• domenica , 18 agosto 2019

Come arrestare il declino economico dell’Italia: alcuni spunti derivanti dalla teoria classica

Dal 2007 al 2012 il PIL italiano è sceso del 7,3%, quello inglese del 2,1%, mentre quello tedesco è salito del 3%. Si prevede che nel 2012 quello italiano scenderà del 2,4% rispetto all’anno prima, contro un mero – 0,2% di quello inglese e un +0,8% di quello tedesco. Non c’é quindi alcun dubbio che l’Italia si trovi nel mezzo di una profonda crisi. La principale causa di questa crisi iniziata nel 2008 è che i paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina e tanti altri paesi emergenti) hanno imparato a produrre quello che fino a pochi decenni fa solo l’occidente sapeva produrre e che il loro costo del lavoro rispetto a quello italiano è oggi circa 1/15 in Cina e 1/5 in Brasile. La crisi iniziata nel 2008 ha ovviamente una componente ciclica dovuta allo scoppio di una bolla, alle politiche fiscali restrittive messe in atto dall’Italia per restare nell’Euro ed al forte aumento dei tassi reali di interesse praticati dalle banche. La crisi in atto ha messo a nudo degli squilbri strutturali dell’economia italiana di grandissime proporzioni che erano presenti però da anni. La estrema lentezza con la quale i BRIC hanno imparato a gestire decentemente le loro economie ha contribuito in modo significativo a far durare più a lungo la eccezionale crescita dei livelli di vita della classe lavoratrice italiana. Per molti decenni del secolo passato anche il comunismo di Russia, Cina, Vietnam e tanti altri paesi ha svolto un ruolo importante e favorevole all’Italia. Questi due fattori hanno infatti contribuito a tenere bassi i prezzi mondiali delle materie prime ed i livelli di vita di miliardi di esseri umani. La crisi non è scoppiata prima del 2008 solo perché dopo il 2001 gli Stati Uniti hanno inondato il mondo di dollari e sostenuto artificialmente la domanda mondiale. La crisi finanziaria iniziata nel 2008 negli Stati Uniti con il crollo dei titoli subprime e proseguita poi in Europa con la crisi dei titoli di stato greci e spagnoli ha aggravato la crisi economica. Non ne è una causa, ma pittosto una conseguenza, come anche la crisi dell’Euro che ne è al tempo stesso una conseguenza ed un un fattore aggravante.
Quando si dice che il costo del lavoro in Italia è troppo alto rispetto a quello dei paesi BRIC non si parla di differenze di pochi punti percentuali, ma di differenze macroscopiche che, per far ripartire la crescita, richiederebbero urgentemente delle decisioni drastiche e quasi rivoluzionarie. L’Italia ed il mondo occidentale potrebbero scegliere in teoria fra due possibili strategia antitetiche fra loro. La prima consiste nel rinunciare alla libertà dei commerci fra il mondo occidentale ed i paesi BRIC. Ma questa soluzione è politicamente ed economicamente improponibile, perché sarebbe in netto contrasto con l’ideologia economica che l’occidente ha difeso dal dopoguerra ad oggi, distruggerebbe gli sforzi fatti finora nel tentare di risolvere collegialmente almeno alcuni dei principali problemi del mondo, a lungo andare ridurrebbe i salari reali ed i livelli di vita forse molto più dell’altra strategia di seguito proposta ed infine aumenterebbe notevolmente il rischio di guerre. Per quanto riguarda l’Italia, la seconda ed unica soluzione possibile, anche se politicamente è estremamnete difficile da adottare anche questa, consiste nel ridurre in modo consistente il costo del lavoro italiano, nel rendere l’Italia un paese molto più ospitale di quanto sia oggi per gli investimenti diretti dall’estero e nel ridimensionare drasticamente il ruolo dello Stato nell’economia. In questo articolo si risponderà anche alle tre domande: – in che misura andrebbero corretti gli squilibri esistenti? -di quanto andrebbe ridotto il rapporto spesa pubblica-PIL? – il governo Monti si sta muovendo nella giusta direzione?
Il costo del lavoro è dato dal rapporto fra salario pagato dalle imprese al lordo delle imposte e dei contributi sociali e la produttività del lavoro. Il costo del lavoro ha quindi tre componenti: il salario netto, imposte e contributi sociali e produttività del lavoro. E’ su tutti e tre questi elementi che governo, sindacati e imprese dovrebbero intervenire in maniera drastica per ridurre il più possibile gli squilibri accumulati in tanti anni con i BRIC. Negli ultimi 20 anni in Italia poco o niente è stato fatto su questi tre fronti. Invece fra i paesi membri dell’Unione Monetaria Europea, la Germania ha fin dall’inizio dell’Euro tenuto sotto controllo il costo del lavoro e si è specializzata ulteriormente nei settori nei quali la sua competitività rispetto ai BRIC è molto forte. Ha probabilmente capito ben in anticipo rispetto agli altri membri dell’UME quale sarebbe stato il principale problema economico dell’occidente nella prima metà di questo secolo e con la ben nota serietà e “Gruendlichkeit” tedesca ha fatto veramente un ottimo lavoro.
