• giovedì , 5 dicembre 2019

Italia, cosi’ puoi mettere la Germania “nell’angolino”

Se oggi la Bce riducesse i tassi di interesse prenderebbe in contropiede il mercato gelando la febbre speculativa che infiamma le borse. Sarebbe davvero salutare, ma i più sostengono che Mario Draghi voglia sparare questa cartuccia solo se non c’è altro da fare. La terrà in serbo nel caso in cui dal vertice Ue a fine mese non esca quel segnale politico forte a difesa dell’euro, senza se e senza e soprattutto “senza limiti”, che ha chiesto a più riprese.
Il presidente della Bce sta lavorando insieme a Barroso e Juncker per presentare al Consiglio europeo una proposta complessiva, il “piano segreto” anticipato nelle sue linee generali dai giornali nei giorni scorsi che poi così segreto non è. Si tratta di rafforzare l’Unione con altri passi avanti in senso federale nelle banche e nella politica fiscale. Come condizione per lasciare alla banca centrale una maggiore libertà, nel creare moneta per rilanciare l’economia e poi nel distruggerla se l’inflazione diventerà una minaccia. In Germania la signora Merkel continua a oscillare tra un estenuante “vorrei ma non posso” e un “potrei ma non voglio”, mentre si profila uno scontro di prima grandezza che rivela la dimensione geopolitica della crisi.
La Casa Bianca è intervenuta per lamentare l’ignavia dei governi europei. Non è la prima volta. Ci sono stati anche confronti diretti con la Cancelliera, ma i toni questa volta sono, se possibile, ancor più duri. “L’Europa è in crisi perché non ha adottato i passi necessari per affrontare le sfide – ha detto Obama venerdì scorso a Chicago -. Di conseguenza tutta l’economia globale si è indebolita”. Lunedì il portavoce Jay Carney è stato ancor più drastico: “I mercati sono scettici sulla possibilità che le misure adottate dall’Eurozona siano sufficienti. Ci aspettiamo ulteriori passi”. Quali passi e perché gli Stati Uniti hanno messo i piedi nel piatto? Cominciamo, una volta tanto,dalla coda.
Si dice che Obama sia preoccupato per la sua rielezione. Il rischio è elevato, Romney si consolida nonostante le previsioni mediatiche (ancora una volta sbagliate) e, senza una solida ripresa, è molto più probabile che gli elettori vogliano un cambiamento comunque. Del resto, questo è il clima che spira in ogni Paese, l’America non è certo immune. La gente comune è convinta che gli Stati Uniti siano ancora in recessione, nonostante il prodotto lordo salga senza interruzione ormai dal 2010. Ma una crescita asfittica per gli standard a stelle e strisce, una disoccupazione che resta elevata, le famiglie che stentano a ridurre i loro debiti, il mercato immobiliare fermo, tutto ciò trasforma le cifre ufficiali in un’illusione statistica.
Dunque, gli Stati Uniti non riescono più a far da locomotiva all’economia. La speranza che possa essere la Cina è svanita perché la fabbrica mondiale rallenta. Entro certi limiti è un bene per ridurre l’inflazione interna e sgonfiare la bolla immobiliare prima che esploda. Ma l’impatto sulla domanda internazionale è negativo. Dunque, toccherebbe all’Europa prendere in mano la fiaccola, ma in queste condizioni l’Ue è solo una zavorra.
L’allarme di Obama, insomma, è più che giustificato. Il New York Times riportava il lamento delle imprese, soprattutto quelle ad alta tecnologia come Cisco, Dell, NetApp i cui redditi cadono per colpa dell’Europa. Ma dietro non c’è solo l’economia. Anche perché, alla fine gli Usa sono un continente che consuma la maggior parte di quel che produce in casa. Il pericolo, forse ancor più grave, riguarda la sicurezza che per Washington è la questione chiave. Negli equilibri economico-politici di questo decennio, è ormai chiaro che le aree di primaria importanza strategica circondano due mari: il Mediterraneo e il Mar Cinese. Per controllare quest’ultimo, gli Usa fanno affidamento sul Giappone e, sempre più, sulla Corea del Sud e sulle Filippine (senza contare che il Vietnam sta diventando essenziale nel contenimento dell’espansionismo cinese). Per il Mediterraneo, ci vuole l’Europa.
Ebbene, le primavere arabe e la guerra libica hanno dimostrato che gli europei vanno in ordine sparso, tentati dal culto avventuristico per l’azione diretta, come nel caso di Sarkozy, o dal fascino discreto del disimpegno, come nel caso della Germania. La quale sta diventando sempre meno affidabile, non è più nemmeno l’antico baluardo anti-russo (anzi viene risucchiata a est anche a causa della sua sete di gas, che aumenta dopo l’uscita dal nucleare). La stessa Nato, a questo punto, diventa uno strumento zoppo.
Si fa strada negli ambienti della sicurezza l’idea che bisogna tornare a rafforzare i punti strategici nel cuore del Mediterraneo: l’Italia, la Grecia e la Spagna. Guarda caso proprio i tre paesi prostrati dalla crisi e messi alla gogna dalla Germania. Per l’Italia, il potenziamento delle basi militari è già in atto e la decisione di dotare di missili i droni sul territorio italiano è un messaggio chiaro (anche in vista di un eventuale conflitto con l’Iran che nessuno vuole, ma di cui tutti parlano). In Grecia le strutture chiave sono i porti messi nel mirino dai cinesi per ragioni economiche e dai russi per ragioni strategico-militari. Quanto alla Spagna, più appartata rispetto all’arena medio-orientale, è tuttavia essenziale per contenere l’onda sociale e politica nord africana.
Con una Unione a pezzi, una crisi senza via d’uscita, una divaricazione crescente tra nord e sud, l’Europa non è una risorsa, è un problema. Di qui la priorità assoluta: salvare il salvabile senza indulgere in purismi teorici fuori luogo, ed essere pronti ad affrontare le nuove tensioni geopolitiche. Gli americani vorrebbero che la Bce stampasse moneta, acquistasse i titoli degli stati e delle banche in difficoltà, mentre i governi alimentano il meccanismo di stabilità che dovrebbe partire ai primi di luglio. Ciò potrebbe invertire le aspettative dei mercati e dare almeno sei mesi di tempo (probabilmente molto di più) consentendo di consumare la tragedia greca e capire se in Germania matura una scelta che vada oltre la parrocchia.
Intanto saranno passate le elezioni americane. Se vince, Obama rilancerà la sua pressione affinché l’Europa diventi sempre più un soggetto attivo e unificato. Se prevale Romney, che pure non è un isolazionista, è molto probabile che gli Usa agiscano in modo più drastico, recuperando la piena autonomia del dollaro (sia verso l’euro, sia verso lo yuan) e alzando la posta militare a sostegno di Israele e contro l’Iran.A quel punto, la Germania resta tagliata fuori e l’Italia diventa una gigantesca portaerei.
Tutto questo è nello sfondo, ma entrerà chiaramente nel G20 del 17 e 18 a Guadalajara, in Messico. Dovrebbe entrare anche nel vertice europeo di fine mese. Se la crisi non viene affrontata finalmente con un respiro politico non solo eurocentrico, non se ne esce. L’Italia potrebbe (e dovrebbe) svolgere un ruolo importante in tal senso, perché coinvolta su due fronti, come abbiamo detto. Forse Monti, oltre alla politica estera economica dovrebbe far ricorso alla politica estera tout court. Farnesina, se ci sei batti un colpo a palazzo Chigi.

 
Fonte: Sussidiario.net del 6 giugno 2012

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