• mercoledì , 28 Ottobre 2020

Derivati Tesoro, buco da chiarire

Sembra impossibile che lo Stato si sia esposto a tali livelli.
Qualcosa si muove nella storia dei derivati del Governo italiano e della spesa di 0,15% di pil per la perdita sugli stessi derivati con la banca Morgan Stanley.Un miracolo è comunque avvenuto negli scorsi giorni. In audizione alla Camera il sottosegretario all’istruzione, Marco Rossi Doria, ha chiarito alcuni aspetti della questione.
Ecco i passaggi chiave della risposta all’interrogazione:
«Ad oggi il nozionale complessivo di strumenti derivati a copertura di debito emessi dalla Repubblica italiana ammonta a circa 160 miliardi di euro, a fronte di titoli in circolazione, al 31 gennaio 2012, per 1.624 miliardi di euro. Quindi, il nozionale ammonta, per rispondere alla domanda, a circa il 10 per cento dei titoli in circolazione».
Al lettore parrà irrilevante questo passo o tecnicamente noioso, ma sappia che è la prima volta che possiamo venire a conoscenza di questa situazione dei derivati del governo italiano. Immaginate Indiana Jones davanti all’Arca, così rimangono gli esperti che, da anni, chiedono luce, quando leggono di questi dati.
Conoscere quotidianamente il valore di mercato di quei 160 miliardi significa conoscere il rischio che corrono i cittadini contribuenti e dunque permette di valutare l’operato del governo e del ministero dell’economia e la sua competenza. Significa anche avere la possibilità di prendere decisioni oculate su cosa permettere e cosa non permettere al governo italiano di fare con i nostri soldi. Penati, citando l’agenzia di stampa Bloomberg, parla di 24 miliardi di euro cioè un punto e mezzo di pil. Se fosse vero, ci sarebbe da chiamare la Finanza e scoprire esattamente cosa è successo in questi anni nella gestione del debito pubblico italiano. Cifre simili fanno rabbrividire ed è a mio avviso impensabile che il Tesoro si sia esposto a tali livelli. Ma va fatta chiarezza proprio per questo.
Ma continuiamo. C’è dell’altro di più specifico.
«Per quanto riguarda, in particolare, la vicenda relativa alla Morgan Stanley, riportata da alcuni organi di stampa e richiamata nell’interpellanza, si fa presente che alla fine del 2011 e con regolamento il Ministero dell’economia e delle finanze, in data 3 gennaio 2012, ha proceduto alla chiusura di alcuni derivati in essere con Morgan Stanley (due interest rate swap e due swaption) in conseguenza di una clausola di «Additional Termination Event» presente nel contratto quadro (Isda Master Agreement) che regolava i rapporti tra la Repubblica Italiana e la banca in questione. Tale clausola, risalente alla data di stipula del contratto, nel 1994, era unica e non presente in nessun altro contratto quadro vigente tra il ministero e le sue controparti, e non è stato possibile, nel corso degli ultimi anni, rinegoziare la stessa. In virtù di tale clausola, si è proceduto alla chiusura anticipata di alcuni derivati con Morgan Stanley, regolandone il controvalore in 2,567 miliardi senza il coinvolgimento di terze parti».
Bene. Anzi male. Sembra tanto ma è poco. Possiamo conoscere che tipo di operazioni hanno portato a questa perdita così da capire per quale motivo il Tesoro vi entrò a suo tempo? Non sempre perdite sono da addebitare al gestore: a volte i mercati girano male, si chiama rischio. Ma è importante capire in che tipo di rischio ci siamo infilati per sapere se un buon padre di famiglia avrebbe fatto lo stesso e, in caso negativo, prendere le opportune decisioni contro coloro che effettuarono questa operazione e soprattutto prendere le giuste contromisure affinché questi rischi non siano più assunti. Una cosa comunque già la sappiamo: un errore fu fatto nel firmare il derivato con una clausola di chiusura che non è stata più inserita in nessun contratto successivo: come mai fu apposta in quel contratto? Chi fu il responsabile?
È falso dire che chiusure di contratti come questa non potranno più avvenire perché quella clausola non è stata più inserita. Le ragioni per le chiusure di un contratto possono essere svariate e possono avere a che fare anche con la forza contrattuale di una controparte. Essendo la Repubblica italiana in questo momento particolarmente in difficoltà a causa del suo debito pubblico non è da escludersi che controparti bancarie che abbiano forza contrattuale chiedano di essere ripagate, tanto più che ora una controparte (Morgan Stanley) lo è stata, per qualsiasi motivo lo sia stata.

 
Fonte: Italia Oggi del 23 marzo 2012

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