Circa la produttività del lavoro, va rilevato che essa è influenzata positivamente dagli investimenti che fanno le imprese in nuovi impianti e nuove tecnologie e dagli investimenti del governo in istruzione e ricerca scientifica. A livello aggregato la produttività è influenzata positivamente anche dalla riallocazione delle risorse produttive verso quei settori in cui l’Italia è forte in termini di competitività estera, come i prodotti del lusso italiano, i prodotto agricoli di punta, il turismo in generale e quello culturale e naturalistico in particolare (che valorizzino anche la la cucina italiana), l’ospitalità nei tanti bellissimi borghi medievali e nei tanti immobili storici che l’Italia ha. Nei primi decenni del 2° dopoguerra lo spostamento della forza lavoro agricola, con produttività molto bassa, verso l’industria, con produttività molto alta, ha esercitato un’influenza estremamente positiva sul livello e sulla dinamica della produttività aggregata del lavoro italiano. Dalla creazione dell’Euro i governi italiani più che incentivare la riallocazione delle risorse produttive verso i settori con un grande futuro, la hanno di fatto, magari solo inconsciamente, notevolmente ostacolata. Ciò vale anche per il governo Monti, che si è dedicato principalmente all’obiettivo di fare cassa per lo Stato, trascurando le considerazioni di lungo periodo approfondite in questo articolo.
Circa le imposte sul lavoro ed i contributi sociali, il governo Monti ha almeno avuto l’attenzione di non aumentarli, come ha fatto invece con le imposte indirette e soprattutto con quelle sulla casa. La teoria teoria economica ha considerato importanti fin dai tempi di Adamo Smith e di David Ricardo sia il grado di “traslazione delle imposte” sul salario nominale che i lavoratori ed i sindacati chiedono nel lungo periodo, sia il ruolo della qualità della spesa pubblica, così come percepita dai cittadini, nel determinare il grado di traslazione. Chi vuole approfondire questi concetti veda il mio articolo intitolato “Smith and Ricardo on the Long-Run Effects of the Increase of Government Expenditure, Taxation and Public Debt: is their theory relevant today?” pubblicato sulla rivista di storia del pensiero economico History of Political Economy (vol. 21, n. 4, inverno 1989, pp. 723-736). Nel dopoguerra i lavoratori ed i sindacati italiani hanno teso a traslare sul salario in misura consistente non solo le imposte dirette sul lavoro ed i contributi sociali, ma anche le imposte indirette e quelle sulla casa. Il grado di traslazione dipende in generale dal tipo di imposta, dalla utilità che i lavoratori attribuiscono alla spesa pubblica e dalla forza dei sindacati. Ora è indubbio che in Italia l’utilità della spesa è percepita dai cittadini come piuttosto bassa, certamente molto più bassa che in alcuni paesi dell’Europa del Nord dove c’è anche meno corruzione e meno criminalità organizzata e dove la giustizia e la sanità pubblica funzionano meglio. In Italia, ad avviso di chi scrive, anche il grado di traslazione delle imposte indirette e delle imposte sulla casa è alto nel lungo periodo. Inoltre è molto probabile che le drastiche misure prese nel 2012 dal governo Monti in materia di finanza pubblica indurranno migliaia di cittadini ricchi a lasciare il paese e decine di miglia di giovani professionisti e scienziati ad emigrare. Se la spesa pubblica italiana è troppo alta, se è molto inefficiente, se è di poco valore per il cittadino medio e soprattutto se il grado di traslazione di tutte le imposte è alto, il governo ed il parlamento dovrebbero tagliare drasticamente la spesa pubblica e le imposte e non limitarsi ad operazioni piuttosto cosmetiche come quelle della “spending review” in corso. Andrebbe completamente ripensato il ruolo dello Stato nell’economia e nella società, restringendo i suoi compiti a quelli classici, cioé l’istruzione, la giustizia e la difesa e aggiungendo ad essi la protezione adeguata del patrimonio artistico, culturale e paesaggistico e la determinazione degli indirizzi di politica economica industriale e dei servizi. Il ridimensionamento proposto dello Stato faciliterebbe anche l’aumento della sua efficenza nella fornitura dei servizi classici.
