• giovedì , 5 dicembre 2019

La crisi? Forse finira’ nel 2020

Gli annunci del governo sono solo fumo negli occhi: coniugare ‘rigore’ e ‘sviluppo’ è impossibile. Le manovre di Monti magari eviteranno il default, ma nulla più.E la ripresa, se ci sarà, inizierà nel prossimo decennio.
La fiducia dei consumatori al minimo storico. I salari che crescono molto meno dell’inflazione. La produzione industriale che peggiora mese dopo mese. Lo spread che risale sopra i 400 punti. Le Borse che crollano. Ogni giorno le notizie che arrivano dal fronte dell’economia sono un bollettino di guerra. Che l’Italia sia in recessione non è una novità: governo, organismi internazionali, centri di ricerca lo hanno messo in chiaro da tempo. Nel 2012 il prodotto interno lordo (Pil) diminuirà, dell’1,5, forse del 2 per cento, e un po’ di ripresa arriverà solo nel 2013. Ma sarà un rimbalzo piccolo piccolo, dello 0,5 o 0,8 per cento. E le previsioni a più lungo termine non offrono scenari migliori, con avanzamenti microscopici fino al 2020 (vedere grafici).
I ministri del governo guidato da Mario Monti si affannano a parlare di crescita da rilanciare. Nei documenti ufficiali presentati dal viceministro dell’Economia Vittorio Grilli si trovano cifre più alte di quelle stimate dai grandi organismi internazionali. Si disegnano piani di riforma a base di liberalizzazioni, spese per infrastrutture, ricerca, che dovrebbero rendere più fluidi i meccanismi di mercato, ridare fiducia ai consumatori e alle imprese, attrarre investitori dall’estero. Insomma far ripartire la macchina.
La verità, purtroppo, è che la crescita non abita più qui. L’Italia è attesa da un altro decennio di declino, dopo quello berlusconian-tremontiano (2000-2010). E gli annunci del governo servono solo a tenere in vita un malato che altrimenti rischia il collasso. L’idea che si possano coniugare rigore e sviluppo, e magari anche l’equità, come è stato promesso agli italiani, perde forza con il passare dei mesi. Un autorevole banchiere centrale lo ammette brutalmente: “Fase uno e Fase due, prima il rigore poi la crescita, è un problema che non esiste. Dopo quello che abbiamo rischiato l’anno scorso aumentare il deficit per favorire la crescita non ha senso. La Fase uno, quella del rigore, non è solo il consolidamento della finanza pubblica perché abbassare lo spread (la differenza di rendimenti tra i titoli italiani e quelli tedeschi, ndr) e riportare i tassi d’interesse ai livelli di due anni fa significa rimettere in moto una prospettiva di crescita. D’altra parte in novembre e in dicembre l’Italia ha rischiato grosso e quello che è stato fatto dal governo Monti, e prima ancora nella fase finale del governo Berlusconi, con tre manovre che a regime valgono il 5 per cento del Pil, era inevitabile, non c’era altro da fare”.
Dunque, la priorità è il rigore, la crescita seguirà. Quando, non si sa. Anche se alcune riforme, come quella delle pensioni e quella del lavoro, l’assaggio di liberalizzazioni e di semplificazione, fanno parte di quel tipo di interventi che, come dicono gli economisti, “sono in grado di invertire le aspettative”. Ovvero di convincere gli operatori economici ad avere fiducia, perché in futuro le cose andranno meglio e quindi conviene investire nella propria impresa o riprendere a consumare. Ma a fronte di queste misure c’è la zavorra dell’aggiustamento della finanza pubblica. Appesa come una grossa pietra alle caviglie di imprese e famiglie. Che ogni giorno scoprono di avere nuove tasse da pagare, che non ottengono più credito dalle banche, che si sentono assediate dalla burocrazia.
Il fisco è il primo problema. Come è emerso nelle audizioni parlamentari sul Documento di economia e finanza (Def 2012) del governo, quella del vicedirettore della Banca d’Italia Salvatore Rossi e quella del presidente della Corte dei conti Luigi Giampaolino soprattutto. Come si può sperare che l’economia riprenda fiato con una pressione fiscale che raggiungerà il 45 per cento del Pil nel 2015 (mentre il totale delle entrate dello Stato arriverà addirittura al 49 per cento)? Senza contare che il carico fiscale grava in misura assai più rilevante su chi fa fino in fondo il proprio dovere di contribuente.
Aumentare le imposte è la strada più semplice e più rapida per migliorare i conti pubblici. E l’urgenza di arginare l’attacco speculativo dell’autunno scorso ha costretto il governo a succhiare il sangue degli italiani:
