• sabato , 17 agosto 2019

M5s, Avaaz.org, Conscious Capitalism cosi’ Internet cambia la democrazia

CRESCE ANCORA LA POTENZA DEI SITI PIÙ POPOLARI DEL MONDO: DAI “WATCHDOG” A QUELLI PER LA DIFESA DEI DIRITI UMANI AI PORTALI DELLA CONOSCENZA, È ONLINE CHE SI GIOCANO LE PRINCIPALI BATTAGLIE DI OGGI.ORA SI COMINCIANO A STUDIARE I GIGANTESCHI RISVOLTI DI QUESTA NUOVA REALTÀ
La tecnologia dopo aver trasformato l’economia ora sta cambiando anche la democrazia. Internet è diventato uno potentissimo strumento politico, c’è già un mondo di reti locali e globali che esercitano influenza, ma come funzionano, chi rappresentano e a chi rispondono nessuno lo sa. Per il momento. A Toronto è partito un progetto multimilionario di ricerca, Global Solution Networks, ch e si propone di dare una risposta a queste domande entro il 2014. C ome nel caso della prima rivoluzione portata da Internet (quella economica) anche della seconda (quella dei meccanismi democratici) ci accorgiamo quando il processo è già robustamente in corso e non c’è nessuno, ammesso che lo si voglia e che sia opportuno, in grado di fermarlo. Quello che sta cambiando rapidamente è il meccanismo di formazione e organizzazione del consenso e per questo ci sono una ragione tecnica e una strutturale: la prima è che i costi di transazione, di collaborazione e di comunicazione grazie a Internet sono drammaticamente crollati; la seconda è che Internet è un sistema completamente aperto al quale tutti possono accedere per condividere opinioni, documenti, immagini e, soprattutto, informazioni. Questi due fattori hanno avuto un impatto enorme sul modo di produrre e di commerciare e cominciano ad averlo sul modo di porre problemi, suggerire soluzioni, partecipare alla gestione della cosa comune. In sintesi: al modo di fare politica. Abbiamo già visto l’arsenale digitale all’opera nelle elezioni presidenziali americane come strumento di comunicazione e costruzione del consenso; lo abbiamo visto nelle primavere arabe anche come strumento di informazione e mobilitazione; lo abbiamo visto nelle elezioni italiane con il Movimento 5 Stelle, utilizzato come “luogo” del partito (anche se si definisce movimento, dal momento in cui si è presentato agli elettori con un programma e dei candidati è diventato un partito). Per M5s il web ha sostituito le sezioni e gli altri luoghi fisici di organizzazione e discussione. Ma questo è solo un primo strato, ancorché rilevantissimo. Ormai la rete è diventato il territorio sul quale si sono costruiti organismi complessi e potenti, spesso di portata globale, che sollevano temi, propongono soluzioni, organizzano proteste, contribuiscono a fissare l’agenda di una governance globale che le istituzioni consolidate, dalle Nazioni Unite al Fondo Monetario, sono sempre meno in grado di gestire. Il web, attraverso la partecipazione e l’organizzazione della partecipazione, sta cominciando a colmare i buchi, con un’azione per molti versi meritoria ma anche tremendamente problematica. Della quale si sa pochissimo. Il primo problema è che questi network possono essere usati con altrettanta facilità per il bene o per il male, per organizzare sistemi di salvataggio e supporto dopo un terremoto come per gestire gruppi terroristici. Da questo ne discendono molti altri: come sono partiti? Quali problemi vogliono affrontare? Come si inseriscono nei vuoti lasciati dalle istituzioni? Quale impatto stanno avendo? Come sono governati? Come affrontano gli aspetti chiave della legittimazione, della rappresentatività e della responsabilità? In sostanza in molti casi non sappiamo in quale modo venga scelto chi li gestisce e a chi risponda, quale sia il tasso di democrazia interna e se ci sono regole in base alle quali vengono prese le decisioni. Questioni enormi che riguardano un “nuovo potere”, perché di questo si tratta. LE PIETRE MILIARI Delle quali tra un anno ne sapremo di più. E’ l’obiettivo del Martin Prosperity Institute di Toronto che ha lanciato “ Global Solution Networks” per rispondere entro il 2014 a queste domande. Il leader del programma è Don Tapscott, docente all’università di Toronto, autore di best seller come Grown up Digital, Net Generation, Wikinomics e Macrowikinomics, considerato tra i 10 più influenti consulenti del mondo, che ha riunito docenti da Princeton all’Insead, alti dirigenti governativi e di organismi internazionali, leader di organizzazioni non profit, tutti coinvolti in un piano di ricerca che si propone di capire la natura, i meccanismi di funzionamento e l’impatto di questo nuovo “mostro” che sta cambiando per l’ennesima volta questo nostro pianeta. Il primo passo è stato identificare l’oggetto delle ricerche, e già qui si capisce la complessità del fenomeno. Si va dai “knowledge networks”, le reti della conoscenza (come Wikipedia, lo Stockholm International Peace Research Institute, Habitat Jam, Ted) alle reti per fornire servizi o soluzioni (come Crisis Commons, la Croce Rossa Internazionale, il Wwf, la Microcredit Summit Campaign), alle reti di sostegno di una causa (come Avaaz, Keep a Child Alive, Conscious Capitalism), alle reti “watchdog” (come Human Rights Watch, Amnesty International), ad altre tipologie ancora. Per capire la natura delle problematiche, Tapscott fa alcuni esempi. «Il 5 marzo 2012 – scrive nel testo di presentazione di Global Solution Networks – Jason Russell ha postato su You Tube il breve filmato Kony 2012 con l’obiettivo di far sì che Joseph 1 Kony, il leader ugandese della Lord’s Resistence Army venisse processato per crimini contro l’umanità. In una settimana oltre 100 milioni di persone hanno visto il video e moltissimi hanno donato denaro per la causa sostenuta da Russell. Naturalmente subito dopo altrettanti hanno espresso scetticismo sullo stesso Russell, sui contenuti del video e su come Russell stava utilizzando i denari raccolti per Invisible Children, l’organizzazione da lui gestita». Gli internauti così come si sono appassionati alla causa così si sono chiesti quale interesse perseguisse il leader, come avrebbero dovuto essere spesi i soldi raccolti, a chi l’organizzazione avrebbe risposto delle sue scelte, se le scelte stesse venivano fatte dalle persone giuste. La conclusione di Tapscott è che «è facile criticare le istituzioni internazionali come le Nazioni Unite per la inefficacia spesso dimostrata nella soluzione di problemi internazionali, ma comunque questi organismi hanno una legittimazione e rispondono, almeno in teoria, agli stati membri». Comunque, conclude Tapscott, «il treno è partito e non sembra avere intenzione di rientrare in stazione. Il vecchio approccio mostra i suoi limiti ed uno nuovo sta emergendo in tutta la sua forza». Un altro esempio interessante presentato da Tapscott affronta il tema dalla rappresentanza. «La democrazia è un concetto potente – scrive – ma forse è giunto il tempo di evolvere i processi democratici in modo che siano in grado di rispondere alle esigenze di un mondo nuovo. Il concetto di rappresentanza per esempio è distorsivo e raramente soddisfa la regola della maggioranza. Nelle ultime elezioni canadesi (Tapscott è canadese) i conservatori hanno conquistato il potere con il 40% dei voti, ma visto che a votare è stato il 60% della popolazione il risultato è che a governare il paese è un partito che ha ottenuto il supporto di meno di un canadese su quattro. Va bene, è così che funziona la democrazia canadese. Ma il problema si pone, ad esempio, quando il Canada deve assumere delle posizioni su questioni specifiche a livello internazionale. Per esempio quando si tratta di cambiamenti climatici è probabile che la posizione dei cittadini canadesi non sia rappresentata in maniera equilibrata. Mentre la maggior parte dei canadesi vorrebbero una posizione forte, i loro rappresentanti sono invece contrari ad una azione decisa. La posizione della stato sembra rappresentare meglio l’industria energetica che è centrale per l’economia del paese che quella dei suoi cittadini». La conclusione è che gran parte dei paesi democratici sono guidati da leader che per la bassa partecipazione al voto finiscono per rappresentare meno della metà dei loro cittadini e spesso per portare avanti posizioni che sono più vicine ai poteri forti che agli interessi diffusi. Secondo Tapscott, «questa non è una buona ragione per la democrazia diretta o qualche altra forma di regola della maggioranza applicata su base quotidiana, che potrebbe diventare una sorta di populismo elettronico. I governi rappresentativi sono necessari per tantissime ragioni, ma è un fatto che il meccanismo sta diventando insufficiente, e le reti di partecipazione possono integrare quel meccanismo portando alla luce del sole le preoccupazioni e gli interessi dei soggetti che quelle reti vogliono aiutare». «Le reti però – precisa Tapscott – non devono essere disassociate dai loro aderenti, non basta che abbraccino una missione, la devono portare avanti adottando principi democratici al loro interno». Qualcuno lo fa. Avaaz.org, una rete indipendente e non profit che organizza campagne in decine di paesi, sceglie i temi sui quali impegnarsi attraverso un voto annuale online tra tutti i suoi volontari. Per il 2012 i temi scelti sono stati i diritti umani, le politiche per lo sviluppo dei beni comuni e la corruzione politica. E’ anche questo un parametro per definire il modo di essere di una rete. Gli studiosi del Global Solution Networks tra i tanti altri usano un criterio, che alla luce delle esperienze italiane è particolarmente interessante: distinguono le reti trasmissive e quelle partecipative. Le prime sono quelle in cui una voce arriva dall’alto e raggiunge tutti gli altri, sono unidirezionali e la rete serve per trasmettere il messaggio. Le seconde invece hanno processi di elaborazione delle posizioni “orizzontali”, con meccanismi trasparenti di dialogo e partecipazione. La rete è un meraviglioso complicatissimo mostro, perché migliori le nostre democrazie e non il contrario sarà bene che impariamo presto a conoscerlo. Qui a fianco, tre importanti eventi che hanno dimostrato in modo incontrovertibile l’importanza del mezzo Internet per la diffusione delle idee: la vittoria di Barack Obama in America del 2008, poi replicata nel 2012 (1); il successo di Beppe Grillo in Italia nelle elezioni del 2013 (2); la “primavera araba” del 2010-11, con le rivoluzioni vincenti in Tunisia, Libia ed Egitto e significativi sommovimenti popolari in tutti gli altri Paesi del Medio Oriente (3)

 
Fonte: Affari e FInanza 11 marzo 2013

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