Alla fine degli anni ’50 il rapporto spesa pubblica-PIL non superava in Italia il 30%, oggi siamo arrivati a circa il 50% di un PIL. E’ urgente che l’Italia inizi a pensare seriamente ad un programma decennale del tipo di quello prospettato in questo articolo, che oserei chiamare di “rinascita”. L’annuncio di un programma decennale serio di drastica revisione del ruolo dello Stato e di drastica riduzione delle imposte, soprattutto quelle dirette, porterebbe certamente ad una grande ventata di aria fresca, a forti investimenti diretti dall’estero e ad una crescita economica che l’Italia non vede da decenni. Ciò si verificherà anche se la riduzione delle imposte viene fatta gradualmente negli anni, l’importante è che il programma di lungo periodo sia drastico e credibile e che in qualche modo vincoli anche i governi futuri. Per ottenere quest’ultimo risultato l’Italia dovrebbe firmare un accordo vincolante con il Fondo Monetario, la BCE e l’Unione Europea. Il programma dovrebbe però includere anche alcuni ulteriori elementi cruciali: a) una chiara politica di lotta senza quartiere alla corruzione ed alla criminalità organizzata. Sarebbe bene dichiararare una vera guerra alla criminalità organizzata, mentre gli evasori andrebbero convinti a pagare le tasse dovut non con una guerra o con metodi di polizia non degni di un paese civile, ma con l’abbassamento di tutte le aliquote fiscali, con una riforma profonda del rapporto fra stato e cittadini (di cui si parla più avanti al punto c) e con un forte aumento dell’efficienza e della utilità di tutti i servizi pubblici; b) misure atte a favorire la riallocazione delle risorse produttive verso quei settori in cui l’Italia gode di una competitività molto forte, alcuni dei quali andrebbero sviluppati da zero con una apposita legislazione nazionale, come l’ospitalità turistica e non turistica in dimore storiche e in borghi medievali di cui l’Italia è piena; c) una totale revisione del rapporto fra stato e contribuente, da basare più sulla fiducia reciproca e sulla trasparenza che non su elementi che ricordano uno Stato di polizia, elementi che il governo Monti ha purtoppo fortemente accentuato con la sua “gurra agli evasori”; d) la soppressione immediata di Equitalia che ricorda tanto l’agenzia dei fratelli Salvo in Sicilia, che sulle rateizzazioni applica commissioni e tassi di interesse che probabilmente non passerebbero al vaglio delle corti europee per violazioni delle norme anti-usura e che infine usa metodi pittosto aggressivi e non degni di un paese civile, soprattutto quando ci sono dei contenziosi in corso; e) una drastica riorganizzazione con forti accorpamenti delle troppe forze di polizia esistenti in Italia e forse anche, in prospettiva, con l’inserimento della intera Guardia di Finanza in un Dipartimento della Polizia di Stato o dei Carabinieri; f) una maggiore diffusione di Internet nella pubblica amministrazione, sulla quale l’Italia avrebbe moltissimo da imparare perfino dal Brasile; g) il riaccentramento nello Stato Centrale di molti poteri delle Regioni, come ad esempio il turismo, la salvaguardia del paesaggio e la valorizzazione degli immobili storici; h) la scelta del merito come principale elemento di valutazione nei concorsi pubblici e negli avanzamenti di carriera, accoppiata all’apertura di tutti i concorsi a cittadini della UE ed in alcuni casi anche a quelli non della UE; i) l’eliminazione dei numerosi lacci e laccioli che ancora ostacolano in Italia sia l’ iniziativa privata sia la libertà individuale.
Per avere un’idea di quanto sia lunga la strada da percorrere basta ricordare qui che in Brasile, uno dei paesi BRIC, l’aliquota marginale più alta sui redditi delle imprese e delle persone fisiche è il 27,5%, che il rapporto spesa pubblica-PIL è il 35% e che il salario è circa il 20% di quello italiano. In compenso nel 2011, anno di crisi mondiale, gli investimenti diretti dall’estero hanno raggiunto in Brasile la cifra sbalorditiva di 66,7 miliardi di dollari e nel 2012 si prevede che raggiungeranno di nuovo la stessa cifra, contro pochi Euro che entrano in Italia da tanti anni a questa parte. Il programma decennale illustrato qui sopra meriterebbe veramente di essere chiamato “salva-Italia”, anche se ha un carattere completamnte diverso da quello avviato dal governo Monti, che ha certamente salvato l’Italia, almeno per i prossimi 2-3 anni, da una crisi finanziaria e dall’uscita dall’Euro, ma non ha affatto salvato l’Italia dal sottosviluppo economico e da un ulteriore drammatico aumento della disoccupazione nei prossimi decenni.

 
Fonte: Il Mondo del 23 gennaio 2013

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