• lunedì , 19 agosto 2019

“Ma senza euro sarebbe peggio”

«La moneta unica non fu un errore. Restando alla lira il nostro debito pubblico sarebbe impazzito. E’ vero però che molti obiettivi non sono stati centrati. E ora serve una patrimoniale». Parla Mario Sarcinelli, economista ed ex vicedirettore di Bankitalia.
L’euro scricchiola sotto i colpi della speculazione finanziaria ma anche della debole leadership europea. L’economista Mario Sarcinelli è stato insieme testimone e protagonista del processo che sotto l’impulso di Carlo Azeglio Ciampi, Romano Prodi e Tommaso Padoa-Schioppa ha portato l’Italia da subito nella moneta unica. Con un episodio drammatico: le dimissioni da direttore generale del Tesoro nel 1990 quando arrivò alla conclusione che la classe politica di allora non avrebbe mai affrontato la questione del debito pubblico. A lui “l’Espresso” ha chiesto se oggi, con il rischio di disgregazione dell’euro che incombe e con la prospettiva di un default dell’Italia e della Spagna, si possa considerare un errore aver aderito al progetto.
E’ stato un errore entrare a far parte dell’unione monetaria europea?
«No, non è stato un errore. E’ vero che manca la prova controfattuale: non sapremo mai che cosa sarebbe accaduto se l’Italia avesse scelto di fare come la Gran Bretagna, la Svezia, la Danimarca, e fosse rimasta nell’Unione europea ma fuori dall’euroarea. Tuttavia ci sono fondati motivi per ritenere che le cose sarebbero andate anche peggio».
Quali erano gli obiettivi dell’Italia al momento dell’ingresso nell’euro?
«C’erano degli ideali politici da realizzare. La moneta unica era considerata un passaggio importante in direzione di un’unione politica da completare in tempi ragionevoli. E il significato è chiaro: niente più divisioni fra gli Stati, né rischi di conflitti come quelli che hanno caratterizzato la prima metà del secolo scorso. E in prospettiva più peso per l’Europa nelle decisioni prese a livello di organismi sovranazionali, dal Fondo monetario ai vari G-8 o G-20. Era una risposta europea alla globalizzazione. Ma per noi italiani c’era anche un obiettivo economico: legare la nostra economia alla stabilità strutturale dell’area del marco dopo gli anni di turbolenza di Tangentopoli e della crisi del 1992».
Come sarebbe dovuto avvenire questo aggancio?
«Un assestamento dei conti pubblici e la fine delle svalutazioni competitive. L’impegno a passare dalla lira all’euro ha provocato una sensibile riduzione dei tassi d’interesse sul debito pubblico italiano. Ne è derivato un risparmio consistente che, insieme alle numerose privatizzazioni e alle riforme della spesa attuate negli anni ’90, ha permesso di mettere sotto controllo il debito pubblico. E infatti nei primi anni 2000 il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo è sceso, avvicinandosi alla fatidica soglia del 100 per cento. Avremmo dovuto approfittarne per mettere in sicurezza i nostri conti, anche perché l’economia era ancora in crescita e i sacrifici sarebbero stati meno dolorosi. Invece è venuta meno la presa: deficit e debito hanno ripreso ad aumentare. E sui nostri titoli di Stato si è di nuovo proiettata l’ombra del sospetto».
Con l’euro è finito il gioco delle svalutazioni competitive.
«La speranza in questa caso era che le imprese si ristrutturassero e diventassero competitive autonomamente, senza bisogno della spinta del cambio. Si sarebbero dovute confrontare con le concorrenti tedesche e francesi partendo dall’euro che livellava il campo di gioco. Non si può dire che abbia funzionato anche se l’industria esportatrice ha fatto registrare delle discrete performance. E’ successo invece che le imprese non hanno investito: hanno mantenuto alti i profitti e hanno ridotto per quanto possibile i debiti. I sindacati, per parte loro, non hanno capito che avrebbero dovuto parametrarsi sul resto dell’Europa. E hanno badato a difendere privilegi contrattuali e livelli retributivi insostenibili. Così continuano ad andar bene alcuni settori come la moda, il lusso, il design, il food e poco ancora. Ma in molti altri stiamo sparendo. Soprattutto là dove la dimensione delle imprese è fondamentale per la ricerca e per la penetrazione sui mercati più interessanti in prospettiva: quelli asiatici e quelli sudamericani».
Insomma, obiettivi mancati su tutti i fronti.
«Attenzione: gli obiettivi sono stati mancati non perché erano irraggiungibili, anzi. Il problema è che non abbiamo fatto abbastanza per centrarli. I tedeschi quello che dovevano fare, a metà del decennio scorso quando si sono accorti di essere in difficoltà, lo hanno fatto. Noi no: ci siamo fatti scappare di mano il debito pubblico e abbiamo trascurato il settore produttivo».
