• lunedì , 22 luglio 2019

I punti di incontro

Non dovrebbe essere impossibile trovare punti di incontro sostanziali fra parti sociali e Governo sulla riforma del mercato del lavoro. I termini della questione sono piuttosto chiari. Tutti sono d’accordo che l’ingresso tipico nel mercato del lavoro dovrebbe essere l’apprendistato, che è stato da poco riformato con il consenso generale.
Per quello che riguarda le forme contrattuali, le imprese devono rinunciare ad alcune tipologie in cui si annida quella che il ministro Fornero chiama la flessibilità malata. I sindacati devono accettare una minore rigidità del lavoro a tempo indeterminato. Se ci si limitasse a ridurre la cattiva flessibilità in entrata senza intervenire sulla rigidità del contratto tipico si farebbe un danno ai lavoratori, specie ai più giovani, perché si finirebbe per alimentare il lavoro nero o la disoccupazione. I sindacati lo sanno, tant’è che non hanno mai chiesto di introdurre il cosiddetto contratto unico, che di per sé irrigidirebbe il sistema a dismisura. Essi sanno che quanto più si limitano le forme di flessibilità oggi esistenti, tanto più occorre concedere in termini di flessibilità in uscita. Non perché questo lo chiedano le imprese, ma perché questa è la logica. Dato che nessuno pensa di introdurre il sistema americano, occorre trovare un ragionevole compromesso su un modello simile a quello di altri paesi europei. È peraltro evidente che, nel momento in cui si eliminano le forme patologiche di flessibilità, il grado di flessibilità complessiva del mercato del lavoro deve aumentare, in modo da migliorare la capacità delle imprese di stare sul mercato e di far fronte alla competizione internazionale. Se questo risultato non verrà conseguito non si potrà dire di aver fatto una riforma.
Anche sugli ammortizzatori sociali i termini del problema sono chiari, ma è più difficile disegnare le soluzioni, non per cattiva volontà, ma perché i problemi sono oggettivamente complessi. Il nostro sistema attuale contiene molte ingiustizie ed è condivisibile l’aspirazione ad un modello più universalistico che protegga nello stesso modo tutte le persone che perdono il lavoro. E non c’è dubbio che sussidi che durano cinque anni e a volte anche di più scoraggiano la ricerca di un lavoro regolare. Il sistema ha però anche pregi non da poco. È uno dei meno costosi in Europa e ha finora consentito di fare massicce ristrutturazioni senza eccessive tensioni sociali e giudiziarie. L’industria paga circa cinque punti di costo del lavoro per finanziare il proprio sistema di ammortizzatori. Questa è una tassa sul lavoro che imprese e sindacati hanno accettato di pagare per far fronte ai rischi intrinseci dell’attività industriale, tipicamente più esposta di altre alla morsa della concorrenza internazionale. È legittimo chiedersi se l’industria italiana sarebbe sopravvissuta senza questi ammortizzatori che sono stati fino ad oggi, e di gran lunga, la principale valvola di flessibilità del sistema. Altri settori hanno fatto scelte diverse dall’industria, il che ha contribuito a contenere il costo complessivo del sistema.
L’altra caratteristica del nostro sistema che ha contribuito a contenere i costi è un sussidio di disoccupazione che è sì universale, ma è modesto e ha requisiti di accesso piuttosto stringenti. Sicché i giovani che perdono un lavoro nella maggioranza dei casi non ne sono coperti. Questo è un problema che va affrontato, ma è difficile farlo senza costi per lo Stato, posto che il cuneo fiscale sul lavoro non può essere aumentato, anzi va diminuito se non vogliamo scendere ulteriormente nelle classifiche europee sulle retribuzioni. Peraltro non si capisce come si potrebbe immaginare di ridistribuire le tutele, spalmandole su una platea più ampia. Ad esempio, se si decidesse che, al termine della recessione, i lavoratori dell’industria non avranno più diritto al sussidio di mobilità, ma solo a quello di disoccupazione, il contributo di mobilità che grava sul costo del lavoro assieme a quello per la disoccupazione, andrebbe abolito a beneficio delle imprese e soprattutto delle buste paga dei lavoratori. Per quanto si possa far appello alla solidarietà fra settori, non si capisce come i proventi di questo contributo o di quello per la cassa straordinaria possano essere utilizzati per migliorare le prestazioni a favore di tipologie di imprese che tale contributo non pagano. A maggior ragione dal momento che imprese e lavoratori dell’industria hanno un formidabile credito nei confronti dello Stato. Nel corso dei decenni, hanno versato all’Inps molto di più di quanto abbiano ricevuto sotto forma di prestazioni.
Ciò non significa affatto che non si possa fare nulla. Al contrario, c’è moltissimo da fare per rendere effettive le politiche attive e per rivoluzionare gli incentivi in modo da evitare che le persone rimangano per troppo tempo a carico della collettività. Ciò deve essere fatto indipendentemente dalla forma che assume il sussidio, disoccupazione, cassa integrazione (straordinaria) o mobilità. Si devono anche rivedere le caratteristiche del sussidio di disoccupazione in modo da evitare che allargando la platea dei beneficiari si riproduca su larga scale il problema, annoso e sostanzialmente irrisolto, della disoccupazione agricola: le persone lavorano in regola per il tempo necessario a maturare il diritto e poi percepiscono il sussidio lavorando in nero presso la stessa impresa. Il problema degli abusi, come quello dell’azzardo morale, è comune agli altri paesi, ma da noi è particolarmente grave per via dell’anomala estensione del lavoro sommerso. Bisogna proseguire il confronto per dare risposte concrete a questi problemi, il che non è impossibile. Ci si potrà così avviare verso un sistema più razionale, con una transizione che deve essere pianificata adesso, ma non può che essere graduale e commisurata alla disponibilità della finanza pubblica.

 
Fonte: Il Sole 24 Ore del 28 febbraio 2012

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