Imu, addizionali Irpef, Iva, accise sulla benzina, imposte sui beni di lusso. Pochi si sono salvati. Si è diffusa tra gli italiani una sensazione di impoverimento che probabilmente si accentuerà nei prossimi mesi quando il peso delle nuove tasse provocherà una caduta del valore degli immobili.
Trovare un’alternativa all’aumento delle imposte è peraltro possibile. Una è la lotta all’evasione. Può dare frutti importanti ma richiede un lavoro di lunga lena. L’altra è tagliare la spesa: tra sprechi, duplicazioni e inefficienze nel settore pubblico i margini per recuperare risorse sono enormi. Però serve la volontà politica di sconfiggere chi quei soldi se li mette in tasca. E non è certo disposto a rinunciarvi spontaneamente.
Il secondo problema è il credito: le banche non prestano più soldi all’economia. Non è bastato che lo Stato garantisse (44 miliardi alla fine del 2011) le loro emissioni obbligazionarie (favorendone così il collocamento e abbassandone il costo). E non è bastato che la Banca centrale europea fornisse loro liquidità (oltre 200 miliardi) in misura praticamente illimitata (le operazioni di rifinanziamento a lungo termine lanciate dal presidente Mario Draghi dopo il suo insediamento a Francoforte). Le banche hanno comprato Btp per accontentare il governo (adesso ne hanno più di 300 miliardi in portafoglio) e per evitare di essere travolte dal crollo del mercato dei titoli di Stato. Ma non hanno finanziato le imprese, aggravandone le difficoltà.
Anche in questo caso le prospettive per il futuro non sono incoraggianti. Le nuove regole introdotte dopo la crisi finanziaria del 2008 impongono alle banche di dotarsi di più capitale per essere in grado di far fronte ai rischi. Ma di questi tempi raccogliere capitali non è facile e allora non resta che ridurre i rischi, ovvero prestare di meno.
Con il fisco che ti tartassa, le banche che non fanno credito, un quadro internazionale che non è proprio scintillante (gli Stati Uniti stentano a ripartire, la Cina rallenta, si teme la guerra in medio Oriente e il prezzo del petrolio sale), perché l’economia italiana dovrebbe sprizzare fiducia e riprendere a crescere a un ritmo dignitoso? La domanda se la stanno ponendo anche gli analisti sui mercati finanziari. E infatti lo spread è tornato a peggiorare, superando quota 400 punti base. Pesa l’incertezza sul futuro politico: chi verrà dopo Monti? E il nuovo governo continuerà sulla linea del rigore? Ma pesa anche la consapevolezza che il rigore, lascito avvelenato di 35 anni di politiche dissennate, sta mettendo l’Italia sulla strada di un lento declino. E che proprio il declino può innescare nuovi, imprevedibili sconquassi.
“Siamo qui non per lamentarci del buio, ma per accendere la candela che ci può guidare attraverso quel buio, verso un futuro che ci veda sani e salvi”. Era il 15 luglio del 1960 quando John F. Kennedy pronunciò, davanti alla Convention democratica, il suo discorso sulla Nuova Frontiera, accettando la candidatura alle elezioni presidenziali americane. E aggiunse: “Oggi dobbiamo occuparci seriamente di quel futuro. Perché il mondo sta cambiando. La vecchia epoca sta finendo. I metodi di prima non funzioneranno più”.
Monti la sua candela non l’ha potuta scegliere. Gli eventi lo hanno indotto a sposare la linea del rigore a tutti i costi: meglio una cura da cavallo di sacrifici per tutti gli italiani che ritrovarsi senza soldi per pagare gli stipendi agli insegnanti e agli infermieri. In sintesi meglio deboli ma vivi che morti. Ora però sta diventando chiaro a tutti qual è lo scenario che si prospetta: una prolungata stagnazione che porterà a una graduale erosione del livello di benessere. Meno traumatica, ma molto simile, a quella greca.
Il consenso del governo dei professori è in calo. Gli italiani si stanno accorgendo che la contropartita dei loro sacrifici non è detto che ci sia. “Meglio crescere dello 0,5 per cento che affrontare un salto nel buio con il default e tutto quello che ne segue”, sintetizza ironico il banchiere centrale. Intanto i fallimenti aumentano, la disoccupazione cresce, il reddito diminuisce, i giovani preparati cercano lavoro all’estero, la popolazione invecchia, la ricchezza accumulata in passato si assottiglia. Forse è ora di provare qualcosa di diverso. Magari osando di più.

 
Fonte: Espresso del 2 maggio 2012

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