• lunedì , 19 agosto 2019

Economia, salute, ambiente: la difesa del benessere.

Gli italiani non si sono fatti deprimere dalle difficoltà e hanno difeso il loro benessere: la percezione di qualità della vita non è cambiata, il disagio economico esiste ma non è peggiorato, la soddisfazione per lo stato di salute è cresciuta, alcuni importanti indici ambientali sono in miglioramento. Una rapida carrellata sui dati Istat diffusi recentemente (relativi al 2010 o ai primi mesi del 2011) ci consente di dire che il Paese nel suo complesso ha dimostrato una sostanziale tenuta di fronte all’esplodere della crisi, anche se si confermano i tradizionali problemi della nostra società: il divario nord/sud, la condizione femminile, la disoccupazione giovanile. Ora però sono cominciate le prove più dure ed è ancora tutto da misurare l’impatto statistico dei sacrifici e dei timori per il futuro.
Il 2012 ci porterà i nuovi indici del benessere (o del malessere?) in Italia: come abbiamo raccontato in precedenti post, il Comitato di indirizzo Cnel – Istat ha indicato i domìni, cioè i campi che incidono sulla qualità della vita (ma la discussione è aperta a tutti utilizzando il sito misuredelbenessere.it); una commissione scientifica nei prossimi mesi sceglierà quali indicatori possono descrivere in modo tempestivo e accurato l’andamento di ciascuno di questi domini. I risultati, cioè l’indice Bes, del benessere equo e sostenibile, dovrebbe essere diffuso in tempo per essere presentati alla Conferenza mondiale sulle misure del progresso di Nuova Delhi promossa dall’Ocse, che si terrà dal 16 al 19 ottobre.
Senza però aspettare i nuovi indicatori, è legittimo fare un punto di inizio anno e domandarsi subito come se la passano gli italiani nei tempi della crisi. Cerchiamo cioè di vedere pochi dati di fonte Istat, scelti tra i più recenti, che abbiano valore “oltre il Pil”: che cioè ci aiutino ad avere un’idea complessiva della qualità della vita nel Paese, ben sapendo che il prodotto interno lordo è certamente importante ma non è tutto.
Lavoro e tempo libero. Per ragioni già spiegate in precedenti post, piuttosto che ai dati sulla cosiddetta “disoccupazione giovanile” tra i 15 e i 24 anni, è importante guardare alla fascia di età nella quale davvero gran parte delle persone desidera lavorare: quella tra i 25 e i 34 anni. Il data base IStat, aggiornato al terzo trimestre 2011, ci dice che i disoccupati in quella fascia sono l’11% rispetto al 10,9 di dodici mesi prima. Nello stesso periodo il tasso di disoccupazione complessiva è rimasto stabile al 7,6%. Dunque non solo i giovanissimi 15-24, per i quali si parla di un eclatante ma poco significativo 30%, ma anche i giovani adulti sono penalizzati da questo mercato del lavoro. Nella stessa fascia di età 25 -34, il tasso di occupazione è rimasto sostanzialmente stabile (65,1% rispetto a 65% un anno prima), con una lieve diminuzione della partecipazione femminile (da 54,7 a 54,6%) e un aumento dei maschi (da 75,1 a 75,5%). L’occupazione femminile risente fortemente, molto più di quella maschile, dei divari territoriali: è di 68,8% nel Nord (69,2% un anno prima) e del 34,6% nel Mezzogiorno dove peraltro è in lieve crescita, rispetto al 34,1% del terzo trimestre 2010.
Quando lavorano, le donne dedicano comunque più tempo alle cure familiari e hanno meno tempo a disposizione per se: un’indagine Istat mostra infatti che “le donne occupate dispongono di 2h43’ di tempo libero in un giorno feriale, di 3h55’ di sabato e di 5h01’ di domenica. Per gli uomini questi valori sono sempre più elevati e si attestano rispettivamente sulle 3h15’, 5h11’ e 6h36?.