Che cosa hanno fatto i tedeschi?
«Hanno riformato il mercato del lavoro, tenendo bassi i salari e restituendo competitività alle imprese. Hanno rimesso i conti pubblici a posto dopo aver sfondato, violando le regole di Maastricht, il limite del deficit. E hanno puntato sulle loro grandi imprese sostenendole per quanto possibile. Non è stato facile ma alla fine sono stati premiati: la loro bilancia dei pagamenti è ampiamente in attivo, crescono mentre gli altri annaspano, adesso possono permettersi anche di aumentare i salari quando gli altri tirano la cinghia, hanno i tassi d’interesse più bassi per cui Stato e imprese si finanziano quasi gratis».
Di fronte a questo quadro perché non dovremmo essere pentiti di essere entrati nell’euro?
«Chiediamoci che cosa ne sarebbe stato del nostro debito pubblico, con inflazione e tassi d’interesse alti, senza un “vincolo esterno”, come il monitoraggio della Commissione europea e della Bce, a costringerci a fare le riforme. Saremmo molto probabilmente arrivati a una situazione di default in pochi anni. E’ vero che, una volta toccato il fondo, si può ripartire e magari rifiorire. Ma a che prezzo in termini di benessere collettivo? E il giochino inflazione-svalutazione quanto sarebbe potuto andare avanti? A che livello di potere d’acquisto si sarebbe ridotta la lira?».
Non è stata la crisi del 2008 a far precipitare la situazione dell’euro?
«La crisi del 2008 è nata negli Stati Uniti: l’euro ne sta scontando le conseguenze negative in termini di recessione e di avversione al rischio degli investitori che corrono a comprare i Bund tedeschi e vendono i Btp italiani e i Bonos spagnoli. E poi non è che se fosse rimasta in vita la lira la crisi del 2008 non ci sarebbe stata. Anzi, i suoi effetti sull’Italia sarebbero stati ancor più dirompenti: in un clima di avversione generale al rischio la lira ballerina e i Btp di uno Stato sovrindebitato se la sarebbero vista brutta».
Gli euroscettici di allora adesso dicono: “L’avevamo previsto”.
«I passi avanti verso l’unione politica o almeno verso una governance efficiente dell’Europa sono mancati. Ma questa è la responsabilità delle leadership che si sono succedute in questi anni in Germania, in Francia, nell’euroscettica Italia dei dieci anni di governo Berlusconi-Tremonti.
Dovremo continuare a subire il ricatto dei mercati? A pagare le tasse per onorare gli impegni sul debito pubblico?
I falchi del rigore sostengono che l’unico modo per riportare i tassi a un livello accettabile è rimettere in ordine i conti. Ma come abbiamo visto nel caso della Grecia l’austerità porta con sé una recessione sempre più grave e il conseguente peggioramento dei conti pubblici perché il gettito fiscale si riduce e i sussidi a carico dello Stato aumentano. Le reti di sicurezza, i firewall, come l’Esm o l’Efsf, servono solo per paesi piccoli, non per la Spagna o per l’Italia. Allora non resta che seguire una delle tre strade indicate da Keynes per abbattere il debito quando non è più gestibile: l’inflazione, il default o un’imposta sulla ricchezza.
E quale è consigliabile per l’Italia?
L’inflazione è da escludere perché la costituzione monetaria europea la vede come il fumo negli occhi. E poiché la politica monetaria non la gestisce l’Italia le probabilità di poter ridurre il valore del debito via inflazione sono scarse. Il default può assumere varie forme: la più semplice è la variazione unilaterale delle scadenze dei titoli o delle condizioni di tasso d’interesse. Ma questa scelta presuppone che lo Stato per molto tempo non abbia più bisogno di ricorrere al mercato dei capitali. E non mi sembra che l’Italia di oggi se lo possa permettere».
Quindi non c’è che l’imposta sulla ricchezza?
«Credo di sì. Le famiglie italiane, fra titoli di Stato, azioni, immobili, quote di aziende, possiedono una ricchezza superiore a quella che si registra in altri paesi: 8,3 volte il prodotto interno lordo. Ma questa ricchezza non è liquida, non si può vendere dall’oggi al domani per procurarsi i quattrini necessari a pagare un’imposta straordinaria. Dovrebbero essere le banche a finanziare l’esborso, se le condizioni di liquidità lo consentono. Così il debito si sposterebbe dal settore pubblico a quello privato e i mercati tornerebbero ad avere fiducia nei nostri titoli».
Altre tasse. Ma è proponibile?
«Sì, se si vuol mantenere il rispetto di se stessi. Del resto il poeta Orazio nelle sue epistole scrisse: “Per qualunque mattana dei suoi capi, è il popolo che prende le sberle”. E di mattane i nostri capi ne hanno fatte assai».

 
Fonte: Espresso del 27 luglio 2012

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