• venerdì , 13 dicembre 2019

Il malumore dei Piccoli senza credito

Tra Piccoli e banche l’umore sta cambiando velocemente. I vertici di Rete Imprese Italia e Abi, i Malavasi e i Mussari, dialogano fittamente ormai da mesi a cominciare dal primo «Manifesto delle imprese» redatto nella fase più delicata del governo Berlusconi. Ma la base non sa che farsene dei documenti in comune e della diplomazia romana tra le parti sociali. La base pensa che, se imprese e banche vogliono marciare davvero assieme per rimettere in moto il Paese, questo sforzo lo si deve vedere ogni giorno e in ogni territorio. Anche perché è cambiato il quadro politico e se fino a un mese fa la Lega Nord era al governo e quindi corresponsabile delle scelte di Giulio Tremonti, ora il Carroccio è all’ opposizione e farà di tutto per riprendersi il consenso della «pancia del Paese». Battendo a tappeto i distretti e lanciando le parole d’ ordine più disparate. Per tutti questi motivi, di merito e di tenuta organizzativa, le associazioni degli artigiani e dei commercianti sono preoccupate. Ci tengono alla diplomazia di vertice con Mussari ma non possono non ascoltare quello che dicono i loro associati. «Non si contano le richieste di aiuto che ci arrivano ogni giorno», ammette il segretario generale della Cna, Sergio Silvestrini. E gira infatti un sondaggio che la sua organizzazione ha affidato alla Swg di Trieste proprio per cercare di focalizzare i rapporti tra piccole imprese e banche e capire cosa vuole la base. I risultati sono abbastanza netti e hanno sorpreso gli stessi dirigenti della confederazione: i piccoli davanti ai rischi di recessione temono di esser lasciati soli e stavolta accusano il mondo del credito di essere sordo alle loro ragioni. La banca non solo chiude i rubinetti, fa anche pagare cara l’ acqua e fornisce un servizio limitato e poco trasparente. Il 78% degli intervistati ritiene la stretta creditizia attuale decisamente peggiore rispetto a quella già nera sperimentata nel 2008 e nel 2009. Le maggiori preoccupazioni vengono da chi fa impresa nel Mezzogiorno ma anche dalle aziende legate alla filiera delle costruzioni. E naturalmente più la dimensione d’ impresa scende più si fa una lunga anticamera in banca e il credit crunch morde. Alla Cna assicurano che non si tratta solo di una percezione, di un effetto psicologico dello spread, infatti il 35% delle imprese sotto i 50 dipendenti denuncia di aver avuto già forti o consistenti difficoltà di accesso al credito. Anche in questo caso è dall’ edilizia e da chi aspetta di essere pagato dalla pubblica amministrazione che arrivano i maggiori segnali d’ allarme e la segnalazione degli episodi più crudi. Il 56% racconta che i criteri per la concessione di fidi o per l’ apertura di linee di credito si sono notevolmente irrigiditi. Come conseguenza le previsioni per il futuro sono nerissime, le speranze di miglioramento ridotte al lumicino. Il 58% pensa di andare incontro a un peggioramento dei rapporti con le banche e anche in questo caso chi è più piccolo coltiva paure più grandi. Il contenzioso tra gli artigiani e gli istituti di credito non è limitato alla concessione del credito, stavolta nel j’ accuse che viene dal basso ci sono anche i costi. Il 45% delle piccole imprese che si sono rivolte alle banche per un fido, per l’ accensione di un mutuo e per scontare l’ anticipo, denuncia un costo elevato del servizio. E più si va verso Sud più i costi aumentano. E anche in questo caso le microimprese e le aziende di costruzioni sono bistrattate. In sostanza i piccoli pur riconoscendo che il personale della propria banca è competente e disponibile non vedono novità nell’ aggiornamento dei criteri per formulare il cosiddetto merito di credito. Il 24% di chi si è visto chiudere i rubinetti racconta che il diniego è stato motivato con una scelta strategica (prudenziale) della banca, il 31% dei rifiuti è stato motivato con il peggioramento del contesto economico generale e solo il 22% dei no è stato accompagnato da una valutazione di rischio associata a quella singola impresa. «L’ ingente patrimonializzazione pretesa dall’ Eba per le banche italiane e la scarsa liquidità del sistema stanno producendo una secca frenata delle erogazioni», osserva Silvestrini, che a questo punto guarda con attenzione e riconoscenza a Francoforte. «Ci auguriamo che l’ intervento della Bce possa migliorare la situazione. Ma ovviamente non possiamo stare con le mani in mano e siamo convinti che una più stretta collaborazione tra associazioni, Confidi e banche possa migliorare i processi di selezione del credito e ridurre i rischi di insolvenza». Qualche mese fa alcune banche lanciarono l’ idea di legare la concessione del credito a criteri premiali, chi si aggrega o crea reti di impresa usufruirà di un bonus, di un miglior merito di credito. L’ iniziativa è stata annunciata nei territori però ancora non è diventa prassi quotidiana e ciò alimenta l’ atavico scetticismo dei piccoli. Ci sarebbe dunque bisogno che Confindustria e Rete imprese Italia da una parte e Abi dall’ altra discutessero non solo di grandi principi, altrimenti avrebbe avuto ragione l’ ex ministro Maurizio Sacconi, che quando ebbe modo di leggere il Manifesto delle imprese commentò maliziosamente: «Toh, hanno dimenticato di parlare del credit crunch».

 
Fonte: Corriere della Sera del 22 dicembre 2011

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