investito nel prodotto. Una linea di produzione di pneumatici Pirelli: il gruppo ha puntato in Europa sui prodotti di alto livello Sopra, Alberto Vacchi presidente dell’Ima azienda leader della Packaging Valley emiliana

 
Fonte: Affari e Finanza del 25 marzo 2013

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