• sabato , 17 agosto 2019

La pressione fiscale e il nodo della spesa pubblica

Con il moralismo fiscale non si va da nessuna parte. In un paese che ha il 30% di economia sommersa, non si fa giustizia fiscale con la repressione poliziesca.
Che la Lega tenti di rifarsi la verginità politica perduta contestando Monti sulle tasse, dopo essere stata nei governi che hanno aumentato la pressione fiscale pur di non tagliare la spesa pubblica, è ridicolo. Ma che il tema ci sia tutto, e che non occorra appartenere alla schiera dei liberisti presi dal sacro furore ideologico contro lo “Stato tributario” per cogliere la necessità di affrontare diversamente da quanto fatto fin qui la questione tasse, è cosa certa.
Io ritengo che la nostra pressione fiscale sia troppo alta. Intendendo, per pressione fiscale, non solo le aliquote, ma la percentuale di reddito assorbita da tutte le imposte, nazionali e locali, di consumo e patrimoniali. So che essa è figlia di una sorta di partita di giro: gli italiani in cambio beneficiano di una spesa pubblica enorme (52% del pil) che si distribuisce a pioggia e, fino a ieri, della sostanziale tolleranza su evasione ed elusione. Finché lo scambio è stato favorevole, l’accordo era implicito. Quando è diventato iniquo, il disaccordo è diventato (e sta diventando ogni giorno di più) esplicito. Solo che, a parità di condizioni di finanza pubblica, ragioni di bilancio impediscono di ridurre quella maledetta pressione. Si dice, però: se l’evasione fosse azzerata potremmo abbassare massicciamente le imposte. Da qui i proclami di “lotta”, e la politica di esazione più stringente, con interventi punitivi esemplari. Peccato che le cose non stiano così: se tutti pagassero tutto saremmo solo tutti più poveri. E’ brutto a dirsi, ma è così. Per la semplice ragione che la pressione fiscale (quella vera, non i numeri formali delle aliquote), è funzionale alla spesa pubblica. Se non tocchi quella, il risultato è a somma negativa. Se l’evasione fosse nulla, avremmo il deficit più che azzerato (ma non il debito, per quello ci vuole altro) ma ci ritroveremmo con una pressione fiscale mostruosa. Del tutto insopportabile. Sarebbe come dare una medicina ad un malato una medicina che lo fa sì guarire di quel male, ma talmente forte da stroncarlo d’infarto.
Questo significa che l’evasione deve essere tollerata? No. Significa che la politica economica va rovesciata: si stabilisca il giusto rapporto tra, da un lato, la dimensione dello Stato (sia chiaro, io non sono per quello “minimo”, ma neppure per questo elefante che abbiamo) e relativa quantità di spesa pubblica, e, dall’altro, il livello di pressione fiscale. Una volta fatto questo, avendo cura di distinguere tra spesa corrente e investimenti in conto capitale, e dopo aver fatto in modo di pagare i debiti di tutte le pubbliche amministrazioni, allora si sarà legittimati ad una torchiatura di chi sgarra. Farlo senza queste premesse, e tanto più in una fase di recessione, significa solo far scappare capitali, bloccare investimenti, deprimere consumi. Cosa che sta avvenendo da tempo, e accentuatamente nel corso degli ultimi 12-18 mesi.
Con il moralismo fiscale non si va da nessuna parte. In un paese che ha il 30% di economia sommersa, non si fa giustizia fiscale con la repressione poliziesca. Se poi ci si accanisce contro chi non riesce a pagare una rata a Equitalia (tutta la solidarietà, senza riserva alcuna, a chi la dirige e a chi vi lavora, così come alla Agenzia delle Entrate, e piena condanna anche solo della violenza verbale), allora non solo si blocca il dinamismo economico, ma si rischia la rivolta sociale. E sono guai ben peggiori.

 
Fonte: Messaggero del 27 maggio 2012

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