Le condizioni economiche. Sulla base dei dati Istat diffusi il 29 dicembre 2011, gli italiani “a rischio di povertà o di esclusione sociale” sono passati dal 24,7% del 2009 al 24,5% del 2010. Si tratta di un insieme composito: tra queste famiglie disagiate, mentre calano quelle a rischio di povertà (cioè con un reddito familiare inferiore al 60% del reddito mediano del Paese), sia quelle in grave deprivazione materiale (incapaci cioè di sostenere spese impreviste o che denotano altri analoghi sintomi di disagio), sono in aumento le famiglie a bassa intensità di lavoro, i cui componenti lavorano meno di un quinto del loro tempo. Gli indicatori sono “decisamente peggiori nella ripartizione Sud e Isole. Un apprezzamento sintetico di tale disparità è dato dall’indicatore di grave deprivazione materiale (quattro segnali di disagio economico su nove): nel 2010, la percentuale di famiglie gravemente deprivate nel Mezzogiorno è stata del 12,9%, una frequenza più che doppia rispetto al Centro (5,6%) e più che tripla rispetto al Nord (3,7%)”.
Salute. Tra i tanti dati disponibili scegliamone un paio, dalla banca dati i Stat. Nel complesso gli italiani sono soddisfatti del loro stato di salute. Quelli che si dichiarano in buona salute sono il 70,6% del 2010 rispetto al 69,3% dell’anno precedente. Tra questi, salgono dal 18,7 al 20,1% quelli che dichiarano di stare “molto bene”. La percentuale di italiani che fuma è scesa dal 23 al 22,8 dal 2009 al 2010. Però nello stesso periodo i fumatori aumentano tra i giovani. Nella classe di età 18 – 19 anni si passa addirittura dal 21,9 al 26,6%.
Ambiente. Dal 2009 al 2010 la raccolta differenziata dei rifiuti urbani è passata dal 30,3 al 31,7%. La percentuale di raccolta differenziata supera mediamente il 40% nei comuni capoluogo del Nord (47,1% nel Nord-est e 40,1% nel Nord-ovest), è pari al 28,1% nei capoluoghi del Centro e scende al 21,3% al Sud e al 15% nelle Isole, anche se in lieve crescita rispetto all’anno precedente. Anche la produzione di energie alternative è in aumento. Da un totale di 69.256 milioni di kilowatt ore (Kwh) nel 2009 siamo passati a 76.965 nel 2010: + %. L’incremento riguarda sia l’eolica (+39,5%) che le biomasse da rifiuti (+24,9%), ma è stato particolarmente forte per il fotovoltaico (+181,7%) dove peraltro si partiva da appena 677 milioni di Kwh prodotti nel 2009.
Il benessere complessivo. La soddisfazione degli italiani è sostanzialmente stabile: danno alla loro vita un voto di “sette più”. Alla domanda formulata nel marzo 2011: “Attualmente, quanto si ritiene soddisfatto nel complesso?”, potendo indicare un voto da 0 a 10 (0 indica “per niente soddisfatto” e 10 “molto soddisfatto”) la maggior parte della popolazione di 14 anni e più fornisce una risposta compresa tra 7 e 8 (51,8%), mentre il 7,6% indica la soddisfazione massima. Non emerge, in generale, una differenza di genere, mentre è più netta la differenza regionale, tra il 7,7 di Trentino alto Adige e il 6,9 di Campania e Lazio. Rispetto al 7,1 di media complessiva del marzo 2011, un anno prima la media dell’ “indice della felicità” era di 7,2. C’è stato quindi un decremento così piccolo che, come abbiamo spiegato in precedenza, l’Istat non ha ritenuto di segnalarlo perché si colloca nell’ambito dell’errore statistico.
Questo insieme di dati potrebbe certamente essere integrato da molte altre rilevazioni anche non di fonte Istat, ma è già sufficiente per consentirci una considerazione generale: nel complesso, tra il 2009 e il 2010 (e forse anche nel 2011, a giudicare dai pochi dati disponibili) il benessere degli italiani si è mantenuto stabile, con qualche limitato miglioramento. Si evidenziano le debolezze strutturali ben conosciute: il Mezzogiorno, la condizione femminile, l’occupazione dei giovani, ma sostanzialmente il quadro è di sostanziale tenuta. E’ legittimo chiedersi se potremo dire la stessa cosa, quando i dati ci daranno il quadro completo di quello che sta accadendo e accadrà nel 2012, con la crisi che continua a mordere e i sacrifici che cominciano a incidere sulle tasche ma forse anche sullo spirito. Gli italiani diventeranno più poveri, depressi e magari cagionevoli? Oppure agli inevitabili peggioramenti materiali faranno da contraltare nuove aspettative positive generate da un salto di qualità della politica? Ai prossimi dati Istat l’ardua sentenza.

 
Fonte: Corriere della Sera del 7 gennaio 2012

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